Ma in segno di amichevole saluto il giovane gli porse la destra e subito rispose: «Sia il benvenuto, o Serapione, degno ospite ed amico! Solletica forse questo enigma il tuo spirito egiziano? Caro mio, tel dico subito: no! tu non mel compri neanche per tutti i tesori di Ramesse! Molti giorni e molte notti taciturno e paziente ho io vegliato accanto al lavoro e lungamente mi sono io stesso quasi fuso modellando questo bronzo, e con esso ho diviso la mia vita. Ahimè! tutto quello che arreca diletto sembra scaturito unicamente dal piacere; ma il maestro che creò, sedette qui muto sull'opra, incombendo al lavoro, e ne intesserono la varia tela la speranza, il dolore, il desiderio della felicità, la desolante tristezza. Ora ne rendo grazie alle Ore: dall'ondeggiante getto di bronzo mi uscì l'opera perfetta e corrisponde ora pienamente al disegno, piacevole nella sua serietà».

A ciò muto rimase l'Egiziano, contemplando estatico l'immagine meravigliosa, mentre il giovane Elleno dallo sguardo lampeggiante ripigliava: «O vecchio, tu guardi estatico, eppure pressochè estranea mi sembra la forma; essa se ne sta ora lì freddo e irrigidito bronzo senza moto e senza vita, come un prigioniero ed uno schiavo dagli sguardi più strani. Ma essa mi viveva calda e luminosa nel petto infuocato, come l'immagine delle stelle che si disegnano librandosi nel cielo. Son già quattro anni da che meditai questo candelabro, una volta in sul vespro, quando la mia morta madre Serena veleggiò verso Roma insieme con la figlia di Arrio. Ma io sedetti col più profondo dolore sulla riva del mare, seguii con l'occhio la vela, finchè l'allontanantesi nave disparve in un crepuscolo di porpora. Allora vidi lassù nel cielo la sacra costellazione di Orione fiammeggiare sugli ansanti flutti; come agitato da un nume stavo allora a guardare la zona delle stelle celesti, quando mi si presentò al cuore la figura di questo candelabro e l'immagine delle lampade. Tutto ciò come in uno specchio mi rifletterono nell'anima le carezzevoli stelle, ma dormì la mia opera e soltanto ora l'ho finita».

«Davvero, replicò il vecchio, fu allora la tua buona sorte a fornirtela: oh te beato, nel cui cuore albergano le Grazie!»

«Ben dici il vero, o vecchio, rispose l'altro con rapido gesto, eppur sempre con piacere sento agitarmisi nel cuore un impulso di gioia, un impulso a modellare la superba figura: come una musica mi risuona di continuo nel petto, tal che i pensieri mi si muovono incessantemente in una nuova allegra danza di figure e di forme, intrecciando e sciogliendo le arie come una lira melodiosa. Anche nel sogno, quando stanco dal lavoro diurno desidero appisolarmi, mi s'agitano nello spirito delicate immagini; come contemplo allora felice la forma della pura bellezza, che mai arrivo a comprendere quando son desto. Ma ahimè! ciò che di meglio l'uomo anela, gli penzola sul cuore, solo come un sogno celestiale, ahimè! solo come una fuggevole brama! Io sento il mio spirito così elevarsi in alto, allora vorrei, o Serapione, volando più in alto e sempre più in alto, accostarmi agli antenati divini. Ma grave e plumbeo mi si attacca ai piedi il mondo, e un affanno paralizzante erra nel labirinto del mio cuore. Oh come mi addolora profondamente quella frase dei motteggiatori, quand'essi, sparlando della graziosa arte della mano che foggia il bronzo, disprezzano il lavoro manuale come qualcosa d'ignobile e una bassa necessità umana. Ma per l'eterna luce! Guarda l'artistico intreccio di queste agili forme! Anch'esse sono l'immagine scolpita della Grazia, o amico, e dànno l'idea del bello e del sublime. Perchè anche a me veglia sul cuore e sulle mani la Musa».

«Che tu sia consolato! proruppe con gioia il vecchio, tu non eserciti veramente alcun vile mestiere: io chiamo sempre magnifico il lavoro delle mani. Ben t'invidiano molti; l'insieme di queste forme avvenenti te lo dette la divinità; non più ricche si presentarono esse alla mente dell'artista che infonde nel bronzo le forze vivificatrici della Grazia. Duolmi però teco, che tu debba creare come uno schiavo servile ciò che solo ai liberi si addice: la servitù arreca onta alla sacra arte! Nè mai a questa dovrebbe accostarsi un uomo di oscura condizione, ammantato di veste da schiavo: no, libero di corpo ei dovrebbe essere e libero di anima, come i figli dell'etere, gli Dei placidi e sorridenti».

