il suo canto è assai simile a quello dei Siciliani, e se la canzone popolare còrsa dice:
Un ghiornu mill'anni
Mi sarà pensandu a te;
anche essa somiglierà molto a quella siciliana. Tuttavia il dialetto siciliano ha alcune particolarità molto notevoli, specialmente nella coniugazione dei verbi che terminano in ari ed iri. La seconda persona del plurale ha poi l'aggiunta prenominale vu (voi), dicisti-vu, vidisti-vu. Il Vigo mette in evidenza la grande dipendenza della coniugazione siciliana da quella latina; per esempio, in latino: vidi, vidisti, vidit, vidimus, vidistis, viderunt; in siciliano: vitti, vidisti, vitti, vittimu, vidisti-vu, vitturi. La terza persona del perfetto finisce in ao o au, invece di ò, durao invece di durò, ed anche questa forma si trova in altri dialetti come anche il futuro aggio, partiraggio per partirò, che deriva da partir-aggio, vale a dire, ho a partire, perchè aggio è la forma dialettale ed antica di ho e quindi partirò è uguale a partir-ho. Ancora oggi nella provincia romana si dice aggio invece di ho. Molte parole che terminano in u nel dialetto siciliano, non sono che parole latine a cui il popolo ha tolto la desinenza s o m: tempus-tempu, bonus-bonu, matrimoniu, muru, periculu, maritu. In questo il siciliano, come il sardo è più vicino al latino del toscano che ha mutato la desinenza us in o. La terminazione in u è del resto comune a tutti i dialetti d'Italia e certamente deriva dall'antichissimo latino popolare. Il dialetto siciliano ha anche i per lettera finale al posto di e come notti invece di notte.
Il cambiamento del b e del v è antichissimo e si trova già nelle innumerevoli iscrizioni cristiane dell'Impero al Vaticano. Il siciliano trasforma bibere in viviri, bos in vo, brachium in vrazzu, buca in vucca, e votum in botu.
Caratteristico del dialetto siciliano è il cambiamento del doppio l in doppio d, per esempio beddu invece di bello, iddu e idda invece di illo e illa. Ma poichè questa forma si trova presso i Sardi, è dubbio per me che essa derivi, come sostiene il Vigo, dai Cartaginesi. Del resto è il Vigo stesso che nella sua notevolissima introduzione dice: «Questo idioma che io ho chiamato insulare e che ha una sola ed identica impronta, vive non solo in Sicilia, ma anche in Calabria, certamente con speciali modificazioni, ma con uguali caratteri, e le sue traccie sono numerose in Sardegna ed in Corsica. Dopo tanti secoli e tante vicissitudini politiche, in alcune città delle Calabrie si parla quasi come in Sicilia. Ciò dipende dalla origine comune e perciò il de Ritis dice: “Dalla cinta degli Appennini fino al mare, l'idioma popolare è campano, o se si vuole osco e per conseguenza simile al siciliano”».
L'espressione campano è felice, perchè abbraccia anche la lingua popolare dei Romani, del Lazio e di una parte della Tuscia. Se si confronta il romanesco, quello per es. della Vita di Cola di Rienzo, con le cronache pugliesi, con quella per es. di Spinello, ed anche con le siciliane, si osserverà subito quanta comunanza vi sia tra loro. Ma dall'altra parte degli Appennini, la Romagna, le Marche, la Lombardia, Venezia e il Piemonte parlano un altro gruppo di dialetti in cui l'influenza straniera delle lingue gallo-francese e longobardo-tedesca è facilmente riconoscibile. I confini quindi dell'idioma volgare italiano coincidono con quelli dell'Italia propriamente detta e storica, che va dagli Appennini alla Sicilia e che ha il Lazio per centro.
Questo volgare può essere più antico del tramonto della potenza romana, e le sue traccie più antiche possono trovarsi nelle commedie di Plauto e presso Ennio; ma la sua completa formazione data solamente dal perdersi del latino, come ho potuto osservare in centinaia di documenti latini dei secoli VII-XI. Allorchè la cultura scientifica e politica di Roma annegò nella barbarie, il latino sparve dall'uso del popolo, e le forme dialettali più basse divennero le dominanti, accogliendo in sè le sformate rovine del latino. Il moderno linguaggio d'Italia è sorto, come la seconda Roma, dai bei marmi dell'antico linguaggio di Roma, si è poi formato lentamente, magnifico fenomeno di trasformazione della cultura, e ha dato poi i suoi fiori in Toscana. Alla Sicilia toccò il duraturo onore di aver coltivato per la prima questo volgare campano, perchè sotto i re normanni ed ancor più sotto Federigo esso fu innalzato a linguaggio della poesia, designata come aulica e arricchita delle forme della canzone e del sonetto, così che i primi poeti italiani conosciuti sono siciliani e principi tedeschi di Sicilia. Con ragione può dunque il Vigo dire: «Allora noi fummo Italiani». Questo merito dà al siciliano un bel carattere venerando, e se si legge la raccolta del Vigo insieme con quella toscana del Tigri, sembra di udire la voce della madre vicino a quella della figlia più colta. E difatti l'odierno siciliano suona assai arcaico. Un ampio abisso di cultura lo separa dal toscano, mentre l'originario idioma di Ciullo d'Alcamo, di Iacopo Lentini, di Pier delle Vigne e di Federigo II, reso puro dai poeti, ma pur sempre idioma popolare siciliano del secolo XII, somiglia di più al toscano odierno che non il siciliano che si parla oggi.
