Sul prospetto solo due colonne stanno ancora in piedi, con un pezzo dell'architrave; alle rimanenti mancano i capitelli, o sono abbattute e spezzate. Il tempio giace sopra un alto ripiano di quattro gradini.
Era circondato da 34 colonne doriche con 20 scannellature; di esse 13 stanno ai lati e sei nel prospetto. Le colonne hanno cinque palmi di diametro e un'altezza di circa cinque metri. I loro capitelli sono scolpiti con eleganza ed armonia.
Disgraziatamente nulla è rimasto del frontone e del fregio. Nelle rovine si notano tracce d'incendio. Lo storico Fazello fu il primo che diede a questo, come agli altri templi, il nome, perchè prima si chiamava la «Torre delle pulselle».
Secondo Plinio, Zeusi dipinse per esso il celebre ritratto di Giunone e per modello gli Agrigentini misero a sua disposizione cinque delle più belle fanciulle della città. Cicerone però riporta lo stesso episodio pel quadro di Elena, nel tempio di Giunone a Crotone.
Dai gradini del tempio si abbraccia benissimo il circuito dell'antica città.
Vicino a chi guarda si ergono le mura meridionali, formate dalla rupe naturale, come si vede anche in qualche punto dell'antica Siracusa, dove l'a picco di una rupe servì di muro. Molte tombe, colombari, nicchie e sepolture rotonde si scorgono nel muro.
Anche il tempio della Concordia sorge su di una collina, in mezzo ad un pittoresco insieme di rovine e di fichi d'India. È completo fino al tetto, che manca con le due fronti e tutte le colonne. Anch'esso posa su quattro gradini ed ha 34 colonne.
Non distrutto dai Cartaginesi, ha sfidato vittoriosamente il tempo e nel medioevo, essendo stato trasformato in chiesa, se ne impedì così il suo deperimento. Quando nel secolo XV si fece della cella una cappella, si introdussero nelle pareti laterali i due archi che rimangono ancor oggi. In seguito, la chiesa fu abbandonata, e nell'anno 1748 il principe di Torremuzza restaurò il tempio. Fazello gli ha dato il nome di Concordia, con la quale non ha che fare nessuna divinità dorica. Fra tutti i templi italiani e siciliani, nessuno ha conservato la cella così intatta come questo; le scale che conducono dalla sua entrata orientale sul tetto sono rimaste intatte in ogni loro parte.
Senza dubbio è il più completo dei templi siciliani, poichè quello di Segesta rimase incompleto, non scorgendosi in esso il minimo indizio di cella. Le colonne maestose, i capitelli colossali, le belle proporzioni dell'architrave che ha preservato gli ornamenti del suo triglifo, la grandezza semplice dell'architettura, offrono il più puro godimento estetico. La costruzione dorica è certamente la più bella dell'antichità, certo non apparisce inferiore alla plastica e alla poesia, la cui forza e la cui purezza viveva nell'anima del popolo greco, che fu capace di trovare quelle semplici leggi architettoniche. Guardando un tempio dorico non si può fare a meno di ricordare in quali grandi e semplici ritmi si è sviluppata la vita dei Greci, se l'intero modo di sentire nazionale, che quel popolo espresse nel modo più originale ed evidente nell'architettura religiosa, si potè rappresentare in simil guisa.
Noi comprendiamo benissimo quest'armonia, che è così semplice come una relazione fondamentale geometrica; però ancora non possiamo afferrare l'intero senso della sua intima connessione coi costumi del popolo. Io son persuaso che il duomo cristiano di Monreale (Palermo) sia il più bel contrapposto a questo tempio della Concordia.