Allora una vampa di vergogna salì in volto allo schiavo, sollevò con rabbia la destra e gridò pieno di angoscia queste grame parole: «Hai tu veduto le notti che io affannosamente — ohimè! — ho pianto sul misero giaciglio, contorcendo il cuore e le mani? E quando di notte, sì spesso sedendo come una vigile figurazione del dolore che strugge, io accuso la mia vile sorte, oh! allora s'avanzano nella triste disabitata officina le figure di Dei scintillanti in bronzo, in pietra e gridano: qui stiamo noi! ci scolpì Fidia, ci scolpì Policleto, mi lavorò Mirone, mi lavorò Prassitele, uomini dell'Olimpo. Or chi sei tu mai, infelice, che osi stendere anche la mano alla fiamma di Prometeo? Allora ohimè! esse sghignazzano sonoramente e con piedi di bronzo calpestano il mio cuore che ansa. Al banchetto dei tetri dolori siede la mia anima, o vecchio, cibandosi di un duplice affanno. Ma nel petto non mi vien mai meno l'anima rovente, anzi nei dolori più forte si spinge sospirosa solo alla luce. Allora mi sento battere dentro, allora mi vengono mille pensieri; allora come per ischerno mi s'agita nello spirito la forma snudata simile alla convulsa Menade, io contemplo l'immagine più bella. Ma presto l'estasi svanisce, e di nuovo mi sembra tutto così meschino, così insulso, e spregevole financo la forza e la propria attività, e più non appaio a me stesso nobile, come chi con pesante martello batta sull'incudine il suo ferro che sprizza scintille. Allora nello sdegno manderei in frantumi le mie opere e strozzerei fin nel germoglio tutti gl'impulsi divini».

A ciò serio e sarcastico soggiunse quegli: «Come sono vani e meschini i dolori dei mortali! E intanto l'uomo sempre scontento ingrandisce il suo misero pulviscolo fino alle proporzioni del mondo; sulla nuca ei solleva la sfera del cordoglio e si crede ben presto un Atlante. E ciò che di soave gli si desta nel petto, non più germoglia in un vago fiore, non più in un placido frutto; ma solo l'istinto ne prorompe pieno di bacchico furore, provocando gli Dei alla lotta, e così l'anima diventa sempre un campo di battaglia».

Ma il giovane dal viso sconvolto, tutto iracondo, gridò: «Vuoi tu vedere come il mio cuore è schiavo e come arido scorre in me il fonte della forza immortale, da cui credevo di attingere? Mira: qui sta la mia vergogna, umidi ancora sono i panni che avvolgono la mia opera. O vecchio, io lavorai intorno alla figura, a lungo stetti ginocchioni e pregai gli Dei perchè spandessero su queste immagini un raggio del loro lume vivificatore che penetra fiammeggiando le opere. Ma nessuna vita vi scese, nessun vezzo seducente, perchè dal cuore alla mano un demone, schernendo, arresta ed impedisce all'artista da strapazzo la corrente magnetica del suo animo. Sì, io riconosco d'esser non altro che uno schiavo, e sebbene io circondi il mio animo del più caldo sentimento e dello scintillio di entusiastici pensieri, pure, quando mi accingo ad un'opera, mi si disvela con ischerno la mia impotenza».

E con un tratto violento strappò dall'immagine il panno, da quell'immagine che alta e coperta si ergeva nell'officina. E si offrirono allo sguardo, dall'argilla azzurrognola, due alte figure, congiunte in un poderoso gruppo. Eran Dedalo ed Icaro, il suo celeste figliuolo, che, imprigionati nel labirinto della roccia di Creta, si fecero con la loro arte le ali per sottrarsi arditamente alla mortifera voragine. Ma il padre, già vecchio divino, sedeva presso i crepacci della rupe, tranquillo e intento a fabbricare con pratica mano le ali dalle penne maestre del cigno selvatico. Sparpagliata ed a mucchi stava a lui dintorno sul suolo una quantità di fioccose piume; ed Icaro, il giovane entusiasta, era presso il padre, avido di desiderio, pronto a volare, intollerante di freno. A lui già s'inarcavano, circondando come di argini le rilucenti spalle, due agili ali di sirene, di color cupo qual notte porporina, arditamente e saldamente connesse, forti per dare impeto al volo. Ed esse si agitavano, già ventilavano come cigno sollevantesi, quando la sua ala stride sui neri flutti. Così stava l'ardente giovane, con gli occhi rivolti al cielo; ma lavorava ancora, tranquillamente affaticandosi, il vecchio con una pensosa serietà...

Meravigliato contemplava l'Egiziano e stupiva come il sembiante dello schiavo si rassomigliasse tanto ad Icaro per la giovinezza e per la figura. «Robusta mi sembra, gridò egli, e grande, ma solamente disarmonica quest'opera; manca qui lo spirito tranquillo ed anche la sobria forma. Tu creasti un Dedalo senza vita, perchè l'impeto dell'entusiasmo ti attirò ben presto la mano alla figura del focoso figliuolo: tu elevasti a un Titano l'entusiasta Icaro che fu abbagliato dal sole».