E d'un tratto volgendosi dalla grata, proruppe lo schiavo: «Come s'è fatta afosa l'aria! come ansa colà il monte impetuoso, vomitando dal cratere nugoli di fumo! Sembrano le aure imbevute di zolfo; a me duole il capo per queste emanazioni che si diffondono all'intorno. Guarda, il sole è al tramonto, si fa tardi: domattina, o ospite amico, io verrò a trovarti presso il mare e ti porterò la novella della liberazione».
A ciò quegli: «Hai fatto bene a richiamarmi, poichè da molto indugiavo. Arrivederci; tutto riesca secondo il tuo desiderio, o mirabile giovane: possa il giorno vegnente essere per te la festa della liberazione!» — Così disse il commerciante, fe' cenno col capo e si voltò subito per partire.
Ma Euforione restò nell'officina: era pallido come il marmo, il cuore gli pulsava forte e rapido nel petto. Timido gettò ancora l'alato sguardo nel cortile, si voltò via subito e stette dinanzi l'immagine di Icaro, sinistro, immerso nell'ombra, contemplando il poderoso lavoro. Quindi gli si oscurò sempre più la guancia, e fiammeggiando gli salì negli occhi una collera impetuosa e terribile. «Pazzo, ei gridò, tutto quello che tu ami è troppo lontano, troppo alto per te! E fino alle stelle tu tendi le mani di schiavo! Va' via, sogno celeste! Sia morto il passato, morto per me!» E con impetuosa mano s'avventò alla statua di Icaro, la divelse e guastò; cadde dalle spalle il maestoso capo, ruzzolando su pei piedi i gentili tratti del volto tristemente deformi; frusciando cadde giù una delle ali, giù dall'alto stramazzò la spalla e il braccio e il ferro che lo sosteneva. — Ad un tratto come sbigottito Euforione rattenne la mano furente, gli s'inorridì lo sguardo, alla vista di quel figliuolo di Dedalo così bruttamente mutilato, frantumato nelle sue forme fiorenti, dal tronco grigiastro, mentre il capo era lì rigido e raccapricciante sul suolo, quasi che dolente, dallo sguardo interrotto, con profondi sospiri si lamentasse! «Ahimè! come tu, pazzo, hai frantumato nel nulla l'immagine della celeste aspirazione, e come, precipitata dall'alto la tua sacra forza, il sole si spegne nel tuo petto rinnegandoti ogni cosa! Icaro io fui, e tu? ahi! tu ora rimani nella polvere!»
Così stette lungamente il maestro, guardò immoto il confuso disfacimento e dagli occhi cascarono giù amare lagrime a lungo trattenute, come se ne sta un fuggiasco, che il rapido naviglio allontana dal patrio lido, e che, appoggiato all'albero, l'occhio rivolto ancora alla città nativa, contempla le sponde che si disperdono, le azzurre vette che scompaiono, e tutte insieme le figure della perduta felicità. Ma egli guarda lì fermo nei flutti del mare informe e nebbioso e da gli occhi cadono le lagrime della terribile malinconia.
Ascolta! Rimbombò di nuovo il timballo e sempre più vicino echeggiò nel cortile, e risuonò alla finestra il canto del garzone. Ma Euforione si affrettò a coprire con panni la brutta e deforme immagine, e trillando e cantando salì le scale il caro Ion e sorridente entrò per la porta.
«Salute! gridò lieto il garzone, salute a te, il più caro dei mortali! Il padre vuol darti un saggio consiglio per l'opera artistica che Pansa desidera per sè. Oggi si banchetta nella villa presso la sponda del mare e v'interviene anche la sorella con le donne, per godere il fresco refrigerante della sera. E tu non la vedesti ancora, non le hai dato il benvenuto: pure tutti quelli di casa glie lo dettero. Tu solamente siedi racchiuso e muto nella ricca officina tra i bronzi, e quasi tu stesso diventi per me un freddo bronzo. Vuoi vedere la sorella? O che cosa stai meditando? Ognuno la glorifica e tutti complimentano la bella. Anche a te essa porge il suo saluto e mi disse in pari tempo ch'io devo condurti, se lo vuoi, nella villa di sera, perchè ti dica avanti la festa di domani una parola di saluto». E il ragazzo non ascoltò la risposta, ma agile saltò attorno al candelabro ammirando con gioia puerile. «Oh come tutti spalancheranno gli occhi su di te! O carissimo, gridò egli, nessuna parolina avevo io susurrato alla sorella, ed essa mi domandò subito tante cose di questo o di quell'altro. Son sempre con lei e starei sempre ad ascoltare i racconti che sa farmi di Roma; com'è magnifica e grande la città! Essa mi portò anche molti regali, molte cassettine artistiche di oro, di oro fino, e molte vesti di oscura porpora, ciò che tutto io ti mostrerò così com'è conservato nella camera; ed anche il timballo. Ecco, i magnifici sonagli son di oro risuonante, così li hanno anche in Roma i fanciulli, quando danzano la scrosciante ridda nelle feste bacchiche». E lieto rise il garzone e saltellò nell'officina, quindi uscì fuori saltando e cantarellando per la porta spalancata.
Già il sole s'immergeva nelle onde alla roccia di Ponza, che dietro la vetta della verdeggiante isola di Ischia verso ponente emerge azzurrognola dal mare come la corolla del fiore di loto. E ancora un raggio fiammante attraversava l'aperta grata riempiendo del suo roseo lume l'officina e rischiarando il candelabro. E magicamente risplendeva l'opera magnifica, tutte le lampade che pendevano in giro raggiavano di luce.
Euforione intanto guardava pien di mestizia il bel fenomeno, nè, pieno di malinconia, l'opera sua prediletta lo rallegrava, quell'opera che a lui più d'ogni altra avrebbe dovuto piacere. Ma tuttavia si calmò e si addolcì l'impeto dell'animo. D'un attimo gettò sulla spalla la sua sopravveste e uscì fuori dall'officina verso l'aperto, recando nell'animo virile la dolce figura del dolore.
Età felice, quando ancora attorno agli occhi distende il velo il seducente Dio del sogno; scorrono gli anni, la Parca che ronza lo toglie e allora si presenta grave agli occhi il muto Destino. Ma l'amore si diletta dell'impari sorte degli uomini, scocca allegramente la sua freccia e nella notte che incombe soffia le segrete vampe con il battere delle ali dei sogni.