A ciò pieno di cattivo umore rispose l'offeso giovane: «No! tu non comprendi giammai la mia alta e bollente natura, non mai tu intendi il mio desiderio così potentemente alato. S'avvii pure la vecchiaia alla polvere del sepolcro, limiti per bene la zolla del securo intelletto e con ansia d'avaro calcoli la mercede della sua fredda arte che, con la polvere della conoscenza, foggia i dolori terreni e i momentanei piaceri. Ma lo spirito, che le superne Muse infiammarono, deve liberarsi dalla notte greve e dal labirinto della polvere opprimente. L'anima del poeta, attratta dalla luce, alza grida di gioia al cielo ed ei non fa distinzione tra umano e divino. Sulle ali dell'amore s'innalza al sole per accendere pel popolo mortale la sacra fiaccola di Prometeo al raggio della bellezza immortale. Ardito siede tra gli Dei, ardito squarcia il velo di Iside, osservando la ineffabile parvenza divina. Non hai tu mai agognato le alte sfere della bellezza, quando fuor del mondo hai guardato nell'etere scintillante? Non mai quindi nel tremito ti sollevò in alto il petto bramoso? Ah! chi non volerebbe come Icaro, chi non vorrebbe come lui respirare la luce celeste, quand'anche dovesse pagare con la morte l'ebbrezza di tale entusiasmo e la voluttà dei polsi librantisi a volo?»

Allora tranquillo sorrise il vecchio e dolcemente disse: «Assai bella è negli occhi del giovane la fiamma dell'entusiasmo, bella la lagrima del desiderio, nutrita nel profondo del seno per le occulte sorgenti della luce e l'immagine primigenia e velata della vita. Ascolti pure il barcollante mortale il canto delle sfere cullarsi sulla polvere nella comprensione ampia del cosmo, ma sia pur certo che alla fine ei non stringe che un sogno. Perchè noi uomini non siamo posti sull'aereo delle nubi sì da contemplare oziosi le alate danze delle stelle. No! noi stiamo tra l'incombente necessità del sepolcro e la terra nutrice! Aimè! un atomo di luce e un pulviscolo luccicante dell'eterea fiamma dell'anima scintilla nel petto caduco: ma per l'uomo esso è tutto ed un profondo enigma. Come innanzi alla sfinge tebana, così sempre muto innanzi al proprio spirito sosta almanaccando il mortale e vacilla nell'oscuro labirinto del proprio cuore continuamente per un falso, malsicuro e tortuoso sentiero. Guarda un po' Dedalo! quanto poco arrivi a comprendere il saggio! Egli è il padre del lavoro manuale, un secondo Prometeo per l'uomo; compie un'opera buona e possente, quindi si solleva con impeto all'arte divina, qual suo sublime e serio fondatore, e ve lo portano le ali, le ali fabbricate con arte e con sicurezza. Simile a quel maestro anche tu! sì, resta nell'officina di Dedalo! Quel che è bello riesce a pochi, ai più ciò che è buono, il grande è solo di pochissimi. Ben vidi io tanti e tanti precipitare vertiginosamente dall'etereo cammino, così come egli sprofondò nella spalancata voragine per la fiacchezza; ma solo pochissimi vidi cimentarsi a cose audaci, o amico, in quanto seppero modestamente non dare ascolto alle lusinghe del Dio che soffiava nel petto. Perchè sempre ci aleggia dintorno il canto fascinatore delle sirene, traendo ciascuno dal suo proprio cammino oscuro come la notte. Sì! chi ciò potesse, bene per lui! chè non chiamato gli si accosta il Genio a prestargli le sue ali robuste».

Così il vecchio, e tacque; e guardava estatico le sublimi figure, mentre dal cortile echeggiava in pari tempo un giulivo canto e spesso nel canto risuonava il nome melodioso di Ione. Pallida s'era fatta la gota del giovane, mesto il suo sembiante; ma Serapione vide il mutato aspetto e gridò subito: «O strano uomo! se tu fossi libero, ben si slancerebbe lassù, nel cielo, la tua forza. Pur non ti scoraggiare, o amico! orsù e spezza il giogo, perchè di molto è capace la risolutezza».

Ma Euforione si calmò ben presto, indicò il suo candelabro e disse con accento di serietà: «Ben so io che le opere degli uomini sono un olocausto, o vecchio, per implorare dal cielo il riscatto. E in ciò è riposta la mia speranza, che è per me un araldo divino della luce! Arrio è nobile e come un padre mi tratta; pure a lui scorre nelle vene una goccia di sangue ellenico. Una volta un tale gli eseguì nell'officina un lavoro d'un'arte così rara che pien di gioia ei lo mostrò agli ospiti ammirati, e perciò l'onora, concedendogli l'ambita libertà. Di ciò mi ricordai quando creai questo candelabro, perchè io lo espongo quale offerta per la festa del domani». E subito arrossì, affrettando il suo detto.

