A ciò subito rispose la giovane con assennata parola: «Sì! ben vissi in Roma i volubili anni, lontana dalla patria e dagli ottimi amici; così volle mio padre, allorchè rimasi orfana sì per tempo con la perdita della madre affettuosa. Magnifica è la città e grande e oltre ogni dire abbagliante la vita che vi serpeggia, però mi spaventa la confusione della folla. Roma rassomiglia al caos, dove tutto s'agita e si dimena confusamente. Spesso mi tremava il cuore colà, ed io mi sentiva sola, pazzo il mondo sembravami, falsa ogni umana attività. Ma la zia mi canzonava spesso schernendomi con pungenti parole, mentre io sospiravo la patria più bella. Copiose lagrime versavo, così spesso mi richiamava al pensiero la bella Pompei e il golfo e la placida spiaggia e questa casa con i variopinti cubicoli. Sì, i miei mesti pensieri ritornavano spesso sospirosi da Roma all'età della felice fanciullezza trascorsa nella patria, così come le rondini ritornano in primavera in cerca del nido ove crebbero senza pena, godendo degli scherzi del sole. Ma morì, ohimè! la tua carissima madre Serena, la mia fedelissima dama, a cui tutto io confidavo. Ora ella riposa lontano in Roma, lungo la via Appia e non più guarda il figlio, consolandogli l'afflitto cuore coi suoi sguardi amorosi. Ma un'amichevole parola di saluto anch'io voleva dirti, perchè domani non mi stessi dinanzi pieno di uggioso rimprovero quando converranno a festa nella sala i nobili amici».
Come quando un suono sprigionandosi da flauto eolico nella sera, penetra giù nel cuore e vi desta il soave desiderio d'un sogno beato, così volava a lui la parola, quella voce melodiosa. «Ma perchè io dovrei sembrare afflitto? E non mi son io, così gridò egli, rischiarato gli anni alla luce di quel giorno sospirato? Ecco, già esso s'avvicina e sarà anche per me un giorno di festa, colà, nella sala addobbata del padre, poichè tu, nobile, mi concedi una parte della festa con l'amica e incoraggiante parola».
Ma Ione rivolse rapida da lui lo sguardo lampeggiante, guardò nella notte piena di scintillio che si stendeva purpurea sul mare vaporoso, e rossa copriva come di fuoco i neri cipressi e le cime dei pini; non spirava in nessun luogo un alito di vento, ma il mare mugghiava e si sentiva il frangere delle onde. A un tratto disse la fanciulla: «Come è diventato a me estraneo il mondo, tutto all'intorno sembra mutato al mio spirito cosciente, altra la sorte degli uomini nella loro fortuna privata. Anche tu m'appari un altro, io ora veggo la tua veste di schiavo; ciò che mai ha rattristato per lo innanzi la mia anima indifferente, ora invece mi eccita malinconia nel ritrovarti così tetro e addolorato, con l'immagine del silenzioso affanno nel volto, che mi pesa sull'animo come un tacito e accusante rimprovero. Giacchè veramente un Dio ti ha fornito d'un senso superiore, prestandoti i doni celesti a preferenza degli altri uomini ordinari. Ma la natura non ristà mai nel petto d'un uomo insigne, essa s'agita continuamente; perciò ei deve lavorare e modellare, trasfondendo nella vita la forza divina, acciò un tempo la posterità glorificante lo accolga nel novero degli uomini migliori. Tutto ciò ho io considerato piena di affanno fin dal mio ritorno, da che tu mi apparisti ed io vidi la tua triste natura, sì che a mala pena potetti riconoscere l'amico e l'allegro compagno. Molto mi riferì anche il fratello e molte cose ei mi narrò, come tu eseguissi nell'officina una immagine in argilla, perch'io ne afferrassi il senso nello spirito presago, intendendo il tuo animo sospiroso e i tuoi segreti ed agitati pensieri. Ma ascolta la mia parola, chè questo io volea dirti. Supplice io cinsi le ginocchia del padre, con mesta preghiera implorai da lui il tuo riscatto, perchè liberato dalla triste schiavitù, libero ne andassi nel mondo, lasciando la piccola Pompei, per ammirare altre città, dove son riuniti degli uomini eccellenti. Che se anche malvolentieri, pure mio padre mi accontenterà domani nel desiderio, commosso dalla potente gioia del dì festivo».
Ma Euforione rimase come sbalordito dal suono della parola; sul suo volto si diffuse il pallore della morte e con impeto tese in alto le mani, esclamando: «Come mai, Ione, hai escogitato di darmi questo dolore, facendomi errare in terra deserta, quale un girovago fuggiasco? Assai egregiamente ricinge l'uomo la magnifica corona della libertà, e per lui essa è il colmo della forza, il suggello e la consacrazione delle opere. Ahimè! io la desiderai ardentemente per l'amore alla santa arte figurativa, che la Musa infondeva nel cuore a me, disgraziato schiavo, acciò gli altri non avessero a dileggiare l'opera del mio lavoro manuale, schernendo anche le mie produzioni per questa oscura veste. Perciò io muto lavorando mi esercitai nell'arte nelle ore di mestizia, senza sosta meditai e lavorai per chetare il demone nel petto. Sperai un giorno la redenzione, sappilo bene, o padrona; la sperai dalla tua festa se mai allora il magnanimo genitore rimunerasse con la libertà quell'opera che segretamente meditai, dì e notti intento ad eseguire la degna produzione. Vedi, eran confusi pensieri, era un puerile dolore soltanto, alimentato nel petto da un vago ed instabile desiderio. E prima che mi si allontanasse dal tuo viso animatore, cacciandomi nel mondo, io sommergerei nelle profondità del mare il mio lavoro più diletto, perchè non beasse della sua magnificenza alcun occhio umano. Tu pur mi fosti la Musa dell'arte e la Musa della vita, o padrona, che per tempo mi dischiuse il cielo del bello con fervore e m'apprese le opere della grazia celestiale. Giacchè mi ridestasti nell'animo giovanile lo spirito informatore per l'arte creatrice, e mi guidasti le timide mani, allorchè, fanciullo, vegliai accanto al padre nella sua officina dedalica, quand'ei faceva del nero metallo una immagine maravigliosa.
