Vi serve da fonte battesimale il famoso sarcofago, i cui bassorilievi rappresentano delle scene della Fedra di Euripide. I musei romani sono ricchi di sarcofaghi degni di nota, però generalmente i loro bassorilievi, fatti nel tempo post-ellenico curano più il contenuto di ciò che viene rappresentato, che la bellezza dell'esecuzione.
Invece nel sarcofago di Agrigento lo scultore gareggia col poeta, e difficilmente si sarebbe potuto rappresentare con maggior commozione la scena della tragedia nella quale Fedra cade in deliquio.
È nota la predilezione dei Siciliani per Euripide, i cui versi bastavano per fare andare in estasi i Siracusani, e dopo la sconfitta di Nicia molti prigionieri ateniesi ebbero la libertà, perchè declamavano quei versi.
Si deve aggiungere che questo sarcofago è opera d'arte siciliana. Il valore dei rilievi dal punto di vista artistico è ineguale; sembra che l'anima dell'artista non sia stata divisa egualmente in ogni parte. Come in pochi altri sarcofaghi, l'azione qui è rappresentata in una successione bene sviluppata; comincia con la caccia d'Ippolito, sulla quale anche Euripide fonda l'odio di Venere. Il bel garzone è a cavallo con la lancia confitta nel cignale attorniato dai cani. Tre altri cacciatori vi partecipano con mazza, spiedo e pietre. Un quarto trascina un cane. Tra i fogliami si osserva il cactus siciliano (fico d'India). Segue la seconda scena sul lato minore destro, culmine e anima di tutto, con un rilievo della massima bellezza e leggiadria. Vi è Fedra seduta sulla sedia, di classico aspetto, d'espressione ideale; la balia è dietro di lei che la copre; un'ancella tiene abbassato il suo braccio destro, il sinistro fa atto d'impedire ad Eros, mentre questi punta la sua arma.
L'artista ha espresso magistralmente la causa del malanno, l'affanno d'amore e la lotta morale nell'animo di Fedra, il cui ritratto è il più splendido come riuscì ad Euripide, e dove egli diventò lirico come Calderon. Giovani donne, dal bello aspetto, tengono delle cetre davanti agli ammalati d'amore: e anche questo motivo è assai bello; le figure però sono semplici e dure come quelle simili degli antichi affreschi. Benchè sianvi riuniti molti contrasti, Fedra illanguidita, le donne che la servono nella sua follia, la vecchia balia, le giovani suonatrici di cetra, hanno tutti una drammatica fierezza.
Assai piacente è il corteggio delle Grazie melanconiche all'apparire di Fedra. È il poema più commovente della potenza di Eros, e la composizione di questo rilievo si può mettere al paro di quelli che possediamo a Pompei.
La terza scena mostra, sul lato esterno, Ippolito con la lancia in mano, gli amici con cavalli e cani ai lati, il capo mestamente chino, mentre la balia gli fa noto l'amore della matrigna. La fine è completata sull'ultima parte laterale: Ippolito giace al suolo precipitato dalla biga, mentre il guidatore cerca di frenare i cavalli; il mostro nettuniano, immoto, è accennato leggermente di dietro. Molte teste e figure in quest'opera magistrale sono guastate grandemente; nell'insieme però la scultura è conservata piuttosto bene. Fra i brutti quadri che pendono nella cattedrale, rendendo percettibile la mitologia da lazzaretto del cristianesimo, questo antico sarcofago sta come straniero, di un altro mondo, mentre si celebra il trionfo silenzioso del genio greco sul cristianesimo.
Chiudo con esso questi frammenti di Agrigento. Gettai sguardi lontani sulla riva del mare, e sarei volentieri andato verso le coste meridionali, verso Noto; però avevo toccata la meta e tornai a Palermo attraversando l'isola in due giorni di marcia.
Oltrepassammo Aragona, dove si erge un magnifico castello baronale. Dietro sta Comitini con le inesauribili miniere di zolfo. Ci vennero incontro molti muli carichi di zolfo. I pezzi di un bellissimo giallo e di forma regolarmente quadrata son belli a vedere. Ovunque sulla strada zolfo rotto e calpestato, e qua e là nei monti spesse colonne di fumo proveniente dalle miniere, e che riempiono l'aria di odor di zolfo; si sente fisicamente che si è nell'isola dell'Etna. La sua maggiore industria e la vera sorgente di vita delle impoverite terre siciliane è solo lo zolfo, che in grande quantità viene esportato in Inghilterra.
Attraversammo diverse volte il fiume S. Pietro che si getta nel Platani. Serpeggia variamente attraverso una melanconica valle rupestre e si getta in silenziosi campi sui quali pascolano i buoi rossi; nessun ponte passa su di esso. Mi piacque guardarlo tante volte: Giuseppe Campo assicura con certezza matematica che l'abbiamo passato trentasei volte.