Anche qui, come del resto in tutta la intonazione del poemetto, si potrebbe riprendere la medesima fosforescenza dello stile, il medesimo colorito lussureggiante della verseggiatura; ma quel che giova notare più particolarmente si è che il Gregorovius tratteggia qui tutta una teoria estetica dell'arte, considerando questa nei suoi principî, nei suoi mezzi e nelle sue finalità. Insomma, egli si vale dei suoi personaggi per introdurre e discutere una questione di per sè stessa già tanto trattata, e riconnette all'ambiente pompeiano quello che costituisce il risultato delle sue ricerche e della sua esperienza. Così, quando l'egiziano Serapione e l'elleno Euforione filosofeggiano su gl'intenti e le aspirazioni dell'arte, sono entrambi mossi dalla mano segreta del Gregorovius, entrambi animati dal soffio potente della parola di lui. Ma questo studio appunto, d'insinuare cioè le proprie convinzioni nello svolgimento tranquillo e sereno dell'idillio, doveva evitarsi per un poemetto, ovvero ridursi entro più stretti confini.

A parte però questo neo, che spicca evidente agli occhi del lettore, è bene avvertire che in tutto il resto i caratteri dei singoli personaggi sono ritratti con molta abilità psicologica: Euforione incarna il tipo dello schiavo raggentilito ed urbano, dall'anima libera e grande, che è tutto fede nell'arte sua, nel lavoro delle sue dotte mani. Ione è la giovane passionata e sensibile, niente orgogliosa della pompa che la circonda, e in cui si direbbe che già incominci a spuntare il germe del sentimento cristiano. Arrio è il commerciante arricchito, l'epicureo che guazza nell'oro e crede di annegare nelle coppe spumanti il bieco fantasma della morte, sempre fiero e superbo di una comprata nobiltà; Ion, l'ingenuo fanciullo che pure nello spavento e nella desolazione non sa dimenticare i suoi ninnoli; Menandro, l'immagine dell'invidia che occhieggia torva e sprezzatrice l'altrui lavoro, pronta al biasimo ed al sarcasmo, dove altri ha una parola di lode e d'incoraggiamento; Serapione, infine, — per tacere di qualche altra figura secondaria — l'immagine della vecchiezza intelligente e sagace, che legge nel lampo degli occhi del giovane e con fatidica antiveggenza ne vaticina i trionfi futuri...

Ora, se si tien conto della difficoltà enorme che si affaccia agl'ingegni nel far rivivere una civiltà passata, cotanto diversa dalla loro — alla qual cosa accennavo poc'anzi — ond'è che molti tentativi miseramente abortirono, come pure dei mezzi che l'arte sa suggerire al Gregorovius per fargli superare egregiamente la prova, si dovrà considerare l'Euphorion come uno dei più perfetti e indovinati quadri pompeiani, una delle più vive e geniali pitture del tempo, in cui ogni tinta fu suggerita da un'impressione di meraviglia e di compiacimento, ogni linea tracciata col cuore.

Ed io vo' augurarmi che tale appunto lo giudichi il benevolo lettore, se pure sia riuscito a ritrarre e trasfondere nella veste italiana la bellezza sentimentale che vi sfolgora e tutto il brio che sì efficacemente lo anima.

Cava dei Tirreni, ottobre 1905.

Marco Galdi.

Canto I.
ONEIRO.

Allegri suoni echeggiavano nella magnifica casa di Arrio, canti di schiavi operosi e risa di solerti fanciulle, che insieme con gli efebi intrecciavano nel cortile molti e graziosi fiori variopinti, quale addobbo festivo per il domani. Tutto ciò che ognora offrivano i campi ed i giardini di Pompei, era lì dintorno accumulato; già si contornavano le colonne di ghirlande di edera e scintillavano rosei nastri. Agili poi correvano su e giù gli affaccendati schiavi, a frotta portando vasi e brocche e aurei utensili per la festa, perchè dappertutto raggiasse e splendesse la casa di serena bellezza.

Ritornava la desiderata figliuola di Arrio, che il padre aveva condotta a Roma dalla piccola Pompei, acciò vi osservasse il mondo, i costumi, e una nobile educazione ne compisse il fiore della gioventù. E subito il padre aveva convitato a banchetto gli amici, perchè degni ospiti onorassero la nuova arrivata; e chi ora vedesse la casa quale si ergeva magnificamente la più bella di Pompei,[4] sentirebbe scoppiarsi il cuore di gioia e arriderebbe alla festa.