La interessante storia di questa scuola di ciechi trovatori è la seguente. Nel 1661 i ciechi di quella città si riunirono e ricevettero l'autorizzazione di organizzarsi in congregazione, alla quale alcuni cittadini pietosi donarono una rendita annua di 42 once. Nel 1690 il generale dei gesuiti Tirso Gonzales concesse loro come luogo di riunione l'atrio della casa dei professi; concessione di cui godono ancora oggi. Quando l'ordine dei gesuiti fu soppresso, i ciechi continuarono a godere l'uso di quel locale. I gesuiti tornarono poco dopo ed il re donò loro la terza parte delle entrate di tutte le congregazioni che si radunavano nella casa dei professi.
I poveri ciechi cominciarono da allora e continuano ancora a lamentarsi che l'ordine di Gesù abbia tolto loro tutte le rendite, ed intentarono anche un processo che di tanto in tanto rinnovano con qualche atto per non far prescrivere il loro diritto. Finalmente nel 1815 Ferdinando III si piegò alle loro continue lamentele e concesse loro una rendita annua di 14 once da prelevarsi sulla sede vacante vescovile. Ma i ciechi continuano più ostinati degli Illuminati a lottare contro la Compagnia di Gesù. I gesuiti volevano cacciarli dalla casa dei professi, i ciechi non volevano cedere, fondandosi sui documenti che possedevano, ma che non potevano leggere nè vedere. Mentre il duca di Laurenzana governava la Sicilia, essi ottennero un ordine ministeriale che li manteneva nella casa dei professi. I ciechi chiusero questo decreto così importante per loro in un forziere munito di tre chiavi e il Vigo racconta che lo conservavano con tanta gelosa cura, da non permettere nemmeno a lui, che pure era un loro benefattore, di esaminarlo, per paura che egli potesse essere un emissario dei gesuiti. E così i ciechi hanno sconfitto l'ordine di Gesù, un trionfo assai importante e commovente di Orfeo diventato cieco e mendicante contro il potentissimo generale Ignazio Loyola.
La Congregazione si compone di trenta membri, tutti suonatori e cantori. Alcuni sono compositori di nuove rime (trovatori) altri rapsodi che quelle rime cantano e diffondono. Essi si obbligano di non cantare nelle case di piacere, nè di portare in giro per le strade poesie profane; recitano inoltre ogni giorno il rosario, ed ogni anno al 2 novembre pagano 10 grani per la commemorazione dei ciechi defunti, ed un tarì per la festa dell'Immacolata l'8 dicembre. Hanno inoltre un cappellano che dice loro la messa ogni mattina, ed un gesuita presso il quale si confessano il primo giovedì di ogni mese, ed al quale devono far leggere le loro poesie per la censura. Hanno poi degli impiegati propri, un superiore, due aggiunti e sei consultori. Fieri della loro associazione, si vantano d'essere soci della Congregazione di S. Maria Maddalena in Roma, ed il loro misterioso forziere racchiude anche un breve del vescovo Mormile, nel quale è concessa un'indulgenza di 40 giorni a chiunque fa cantare una poesia ad un cieco. Ogni socio era tenuto un tempo di presentare ogni 8 dicembre, una nuova poesia in lode della Madonna; ma ora questa usanza è andata scomparendo. Se si assiste ad una loro riunione, commuove vedere questi infelici sedere in circolo come tanti Omeri, pieni di ardente zelo, cantare uno dopo l'altro le loro nuove composizioni, accolte sempre da un caldo applauso di tutti i camerati, mentre i ragazzi che fanno loro da guida si riposano del loro servizio, seduti per terra in un angolo e si divertono a qualche giuoco infantile.
Questa è la pittura che il Vigo ci offre dell'accademia dei ciechi di Palermo, un interessantissimo quadro della vita del popolo, pel quale dobbiamo essere assai riconoscenti all'autore. Ogni lettore correrà con la mente a quelle noiose e pretenziose accademie, che ancora fioriscono in tutte le città d'Italia e dove signori e dame recitano i loro sonetti faticosi, proprio come al tempo del Marini. E pure sarebbe difficile trovare un solo poeta che senta così santamente la poesia come quelli di Palermo. Io non conosco nessun verso di questi poveri cantori, perchè il Vigo non ne ha riportato nessuno, ma comunque essi sieno, e per quanto aspro sia il loro archetto, pure io credo che le Muse ascoltino questi ciechi maestri con un tranquillo sorriso, e che talvolta si degnino anche di mandar loro una buona rima ed un buon concetto.
