Se la Sicilia non avesse altro che questi due edifici, monumenti di due grandi culture, rimarrebbe sempre una terra meravigliosa. Il tempio dorico è l'effigie vivente del tenace ordinamento del mondo greco e delle sue tragiche necessità; il caso, e tutto il fantastico è escluso da questa prima forma; nessun principio pittorico predominante vi signoreggia, non v'è ancora il lusso del disegno, nè il giuoco di diverse figure.

Il terzo tempio è quello di Ercole, un tempo il primo d'Agrigento, oggi una massa gigantesca di rovine che giacciono fieramente accavallate. Una sola colonna scannellata si erge da quel caos. Si contemplano con stupore quei blocchi di pietra, quei bellissimi capitelli, le rovine dell'architrave, che hanno conservato tutti le tracce della loro coloritura purpurea, e quei pezzi di colonna scannellata che giacciono miseramente all'intorno simili a gigantesche pietre molari, sepolti per metà nel terreno e coperti da piante incolte. Questo tempio, vicino all'Olimpion, era il più grande della città e aveva fama mondiale: il suo porticato aveva 38 colonne doriche, di cui 6 sulla larghezza e 15 per la lunghezza, numerando pure le colonne degli angoli. Il loro diametro era di 8, 5, 10 palmi, la loro altezza col capitello poco più di quattro metri.

Vivaci colori, il rosso, l'azzurro, il nero e il bianco, ornavano l'architrave; il fregio era munito di teste di leoni nella scanalatura, e di decorazioni floreali. Serradifalco calcolò la lunghezza del tempio in 259,2,8 palmi e la larghezza in 97,10,6. La cella era ipatrica. In essa sorgeva l'Ercole di Mirone, in bronzo; Cicerone narra che la base di questa statua del dio era levigata per i molti baci di coloro che venivano a pregare nel tempio. Oggi possiamo fare la stessa osservazione in S. Pietro a Roma, dove i baci dei cattolici hanno consumato il piede del S. Pietro di bronzo.

Si può rimproverare al tempo e agli elementi la distruzione delle opere d'arte, se gli stessi lavori in bronzo sono così vergognosamente baciati?

Questa singolare analogia di costumi non è del resto l'unica comune al paganesimo ed alla Chiesa cattolica.

Il magnifico Ercole svegliò le brame di Verre, che decise di rubarlo, dal momento che gli Agrigentini non glielo volevano cedere. In una notte tempestosa fece forzare il tempio da schiavi armati; essi vi erano già penetrati e stavano per togliere il bronzeo dio dal suo posto, dov'era saldamente piantato, quando il popolo corse alla loro volta. «Non vi fu nessuno in Agrigento, così dice Cicerone, che per quanto debole per vecchiaia, o indebolito, che in quella notte, spaventato da quella notizia, non si sollevasse e prendesse un'arma. L'intera città affluì in poco tempo al tempio». I ladri furono inseguiti e non portarono con sè che due soli quadri. I Siciliani crearono un motto sul mal riuscito tentativo di furto, dicendo: «Fra le fatiche di Ercole si dovrebbe cantare da oggi la sconfitta di quel mostro di Verre».

Nello stesso tempio dovette sorgere l'Alkmene di Zeusi, che riuscì così meravigliosamente bene, che il pittore non si accontentò di nessun prezzo e volle dedicare il quadro alla deità. Nell'anno 1836, sotto le macerie si trovò la statua di Esculapio, senza testa, ora esposta nel museo di Palermo.

Continuando, arriviamo alle rovine del più famoso dei templi siciliani, una delle opere più grandi dell'antichità, l'Olimpion. Fu fabbricato dopo la vittoria presso Imera e nello stesso tempo che sorgevano il tempio di Giove a Selinunte, il Partenone ad Atene, il tempio di Zeus in Olimpia, il tempio di Giunone in Argo, mentre cioè in tutti i paesi ellenici si generalizzava la perfezione dello stile dorico. Gli Agrigentini avevano condotto appena a termine l'immenso edificio, e mancavagli solamente il tetto, quando scoppiò la guerra coi Cartaginesi, e la conseguente distruzione della città rese impossibile il suo completamento.

Imilcone saccheggiò l'Olimpion, ma benchè i barbari devastassero l'interno, non potevano che difficilmente pensare ad abbatterlo, data la grandezza e la saldezza della costruzione. Colpisce il carattere della sua architettura, giacchè non aveva peristilio con colonne isolate, ma era attorniato da pareti con mezze colonne. Polibio vide ancora intatto il meraviglioso edificio, e tale si conservò fino al medioevo, andando però sempre più in rovina per le ingiurie del tempo e per i terremoti; e fu anche danneggiato dalla barbarie di coloro che usavano le sue pietre quadre come materiali da costruzione, fino a che gli ultimi resti che si reggevano in piedi, precipitarono a terra. Così racconta Fazello, che ritrovò il tempio e che aveva saputo del tempio e del suo nome dai ricordi del popolo: «Sebbene ciò che rimane del fabbricato sia caduto nel corso dei tempi, un pezzo però rimase molto tempo in piede appoggiandosi a tre giganti e ad alcune colonne. Ciò è ricordato ancor oggi nella città di Girgenti ed anzi lo han posto nel loro stemma. Però, anche questo pezzo cadde per la incuria degli Agrigentini nel 9 dicembre 1401». Un poeta contemporaneo cantò questa caduta di ruderi nei seguenti rozzi versi leonini, dei quali riportiamo la traduzione libera subito appresso, come quella che spiega la ragione dello stemma di Girgenti:

Ardua bellorum fuit gens Agrigentinorum