O' ebúcura Morée

Cù cuur të glieë néngh të peë.

Ati cám ù zootintát,

Ati cám ù mëmën t'i me,

Ati cám ú t'im vëlua.

O ébúcura Morée,

Cù cuur të glieë néngh të peë.

Il lettore che non ha mai inteso parlare albanese, può, da questo saggio, vedere come questa lingua non abbia alcuna affinità con le altre lingue conosciute. Essa infatti rappresenta un problema tra le lingue vive, come l'etrusco lo è tra le lingue morte. Il dotto linguista monsignor Crispi nella sua introduzione alla piccola raccolta di canzoni popolari siculo-albanesi da lui inserita nel libro del Vigo, dice: «L'albanese è così antico che si può considerare come una lingua originaria cui somiglia per meccanismo e per suono. Difatti somiglia alla caldea ed alla ebraica ed è intimamente legata alla frigia, alla pelasgica, all'antica macedonica e alla primitiva eolica. La sua maggiore gloria è appunto quella di essere una delle lingue originarie da cui è sorta la divina lingua degli Elleni. Ma quantunque questa lingua sia così vetusta, e quantunque possa considerarsi come un fenomeno assai raro che essa si sia mantenuta sempre viva nella bocca del popolo, pure essa ha avuto pochissimi scrittori e quindi non ha mai acquistato un carattere letterario». Se la cosa è veramente così che la lingua degli Albanesi sia la lingua originaria dell'Ellade, e, se nel dialetto siciliano si possono trovare ancora le tracce dell'antica lingua originaria sicula ed italica, allora in Sicilia sarebbe avvenuto uno strano riavvicinamento tra le lingue affini che furono originarie del greco e del latino. L'alfabeto originario degli Albanesi era il fenicio; ma ora essi si servono, e già da lungo tempo, dei caratteri greci, e, nella propaganda che fanno a Roma ed in Sicilia, dei caratteri latini. E con questo monsignor Crispi ha aggiunto alla raccolta del Vigo 17 canzoni e due canti spirituali, dandone a lato la traduzione italiana. Non trovo in queste canzoni speciali caratteristiche di bellezza, sono molto lontane dalle celebri antiche canzoni popolari dell'Epiro e della Grecia, nel tono e per la forma somigliano più alle ballate serbe; pure qua e là hanno un'intonazione particolare, per qualche accenno di carattere siciliano o napolitano.

Occupiamoci ora della poesia popolare siciliana genuina. Nella introduzione alla mia traduzione in tedesco di alcune poesie di Giovanni Meli, ho gettato uno sguardo sulla poesia siciliana dai tempi di Ciullo fino a quelli di Meli, ma senza occuparmi della poesia popolare. Difatti i noti poeti siciliani come don Antonio Viniziano, il marchese Rao, Vitale da Gangi, Giovanni Meli, Domenico Tempio e Ignazio Scimonelli sono poeti letterati, quantunque essi abbiano scritto in quello stesso idioma nel quale il popolo anonimo compone le sue belle canzoni. Solamente il celebre Pietro Fullone di Palermo, vissuto ne primi anni del secolo XVII e le di cui innumerevoli poesie hanno avuto una diffusione enorme in tutta l'isola, può considerarsi come un vero poeta popolare e il caposcuola della poesia rustica di Sicilia. Egli stesso appartiene al popolo, perchè era un povero tagliatore di pietra che lavorava nelle reali galere. Nella sua facilità quasi senza esempio d'improvvisatore in ogni genere di componimenti, sacri, profani, erotici, epici e satirici, si ha un'espressione personale del carattere, naturalmente poetico del popolo siciliano; pure la sua vena era così ricca che dopo di lui (morì il 22 marzo 1670) nessuno lo potè mai uguagliare. Tuttavia vi sono sempre nel popolo dei poeti i nomi dei quali vengono tramandati e che fanno stampare in fogli volanti le loro poesie di occasione. Il Vigo, che a questa classe di poeti ha rivolto tutto il suo amore e tutta la sua attenzione cita come viventi e specialmente degni di lode, Alaimo, Adelfio e La Sala da Palermo. Il primo di questi tre fa lo zappatore, e si è reso celebre per una ricca vena satirica. Il Vigo lo chiama il Salvator Rosa della poesia rustica; Stefano la Sala poi ne è, sempre secondo il Vigo, l'Ariosto. Questo poeta vive poveramente in Palermo, fabbricando chiodi; il Vigo lo conobbe nel 1845, quando egli faceva stampare le sue poesie col suo ritratto e con una litografia rappresentante il suo mestiere. Ma il popolo gli ordina solo delle canzoni e non del lavoro, così che la fabbrica del povero La Sala non vuol prosperare.

Assai notevole è ciò che il Vigo dice sull'accademia poetica dei mendicanti ciechi di Palermo, e che da sola basta a provare lo straordinario senso poetico dei Siciliani. In tutta la Sicilia i ciechi esercitano l'arte della musica e del canto, l'innumerevole quantità di tabernacoli e di cappelle dove si venerano immagini sacre, le novene del santo protettore, il Natale, le feste di S. Giuseppe, di Maria e di S. Rosalia, la settimana santa, i venerdì di marzo, e poi le nozze conspicue, il carnevale, ecc. dànno moltissimo da fare ai ciechi. Si vedono andare da un capo all'altro di Palermo, guidati da un ragazzino e cantare sul violino e sulla ghitarra le laudi in onore dei santi, canzoni d'amore, di gelosia e d'odio, o storie di banditi come Testalonga, Fra Diavolo, Tabbuso, Zuzza. Essi sono così occupati che è possibile averli solo dopo averli chiamati in precedenza. A Palermo hanno formato una vera e propria accademia con relativi statuti.