Se ne stava nel cortile il capo degli schiavi Peisandro, appoggiato ad una colonna dell'ingresso; a voce alta gridava: «Intrecciatemi presto, o efebi e fanciulle, i serpeggianti fiori; Elio declina al mare; già cresce più forte colà intorno alla bruna e fumante cima del Vesuvio una irradiazione del colore dell'iride. Quest'oggi l'aria è afosa e non aleggia dal golfo nessun soffio respirabile. Affrettate le mani, ne tocca festeggiare la divina Ione».

Affrettate le mani, ne tocca festeggiare la divina, Ione! — Così come un'eco risuonò questa voce di là, alla finestra, dove sul cortile sorgeva il luminoso e aereato piano. Frattanto, s'indugiava nell'officina tutto ingegnoso ed occupato un garzone, curvo sulla tavola presso la finestra; e con le sue abili mani intrecciava una ghirlanda di fiori, come gli efebi nel cortile, ma una molto più bella, e la foggiava con ogni cura intorno alla nitida base del magnifico candelabro che gli si ergeva dinanzi, opera eccellente di bronzo bruniccio.

Agile come l'alta figura delle mani creatrici dell'arte spiccava l'immagine del maestro nel fascino della leggiadra gioventù, pure ravvolto in una tunica di lana, come si conviene agli schiavi. Spesso ei tendeva lo sguardo giù nel cortile e contemplava gli azzurri monti di Sorrento sopra il golfo, come il roseo vespro alitava già mollemente su in alto alle cime gl'infocati colori. Ed egli raddoppiava ancora la fretta della mano e dei sottili martelli, quasi la paura lo spingesse. Eppure non mancavan solo che pochi intrecci di foglie, giacchè la maggior parte erano state battute. Ma il candelabro s'ergeva bell'e compiuto, un'opera d'arte divina.

Sulle zampe del leone risplendeva la luccicante base robusta e levigata; vi si poteva bene specchiare dentro una fanciulla. Sul suo orlo dentellato con molta finezza si avviticchiava un ramo di vite battuto in argento e d'accanto si elevava l'altare fiammante, nitido e bello, e di contro la magnifica opera plastica. Ivi danzava agile con le vivaci membra una pantera, ardita e superba, poichè sul suo dorso sedeva il divino cavalcatore, incoronato di pampini, Dionisio, avente per tazza un lucido corno.[5]

Così queste figure ne ornavano graziosamente la base. Or dalla base si ergeva la poderosa opera di bronzo, leggiadra per il capitello e le braccia e le lampade pendenti, arrivando fino a sommo il petto di un uomo all'impiedi. Consisteva in un pilastro di stile corinzio, una maschera lo abbelliva dinanzi al capitello, e di dietro sporgeva una grossa testa di toro. Ed era una maraviglia a vedere come belle di sotto al capitello s'incurvassero le braccia che, protendendosi, sostenevano quattro lampade. Così era anche grazioso vedere il loro giuoco e la loro forma intrecciata di foglie, splendida, scintillante e crespa come le foglie del fiore d'acanto. Ma da ogni braccio scendeva giù sospesa a catene rilucenti una lampadina, e queste lampade risplendevano magnifiche d'un bronzo raggiante a color d'oro, come all'ombroso ramo le rosse arance. Artisticamente spiccava ognuna, distinta per una imagine allegorica. Così sulla prima si elevava delicata una figura di bronzo, con una torcia lucente: era Oneiro, il dio del sogno, quale una farfalla nell'azzurro crepuscolo della sera.

Ben altrimenti effigiata era la seconda: ivi sedevano dall'aspetto celestiale, cianciando e baciandosi ad un tempo, due giovani figurine innamorate, Amore e Psiche uniti insieme. Come colombi teneramente baciucchiantisi col becco nella selva, essi si accarezzavano vagamente, e l'avvenente Psiche innalzava nella destra la torcia, mentre con le braccia la cingeva il Nume e la baciava con affetto.

La terza lampada era anch'essa variamente configurata. Sulla curva calotta serio con le ali basse e dagli occhi intelligenti poggiava un uccello; il notturno gufo di Pallade Athena; tra gli artigli reggeva la torcia più grande, fiso e grave spingendo innanzi lo sguardo, e ridestava anche il senso della serietà. Ma l'ultima delle lampade svegliava commozione e malinconia: Tanato v'era scolpita, spegnendo la torcia nella notte; e le si librava a volo di fianco l'amica Ora Eirene, ravvolta in un velo, col pacifico ramo di palma ricurvo nella mano.

Così era fregiato il candelabro artisticamente scintillante in bronzo, ma il maestro dava ancora colpi di martello sugl'intrecciati viticci. Talora sollevava il capo, tal altra lo abbassava di nuovo e buttava giù per la nuca la nerissima chioma, quindi guardava con aria di compiacenza l'opera sua e subito prorompeva sospiroso in cotesti vaghi accenti: «Oh arrecami domani la salvezza, Orione, tu lampa del cielo!» Ma la fronte era mesta, e si rigonfiava scintillante il suo occhio fondo come per un trepido dolore e per un impaziente desiderio lontano.

Così ei se ne stava tutto intento al lavoro, senza sapere che di nascosto, appoggiato alla colonna accanto alla porta, lo adocchiava di lontano uno straniero; era un vecchio di vigoroso aspetto; lo ravvolgeva una nera veste pieghettata, succinta da cinghie di porpora sidonia. Bruno era il colorito del volto, la figura come d'un uomo che abiti da lungo tempo il giallo Egitto. Ed egli contemplava fiso il candelabro e stupiva dinanzi a quell'officina così ricca di vasi e di artistiche forme, queste già belle e complete nel getto del bronzo, quelle appena abbozzate in duttile cera e in molle argilla. Ma nel mezzo dell'officina s'ergeva una statua dissimile dalle altre e doppia — così pareva, — perchè dei veli increspati la nascondevano allo sguardo, mentre di sotto al panno si delineavano i robusti contorni di agili corpi di eroi.

A un tratto il vecchio si appressò, battè leggermente sulla spalla dello schiavo e disse: «Un assai eccellente maestro tu sei diventato, o Euforione, da che l'ultima volta io vidi te e le opere delle tue artistiche mani. Magnifico è questo bronzo! non ne ho visto uno simile e pure ne ho contemplati di belli e tanti ne ho acquistati in Egitto e in Roma. E chi avrà la ventura di vedersi nella sua stanza circondato dagli sprazzi di luce di quest'opra incantevole, avrà bene a godere del magnifico possesso».