Serapione allora scrollò il capo: «Indarno tu speri! Arrio riscatta di buon grado tutti gli altri, dei quali può fare a meno, non però te che sei la ghirlanda e il fiore dell'officina, te che ogni città accoglierebbe a braccia aperte. Credimi, Euforione, è tutta mutata l'umanità! Altri tempi, altre esigenze! L'uomo non è più in grado di contemplare il grande, l'ideale e le figure così come incantavano il cuore negli splendidi giorni dell'Ellade. Poichè per lui fiorisce il mondo, un più vago cielo ogni giorno, assai somministra la terra, ed anche il mare che lo circonda offre tesori su tesori; il cittadino accumula preziosi beni. Ecco, ora egli chiama l'artista, che deve arricchirgli ogni giorno di bellezza e prestare nobili forme ai comodi d'una vita agiata. Or tu davvero sei fatto per soddisfare cotesti desideri, o amico. Se tu vedessi Alessandria, la magnifica principessa del mare, tu stesso verresti meco, quale un celeste passeresti dovunque, a te l'oro affluirebbe nel seno, l'amore di parecchie donne avvenenti ti sedurrebbe»; e così guardò in viso allo schiavo con aria interrogatrice e penetrante. Sinistramente muto se ne stava il nobile artista, con una stizza nello sguardo da far meraviglia. E sorridendo con espressione disse il commerciante: «Per domani io disposi la partenza, la nave è stata oggi noleggiata, chè m'invade uno strano timore come se qui s'appressasse la sciagura. L'aria mi mette un brivido d'angoscia e un opprimente raccapriccio del cielo mi paralizza il capo: di notte spesso mi desta un demone improvviso, mostrandomi immagini di fuoco al polo e stelle erranti. Presso il monte si agitano meteore e figure gigantesche, spesso anche ne echeggia come un suono di trombe e di tube rimbombanti. Vieni, come libero ti accolgo e ti salvaguardo alla mia terra».

Oh come scattò il giovane stupito, come gridò allora con collera: «Taci, o vecchio, che non ti dica una parola sconvenevole, pur nell'ira del ribrezzo che tu m'ispiri nel petto. Poichè questa sacra casa è come una patria per me: qui visse Agatarco mio padre, quantunque schiavo forzato; qui l'arte ei mi apprese, e quasi come un figlio mi tenne Arrio fin da quando egli morì. Non mai come uno schiavo, ma come un simile io appaio ai dissimili nella casa, sempre, per la divina arte. Che altri sogghignino, a me solo disgusta questa veste di schiavo che, ohimè! dal padre ereditai! No! non può la stizzita Erinni farmi scappare con ignominiosa fuga. Sì, mi offrissi pure il tesoro delle Indie, io vivo qui più volentieri da schiavo, che da signore nel più deserto paese straniero».

Così diss'egli crucciato e battè sulla spalla all'ospite amico. Ma il vecchio gli strinse ambo le mani e affettuosamente disse: «Bene a te, che alberga nel tuo spirito la virtù anche accanto al Genio. Oh potessi io coi miei propri beni riscattarti, ben volentieri mi addosserei una parte del carico».

Tacciono entrambi, agitando le parole nel petto, appoggiati sulla grata, dove libero innanzi allo sguardo si stendeva il cortile. E colà gli schiavi sulle scale a piuoli sollevavano con sonoro canto la ombrosa ghirlanda, in modo che ben ne ricingesse la porta.

Ascolta! allora risuonò subito nel portone un suono di timballi dolcemente ondulato, e saltò nell'atrio un ragazzo danzando e agitando a battuta gli aurei sonagli del timpano, simile ad un Amore nella sua chioma nera e ricciuta; quindi comparvero delle donne leggiadramente e splendidamente adornate. Ma passò innanzi a loro d'un'andatura maestosa una fanciulla, svelta come l'Ora del maggio, che viene sui campi. Indossava con disinvoltura una veste vaporosamente intessuta di azzurre viole, e di sotto ne traspariva la tunica bianca come neve, strettamente allacciata alle piene forme del corpo. Sulla spalla cadevano le pieghe della veste ch'essa portava con avvenenza e con grazia. E la sua ricca chioma, bruno-dorata come il fiore dell'elicriso, s'intrecciava fittamente e scendeva, sostenuta da nastri scintillanti, dappertutto, sulla fronte e le guance giù fino al collo gentile. Lenta ella camminava e coi neri occhi guardando giù raggiava di leggiadria, come il raggio di luce che abbellisce la sera. Allora le donne che intrecciavano corone e i garzoni nel cortile le sparsero fiori dinanzi, gridando un sonoro: «Salute a te!» A un tratto lanciò uno sguardo alla finestra la fanciulla che s'allontanava, rapida, e disparve nel portico della casa ombrato da colonne.

«Vedi un po', disse il vecchio, vedi Ione, la figlia di Arrio! Niente di più nobile può vantare altrove la bella Pompei. Ma così precipitano i tempi nella corsa che tutto trasforma. Quand'io venni da Arrio negli anni passati a portargli vasi di mirra e stoffa di Tiro, vi vidi tanto spesso quali avvenenti fanciulli e partecipai volentieri ai vostri giuochi. A te era sorella di latte la ragazza, e per ischerzo vi si chiamava nella casa Amore e Psiche. Ma il fanciullo è divenuto un maestro d'arte e come vergine brillante e come superba signora dominatrice torna a casa la fanciulla di allora. A lei tra breve il padre sceglierà uno sposo fra tutti i liberi della città e i primi dei ricchi aspiranti».