Il fissarsi dell'italiano come lingua letteraria data appunto da quel secolo XII in cui vissero quei cantori siciliani. Prima di Ciullo non ci rimangono documenti scritti nè in siciliano nè in italiano, se si eccettua il frammento di una canzone apparentemente del secolo XI, che si trova nell'archivio di Monte Cassino e che è stato pubblicato nella Storia dei duchi e dei consoli di Gaeta del Federici. Tuttavia i diplomi latini anche anteriori a quell'epoca formicolano di espressioni in volgare, che lasciano bene intravedere l'esistenza di un linguaggio popolare. Nei documenti romani da me osservati non c'è tanta abbondanza di frasi volgari, come ce n'è in quelli còrsi del X secolo, messi in luce dal Muratori e dal Mittarelli; e le frasi interamente italiane che io ho trovate in un documento latino del X secolo esistente a Monte Cassino (Sao che chelle terre per chelle fini che contene trenta anni le possete parte sancti Benedicti), provano che il popolo parlava già italiano, la cui esistenza risale a molti secoli indietro.
L'odierno siciliano poi si differenzia da città a città, da pianura a pianura. Oltre di ciò l'isola presenta il fenomeno stranissimo di un altro linguaggio che, quantunque italiano, è perfettamente estraneo ai Siciliani che non lo capiscono neppure. È questo l'idioma delle colonie longobarde in Sicilia. Ed è veramente sorprendente che ancor oggi possano trovarsi in Sicilia dei discendenti di quei Longobardi, di Alboino, di Rotari, di Liutprando e di Desiderio, un tempo così feroci, poi così devotamente inciviliti, mentre in Lombardia ed a Benevento almeno da sette secoli si sono sperduti nel grande elemento italiano. Il dominio dei Longobardi venne distrutto da Carlomagno; ma il fiorente ducato di Benevento, aveva sopravvissuto alla rovina, e si era mantenuto, quantunque diviso nelle tre città di Benevento, Salerno e Capua, fino all'undecimo secolo. I Normanni poi distrussero anche questi ultimi belli avanzi della signoria longobarda. Quando Roberto e Ruggiero ebbero conquistata la Sicilia, molti Longobardi di Benevento e di Salerno, che avevano combattuto nell'isola sotto le loro bandiere, vi fissarono la loro dimora stabilmente, ed a loro se ne unirono altri venuti dalla Lombardia, quando Ruggiero prese in moglie Adelaide di Monferrato. Questi Longobardi si fissarono a Piazza, Nicosia, Aidone, San Fratello, Randazzo, Sperlinga, Capizzi e Maniace e Ruggiero dette loro un conte longobardo, Enrico fratello di sua moglie e figlio di Manfredi, marchese longobardo. L'antico idioma germanico dei Longobardi aveva certamente da lungo tempo ceduto il passo all'italiano, ed i lontani pronepoti non parlavano più il linguaggio eroico di Alboino; pure il loro dialetto diventato italiano conservava accenti, voci e terminazioni germaniche. In alcuni paesi della Sicilia i Longobardi si mescolarono con i Normanni e quando questi ultimi furono in numero preponderante, la lingua longobarda prese un'intonazione francese che ancor oggi è riconoscibile. I Normanni, come i Greci e gli Arabi, sono scomparsi dalla Sicilia senza lasciar traccia: queste colonie longobarde invece hanno resistito per otto secoli agli attacchi dell'elemento siciliano, prova questa non solo della straordinaria tenacità di questa razza, ma anche del basso livello della cultura siciliana. Alcune di queste colonie oggi naturalmente non esistono più, e il Vigo che fa ascendere a 30.000 anime la popolazione longobarda di quei tempi, osserva che il loro linguaggio oggi si parla solamente a Piazza, San Fratello, Nicosia e Aidone; ed anche in questo, a Nicosia gli elementi franco-normanni sono in proporzioni non disprezzabili, e solo a San Fratello la lingua si è mantenuta prettamente longobarda.