«Serio e muto egli lavorava senza posa con le artistiche mani. Fu allora ch'io modellai nella duttile cera una seducente opera plastica e te la offrii, felice e orgoglioso come un artista. E l'entusiasmo m'invase il petto, l'opera sinceramente ti piacque; e un'altra ne meditai e lieto te l'offrii, e così divenni un modellatore di giocattoli e gingilli. Poichè la tua immagine pendeva sempre nel mio pensiero, la tua vita s'intrecciava sempre alla mia opera. Allora mi si fece leggera la mano, e germogli da germogli eruppero potentemente dal mio spirito entusiasta, tanto che mio padre se ne meravigliò ed anche Arrio, il tuo austero genitore, mi accolse nel cuore come un suo figliuolo. Ma venne il tempo desolante, tu ne andasti via e si dileguò ben presto anche il mio Genio nella notte buia del dubbio. L'anima, contristata da strane visioni, mi si vuotò d'immagini, e allora indossai dapprima questa veste di schiavo che umilia, sentii come tante catene a me d'intorno e piegai il cuore sotto il giogo della servitù.
«Lasciami tacer di quel tempo, chè oramai è di già passato; libero ora io son divenuto, come chi a lungo languì in una torre umidiccia, ma la porta gli si apre e gli aleggia subito dentro un raggio dell'eterea luce e un soffio della vitale primavera.
«Ciò non accada, Ione! non mai io svesta questa tunica di schiavo; la libertà mi sembrerebbe pur simile alla morte e il mondo mi apparirebbe d'intorno come la notte deserta e un carcere tetro e privo di stelle. Io lo so bene, tuo padre ti eleggerà ben presto uno sposo fra i giovani e il primo dei ricchi aspiranti; allora, quando tu andrai sposa al focolare di lui, oh lasciami ancora adornare con arte e con molte immagini la tua casa, affinchè di me ti rammenti, del compagno della passata fanciullezza!»
Così ei proruppe e dagli occhi lampeggiarono dolorosi sguardi.
E con tremula voce replicò la vezzosa fanciulla, mente nel petto ansante e commosso il cuore le fremeva: «Qualche cosa di strano mi par di avvertire, come se la terra leggermente mi tremasse sotto ai piedi e il capo mi si assopisse nei sogni. Afosa è l'aria quaggiù, e la notte accesa risplende febbrilmente nel cielo: di nuovo mi scende nell'animo la strana visione, l'immagine che ieri notte s'aggirava attorno al mio letto. Ma io lo so bene: era il mio proprio pensiero, poichè tanto mi disse mio fratello della figura di Icaro. Ecco: piena di ambascia io sedevo nella notte là, sul monte, dove gli si arrossa in alto la voragine, il terribile cratere. Fosca era d'ogni intorno la pianura coperta di cenere solfurea; nero si stendeva al di sotto il mare e solo un astro scintillava nel cielo, mentre un fuoco di fumante lava mi circondava accerchiandomi. Ad un tratto tu mi apparisti dinanzi, con due raggianti ali arcuate sulla spalla, e tenevi ancora pronta nelle mani un'altra ala a dicevi: “Fino a quando dovrò io portare le catene, o Ione? Tu venisti, eppur tutto hai dimenticato; ma io feci per me le ali ed anche per te, o padrona. Vieni, noi voleremo lontano sui flutti ondeggianti del mare, prima che il fuoco del Vesuvio ci consumi le ali.” E tu m'afferrasti, con te andai via... e mi svegliai».
Così la fanciulla e subito sbigottita riprese in tono grave: «Che cosa mai io ti dico! non so dirti quest'oggi una parola assennata, così mi vaneggiano i sensi come in sogno per l'afa dell'aria e il caldo del vento libico. Bell'e passati son ora per sempre i cari giorni della fanciullezza, e noi stiamo come amici sulle rive separatrici del fiume, che si fanno i segni dell'addio. Sì, ben lo so io, il bene a noi sembra più spesso un male, chè sovente gli Dei avviluppano la felicità in una nera nuvola, e il nobile animo si piega devoto ad ogni destino. Egregiamente risoluto esso adempie a tutto ciò che sempre esigono i celesti, finchè limpida gli si apre la via a una meta più bella. Ecco, io son venuta, tu devi pur andare, o amico, tosto che domani, in ricorrenza della festa, mio padre soddisfarà al mio vivissimo desiderio. Oh sappi pure che ben volentieri ti ricorderanno gli amici ed anch'io serberò di te una eterna memoria. E adesso permetti, o Euforione, ch'io taccia e me ne vada».