Durante la mia permanenza in Sicilia ho avuto spesso l'occasione di ascoltare qualche improvvisatore o qualche rapsode che nella strada, circondato da un cerchio di persone attente, narra qualche storia cavalleresca o qualche novella. Sono anche questi uomini assai strani, ciechi o gobbi, e mi ricordo specialmente di uno in Catania, il quale gesticolava con una mazza nelle mani, ed appena narrava di un combattimento tra cavalieri, la mazza cominciava a fare dei terribili mulinelli per l'aria; ed in quei momenti rassomigliava assai al cosidetto Esopo della villa Albani a Roma. Quando si è notata la serietà e l'avidità con cui il popolo sta ad ascoltare questi improvvisatori, non fa più meraviglia che l'isola formicoli di canzoni e di ballate. In tutta la Sicilia è celebre la pietra della poesia. Si trova a Mineo e il Vigo dice: «È una credenza popolare che per diventare poeta, bisogna andare a Mineo e baciare la pietra della poesia». Se qualche mio compatriota, trovandosi in Sicilia, vuole anch'egli farne la prova, vada a Mineo, contrada Camuti, e nella villa di Paolo Maura troverà la pietra della poesia. Tuttavia chi dà questo bacio, non col cuore puro, torna indietro da Mineo con così poco estro poetico come se tornasse da Abdera[3]. È strano che anche gli Irlandesi abbiano una tradizione simile; difatti essi dicono lo stesso della pietra di Blarney; chi la bacia diventa eloquente.
Nessun popolo, compreso il napoletano, possiede una così spiccata attitudine per l'improvvisazione, come il siciliano. Quando siede dinanzi ad un bicchiere di vino, la sua gioia si manifesta in rima senza nessuno sforzo.
Di questo talento ha dato una prova Giovanni Meli nel suo Ditirambo che io ho tradotto. A nessuna delle loro feste, di qualunque genere siano, mancano i poeti popolari. «Ognuno canta per sè» dice il Vigo, «come gli antichi trovatori, ed è seguito da una folla di popolo che lo applaude e lo paga fino a che la gara dei cantori e degli ascoltatori infiamma la tenzone. I poeti si raccolgono sotto l'ombra di un albero, o in una taverna e prima di dar principio alla lotta, tentano di investigarsi a vicenda per conoscere le forze avversarie. La prosa è bandita, si salutano e si provocano in versi, poi si attribuiscono i temi per l'improvvisazione. Il vinto viene fischiato e cacciato via, mentre il vincitore continua a cantare allegramente ed a strimpellare la sua ghitarra. Ma la fine abituale di queste tenzoni è che il vinto si slancia come un dannato sul vincitore, e solo l'intervento di qualche prete che accorre al frastuono, riesce a separare i contendenti». Il Vigo racconta di aver assistito a Palermo ad una tenzone pacifica il giorno di S. Giovanni: «Erano radunati da cinque a seimila spettatori per aspettare il mezzogiorno, ora in cui l'immagine del santo viene portata fuori della Chiesa e collocata nel mezzo della piazza. Ecco che nella macchina preparata per accogliere il santo salgono cinque poeti, Antonio Russo, un ragazzo condotto da suo padre, un fabbro, Giovanni Pagano, il ciabattino Andrea Pappalardo e il contadino Salvatore da Misterbianco. Uno dopo l'altro cantano le virtù ed i miracoli di S. Giovanni e poi comincia la tenzone. Tutti si servivano dell'ottava siciliana; meno Pappalardo che componeva sestine con due rime piane in fondo. Tutti e cinque erano assai bravi ed ardenti, ma il fabbro superava tutti gli altri. Nessuno sa, continua il Vigo, da quanto tempo vige l'uso di queste tenzoni, quello che è certo è che sono antichissime, e che meritano tutto l'incoraggiamento possibile, perchè non solo sono di grande utilità, ma anche perchè fanno ripensare alle nobili tradizioni dell'epoca greca».
La straordinaria facilità degli Italiani e dei Siciliani d'improvvisare, viene mantenuta desta per mezzo di forme tradizionali con le quali poetano. Presso i popoli che non hanno ritmi universalmente noti ed adoperati, l'improvvisare è molto più difficile, perchè c'è maggiore sforzo individuale. Il popolo italiano possiede fin dall'antichità le sue ben determinate forme ritmiche. Quasi da per tutto, in Toscana, nel Lazio, a Napoli e in Sicilia specialmente viene adoperata l'ottava; difatti tutta la voluminosa raccolta del Vigo non contiene, salvo poche eccezioni, che ottave, nelle quali vengono espressi gli stati d'animo più differenti. L'ottava, così come è stata adottata dai Siciliani, ha le rime che si incrociano quattro volte, mentre nell'ottava toscana, tanto in quella popolare, quanto in quella letteraria adoperata dall'Ariosto e dal Tasso, le rime s'incrociano solo tre volte di modo che gli ultimi due versi rimano tra loro. L'ottava siciliana ama l'assonanza, così che spesso anche le quattro rime contrastanti, modificate solo con qualche leggero cambiamento, si avvicinano alle altre quattro, per esempio usi-asa, etu-atu, uppa-appa. Ciò dà una grande dolcezza musicale e il Vigo cita come modello la seguente ottava:
Susiti, amanti mia, susiti susi.
'Ntra ssu lettu d'amuri 'un arriposi;