Appunto per questo diventa di grande importanza l'osservazione seguente. La Sicilia è stata tanto a lungo sotto il dominio di così numerosi elementi stranieri, e pure nessuno di questi elementi è riuscito a disperdere il linguaggio popolare ed a distruggere quei fondamentali caratteri nazionali sui quali riposa, come in Toscana, la poesia popolare. Il dialetto siciliano è un antichissimo ramo del grande ceppo latino. Io, per amore del signor Vigo, lo chiamerò siculo, e lo farò derivare da quei Siculi che in tempi remotissimi abitarono sulle rive del Tevere e nel Lazio, prima di essere costretti ad emigrare in Sicilia ed a stabilirsi quivi presso i Sicani. L'antico idioma di Sicilia era anche un ramo di quell'idioma che in terra ferma si distingueva in sabino, osco e latino, e la lingua dei Siculi (Siculo non è che un sinonimo di Italico, come ha dimostrato il Niebuhr) può sempre considerarsi come la lingua madre dell'odierno dialetto siciliano. Il lungo e splendido dominio degli Elleni nell'isola vi diffuse la lingua greca come lingua letteraria, senza distruggere però l'idioma siculo-italico, e vicino ai canti di Stesicoro e di Teocrito continuano a risuonare i canti popolari dei pastori siculi sui monti come sulle rive del mare. I Romani posero fine all'influenza greca, e trovarono nell'isola un dialetto assai affine alla loro lingua, e che dovettero considerare arcaico, e che durante la loro secolare dominazione dovettero latinizzare, come già avevano fatto con la lingua etrusca. La stessa discendenza da una stessa razza e da una stessa lingua materna avvinse strettamente la Sicilia all'italia, come ad una grande patria comune, e tutte le conquiste posteriori non riuscirono che a staccare solo politicamente la Sicilia dall'Italia. Dopo che l'Impero Romano passò nelle mani di Bisanzio, il popolo siciliano si mantenne fedele al suo idioma italico, e la cultura e la lingua greca che, dopo una lunga interruzione, rientrava di nuovo nell'isola, potè impadronirsi solo del culto.
Ancora più notevole è la resistenza vittoriosa che l'idioma dell'isola oppose alla lingua araba; difatti, durante una dominazione di duecento anni, i Maomettani non riuscirono nè ad estirpare il linguaggio, nè a soffocare il cristianesimo. Gli Arabi rimasero stranieri nell'isola, e il dialetto siciliano si perpetuò anche senza l'aiuto di monumenti scritti. Gli Arabi accettarono anzi i nomi più usitati di luoghi, fiumi e montagne, mentre i Siciliani, come gli Italiani in generale, presero da loro solamente alcune espressioni. Così sono parole arabe: dugana, maremma, giarra, bagaredda, sciarra, zzammara, zibibbu, arcova, ecc... Appena i Normanni conquistarono la Sicilia, la lingua araba disparve dall'isola. E gli stessi Normanni trovarono un linguaggio popolare così vivente e così armonioso, che non si provarono nemmeno di far prevalere il loro proprio normanno-francese; perfino nella Corte ben presto dominò il siciliano; e fu sotto la loro protezione che i poeti siciliani poterono per la prima volta lasciare scritti i loro versi.
Con questi fatti e storicamente con il poeta Ciullo d'Alcamo comincia la storia del dialetto siciliano, ed il suo sviluppo si può seguire fino ai nostri giorni su documenti scritti. L'ardente patriottismo dei Siciliani, così ben fondato sulla loro grande ed antica cultura, e così spiegabile per la posizione insulare della loro bella terra, ancor oggi si rifiuta di considerare l'idioma siciliano come un dialetto dell'italiano. Esso è una lingua propria e originale, se non proprio la lingua madre dell'italiano. I Siciliani non hanno dimenticato ciò che Dante ha detto nel suo trattato sulla lingua volgare, cioè, che tutto quanto gli Italiani composero in volgare deve essere detto siciliano e dovrà esserlo anche pel futuro. Quest'opinione di Dante non si è avverata, perchè la lingua toscana ha dato il suo nome all'idioma letterario italiano, ed il siciliano non ha conservato che la gloria di aver forniti i primi saggi poetici scritti.
