Eccone la traduzione italiana:.
Aiutatemi a sciogliere questa matassa
Confesso il mio debole e non mi occulto,
A miei figli cominciò ad ardere il mecco,
Ognuno si vuol buscare il suo astuccio:
Voglion campar le femmine, brutto impiccio.
Ed esse addiventano come le lumache,
E quando poi faranno i picciolini.
Ci spartiremo la fame in tutti in tutti.
Oltre queste colonie longobarde, vi sono poi quelle albanesi anch'esse molto notevoli, che da oltre quattrocento anni conservano il loro idioma ed il loro culto greco. Dopo la caduta dell'Epiro nelle mani dei Turchi, molti compagni del celebre Giorgio Castriota Scanderberg si rifugiarono in Italia, alcuni stabilendosi in Calabria, altri accolti in Sicilia da Ferdinando il Cattolico. Quei di Sicilia vi giunsero nel 1482 sotto la guida del loro capitano Giorgio Mirsgi, e presero dimora a Palazzo Adriano. Poco dopo ne giunsero altri e si fermarono nelle vicinanze di Palermo, dove occuparono i feudi dell'arcivescovo di Monreale, Merco e Aidingli che da allora prese il nome di Piano de' Greci. Oggi gli Albanesi di Sicilia sono circa diecimila ed abitano Mezzojuso, Contessa, Piana e Palazzo Adriano. Qui, oltre la loro lingua nazionale albanese, parlano anche greco, e così la lingua di Eschilo, di Pindaro e di Platone un tempo nazionale dell'isola, poi per lungo tempo abbandonata per rifiorire brevemente sotto i Bizantini, torna per la terza volta a risuonare in Sicilia, e questa volta per opera di gente che aveva perduta la sua patria. Queste piccole colonie, vicine alle rovine degli antichi tempi, fanno ripensare al periodo glorioso in cui gli Elleni fondarono le splendide città di Siracusa, Agrigento, Selinunte e tante altre. Il loro rito è bizantino, e fa quindi ripensare a quel periodo certamente non glorioso in cui gli imperatori bizantini governarono, o meglio oppressero l'isola, fino a che se ne impadronirono i Saraceni e due secoli dopo i Normanni che latinizzarono il culto. Il vescovo greco degli Albanesi risiede in Palermo e nel vescovado v'è pure un collegio o seminario greco, da cui sono usciti degli ellenisti di valore tra i quali Crispi. A questo semplice istituto si riducono ora le antiche scuole di sofisti e di filosofi nella patria di Gorgia e di Empedocle. Il greco naturalmente è, per gli Albanesi, solo l'idioma del culto e della scienza. Il linguaggio di cui si servono tra loro e nel quale compongono le loro canzoni e le loro apostrofi alla patria è ben diverso. Il Vigo afferma che fino a poco tempo fa era loro costume ogni anno al 24 giugno (forse il giorno in cui lasciarono la patria) di riunirsi sul Monte delle Rose ed al sorgere del sole di cantare, rivolti verso l'oriente, un lamento, di cui ecco il ritornello: