L'ardore sciroccale nella valle ci dava le vertigini, e noi desideravamo ardentemente un ristoro, il sorso rinfrescante di un sorbetto, ma nulla si vedeva intorno. Due volte ci fermammo in un gruppo di case di campagna, dove abitavano dei maniscalchi, che ferrarono i cavalli. Il paesaggio diviene più importante e più pittoresco a metà strada fra Palermo e Girgenti; alti pini e cipressi e potenti carrubi rompono la monotonia che ci aveva presi e corriamo silenziosi all'apparire della luna siciliana. Chi può descrivere una simile notte di luna in un tale caos omerico, ove non si ode altro che il passo dei muli e qua e là l'elegia dell'uccello di Minerva? Andavamo così sul nudo monte, verso le miniere di Lercara.

Dalla piccola Lercara la strada va verso Palermo e si può servirsi della posta. Io cavalcai di buon mattino, mentre il mio compagno, essendosi ammalato, proseguiva in carrozza. Il giorno era chiaro e meravigliosamente bello. Dopo Belle Fratte e oltrepassato il ruinato castello di Palazzo Adriano verso Misilmeri, pervenni alla bella dimora del cortese Campo. L'eccellente mulattiere mi accolse in casa sua con sorbetti, mi caricò sulla bestia una cesta dell'uva più bella, che aveva còlta dal giardino del principe Buongiorno e mi lasciò in compagnia de' suoi figli, coi quali feci le nove miglia che mi dividevano da Palermo. Una buona strada porta attraverso i lussureggianti dintorni della città, lungo la campagna fiorita, i cui giardini d'aranci raggiungono il vecchio Panormus.


I canti popolari siciliani.


I canti popolari siciliani.

I canti popolari della bella Sicilia, nel dialetto dell'isola, dall'antica Siracusa, da Agrigento, dalla spiaggia ricca di palme di Selino, da Palermo, dal fabuloso Etna, sono rarità preziose e misteriose che noi salutiamo di gran cuore. E li abbiamo ricevuti raccolti da Leonardo Vigo,[1] insieme con quelli toscani raccolti dal Tigri, perchè tutti e due i libri sono apparsi in questi ultimi anni. Ciò che le campagne d'Italia producono di prezioso appare raccolto in queste foreste vergini della canzone e trasmutato in fiorite immagini di poesia. È necessario leggere tutte e due le raccolte per apprezzare i grandi doni di cui è fornita questa Nazione, che appunto ora è agitata di nuovo da un così profondo movimento politico; bisogna scendere nelle genuine regioni del popolo che, non ostante la demoralizzazione dello stato politico ed amministrativo, ha saputo dettare le bellezze di questi canti, per amare gli Italiani come meritano. Si devono abbandonare le città e rifugiarsi nelle campagne, si deve cercare il popolo, non nelle grandi strade, ma nelle montagne senza strade, dove esso lavora e canta, per farsi un concetto esatto delle sue belle qualità. La musa popolare di questo paese, con simili rami fioriti nelle mani, è capace di disarmare l'odio più feroce di anime nemiche. Ed è principalmente bene che il suo canto innocente abbia visto la luce appunto oggi che essa, mite come la cicala d'Anacreonte, canta le sue belle canzoni in mezzo al tuonar del cannone ed agli schiamazzi dei partiti.

Poichè i Siciliani hanno pubblicato le loro canzoni contemporaneamente con i Toscani, ci viene offerto il destro di fare degli interessantissimi paralleli; e questo simultaneo apparire delle gemme più preziose tra le canzoni d'Italia può essere considerato come un felice avvenimento per la storia della poesia. Ciò che è cresciuto nella dolce e leggiadra Toscana, come potrebbe essere diverso dalla graziosa e ben formata lingua e dal bene sviluppato senso d'arte dei Toscani? Noi troviamo nella raccolta del Tigri solamente ciò che vi abbiamo cercato, e la nostra fondata aspettativa non viene sorpassata. Ma il concetto che noi abbiamo della poesia popolare siciliana si fonda più su quello che non sappiamo che su quello che sappiamo. Il dialetto toscano è il più puro d'Italia; il siciliano è oscuro spesso agli Italiani stessi. La letteratura, le condizioni e le città della Toscana ci sono ben note, ma la remota Sicilia è rimasta ancora molto misteriosa per noi. Il solo nome di Sicilia eccita la fantasia anche di chi non ha veduto con gli occhi questo paradiso divenuto selvaggio. L'immagine delle sue bellezze ha per noi qualche cosa di mistico, nè la parola dei poeti, nè il pennello dei pittori possono rappresentarci un paesaggio siciliano. Che carattere avranno quindi i canti che, non modellati da mani colte, sono sorti spontaneamente dagli elementi di quella natura meridionale ed incantevole?

L'Italia del Nord e la Toscana si sentono fiere di tutta la fioritura medioevale. Sul Lazio brilla ancora l'inestinguibile splendore della grande Roma e del canto di Virgilio. A Napoli comincia quel soffio ellenico che dà a tutta l'Italia meridionale quella sua atmosfera incantevole. La Sicilia è tutta pervasa da quel soffio. La musa latina vi entra solo come ospite straniera; ma la musa dell'Ellade ci saluta con gli antichissimi canti mistici e con i nomi di Stesicoro, Teocrito ed anche con quelli di Pindaro e di Eschilo. Ai ricordi ellenici si uniscono i punici, e si respira l'aria della vicina Cartagine. Uno spirito bizantino viene dall'Oriente, e poco dopo l'orientale poesia degli Arabi, che così a lungo regnarono nell'isola. Un'altra corrente di cultura si precipita dal Nord e trasporta in terra di Sicilia il romanticismo della cavalleria normanna e del grande periodo svevo della nostra patria tedesca. Poi segue il dominio degli Aragona e di Spagna: e così si incontrano e si fondono in quest'isola unica i più diversi caratteri della cultura mondiale: Grecia, Roma, Cartagine, Bisanzio, Bagdad, Germania, Francia, Spagna e Napoli. E tutti questi paesi hanno lasciato qui la loro orma, ed hanno creato questa straordinaria natura siciliana.