Io sono pronto ad ammettere col Vigo che una tradizione assai vivace si sia mantenuta dall'antico siculo all'odierno siciliano, appunto come le radici dell'odierno italiano possono ricercarsi nella lingua che si parlava nella Sabina e nel Lazio, ancora prima che Roma dominasse l'Umbria; ma ciò non toglie che il siciliano, anche ai tempi di Ciullo e di Federigo, non sia in rapporto al latino che una lingua volgare, perchè il latino ha un tempo modificato l'antico siculo, così come ha modificato tutti gli altri idiomi regionali d'Italia. Nel secolo xii, mentre non vi era ancora una universale lingua italiana consacrata dalla cultura e dagli autori, all'infuori del latino, la lingua si spezzava in tante forme diverse quante erano le provincie; ogni forma conservando naturalmente le antiche radici italiche, ma tutte anche assumendo i caratteri che dava loro l'antica e nuova corruzione del latino. Il siciliano non era che una di queste forme, e da quel tempo più vicina alle altre forme che non sia ora, perchè dopo molti secoli di poca cultura il siciliano si è guastato, ed oggi è molto diverso da quello adoperato dai poeti dei secoli XII e XIII. E pure anche oggi il dialetto siciliano ha molte somiglianze con quello dei Napoletani, dei Còrsi e dei Sardi, ed anche qui, nel centro dell'antico Lazio, a Genazzano presso Palestrina, dove scrivo queste pagine, ascolto ogni giorno voci da me trovate nei canti popolari siciliani. Anche qui, in molte parole la lettera r viene posposta, così che anche qui si dice crapa e non capra, e Capranica, il vicino nido di roccie, viene chiamato Crapanica.[2] Invece di Clorinda qui si dice Crolinda e Craudia invece di Claudia, e così si dice andare a balle (valle), e invece di padre mio, patremo, come a Napoli ed in Sicilia, invece di questo e esso, quisto ed isso; invece di so, sacciu. E, come in Sicilia, anche qui l'nd dei gerundi e dei sostantivi si muta nel doppio n (vivenno, campanno, granne, banno e munno). Perfino le stesse forme barbariche in ora ed ara del latino corrotto, che io ho trovato così spesso nei documenti romani del IX, X e XI secolo, ritrovo ora qui in questo dialetto, come in Sicilia. In quel tempo i notai scrivevano ed il popolo diceva fundora come plurale di fundus, censora (da census), arcora (da arcus), bandora (da bandus); in una scrittura del secolo X ho trovato perfino l'accusativo domoras da domus. Questi barbarismi, che si leggono ancora nella cronaca di Giovanni Villani, erano in uso nel popolo da tempi antichissimi, perchè il popolo prende volentieri quelle desinenze che piacciono all'orecchio.
Erra quindi il Vigo quando fa derivare il siciliano ficora (plurale di ficus) dal figuier; i Siciliani formano oggi il plurale in modo analogo a quell'antico linguaggio volgare: ramira (da ramus), ficara (da ficus), e così nomira, loghira, ronura, ortura. Anche qui a Genazzano, 37 miglia lontano da Roma, sento tutti i giorni dire come a Messina le ficara e le ramora; e pochi giorni fa mentre andavo verso l'antica Norma nei monti Volsci, mi divertii a far parlare un ragazzo che mi accompagnava, ed oltre le parole già citate gli intesi dire, proprio come un siciliano, marmora invece di marmi.
In generale si può dire che tutti i dialetti d'Italia hanno una stessa base fondamentale. Se il poeta sardo don Gavino Pes canta:
Li dì, l'ori, e l'istanti
Chi viè possu; cun sinzeru amori
Offeru a chist'Amanti,
Chi da l'omu nò vò sinnò lu cori.