Ma nella stessa guisa che, subito sciolto dalla stretta del sogno, si leva il dormiente, al quale battendo sul capo l'ambrosio raggio di luce desta gli spiriti assopiti, e chiara albeggia la coscienza, così ben presto si svegliò il cuore nel petto del giovane. Pien di dolore, ma nel medesimo tempo pieno di beatitudine, egli alzò in alto lo sguardo, quindi abbassò il capo e tacque, stringendo più forte le mani al petto. Ed ambedue tacquero e stettero, i due bellissimi giovani, l'un contro l'altro silenziosi; pure tra questi due cari giovani invisibile se ne stava sorridente il celeste mago Amore e qua e là li toccava, annodando l'ambascia dei loro cuori. E sospirarono le onde del mare profondamente; tranquille stavan le aure ed un'afa era nel cielo fiammante. E la luce del Vesuvio cadde d'improvviso, d'un insolito chiarore, nella stanza semioscura e aleggiò luminosa abbagliando le due giovani figure; un rumore sordo rimbombò in alto, come se tremasse profondamente convulsa la terra febbricitante.

E Ione guardò in viso all'amico, vide i nobili lineamenti impalliditi, gli occhi le s'intorbidarono ad un tratto, tese in alto le mani ed esclamò: «Addio, Euforione!» Ed egli le prese e le tenne serrate le mani pulsanti e sempre più caldo si sentì scorrere il sangue nelle sue, e sotto ai piedi gli parve traballare la terra convulsa.

Già tuonava cupo cupo nell'aria, da per ogni dove, negli abissi; come un murmure rimbombava nel cielo e tuonava nella voragine del monte. Allora si sentì come un tremito più volte ripetuto, cigolò la casa, tremarono rintronando le mura, vacillarono le colonne con sonoro rimbombo e il suolo ondeggiò come i flutti.

Come sull'orlo solfo-spirante dell'Averno sen vanno a volo barcollando per l'esalazione le rondini pigolanti e stordite sulla rossa arena, cui solcano con le prensili ali, così vacillò la fanciulla alla scossa delle aure elettriche, così barcollò e cadde sulla spalla dell'amico. Caddero sul petto di lui i morbidi riccioli di Ione, sul cuore gli fiammava il capo divino, mentr'essa, sostenendosi, gli avvinghiava le nitide braccia, e l'altro, tremante, la stringeva forte e stava come stordito nei sensi: per la scossa di terremoto il mondo vacillava intorno. Egli era come rapito e solo gli sembrava che il cuore ondeggiante sprofondasse nel flutto della dolorosa sventura. Sulla loro bocca Amore spicciolava come fiori parole interrotte, spargendo intorno esclamazioni e grida e il bisbiglio dei sacri nomi dell'amore: i nomi di Euforione e di Ione.

Voci risuonarono nella casa, voci di fanciulle altosquillanti, e subito nella porta balzò fuori gridando il trepido Ion: «Guai a noi! guai! così proruppe; la casa traballa rovinando a precipizio, lassù vomita fiamma il monte e tutto ricopre di torrenti di fuoco; ma il padre ha fatto or ora a noi ritorno per il giardino». E appena aveva pronunziato queste parole, appena avevano sciolto le mani quei due, quando ecco presentarsi in fretta sulla porta il padre, Arrio, ritto nel capo e nella persona, ravvolto in una toga increspata, serio e imperioso all'aspetto. Ei però non s'accorse del confuso sembiante dei due giovani, troppo soggiogato egli era dall'orrore dei sensi; solo s'avvide che la figlia se ne scappò rapida nella stanza attigua e che con gli occhi fissi giù a terra se ne stava davanti a lui nella stanza l'acceso Euforione. Con imperioso e interrogante sguardo fisò il tacito schiavo, e non iracondo ma austero pronunziò queste vibrate parole: «A che tu mai qui ti trattieni nel gineceo, o garzone, audacemente inoltrandoviti? Così tu attendesti al mio cenno? Altro luogo ti si confaceva, nel cortile o nel portico fra il rimanente stuolo degli schiavi, perchè nessun atto sconveniente deve turbarmi la disciplina e la regola della nobile casa. E fa' in modo di non eccitarmi all'ira, assottigliandoti il benefizio degli amichevoli doni; nessun altro infatti si vanta dei favori che Arrio e i figli della casa a te concedono. Orsù, via, o garzone, e lesto confondimi tutti pel giorno di domani, o greco, con le tue eccellenti e famose opere». Così disse e seguì in fretta la figliuola nella stanza attigua.

Ma il giovane era ancora come inebriato, ancora come nel sogno. A mezzo soltanto comprese la voce di Arrio e a mezzo solo l'afflisse la parola di lui: così ei se ne stava immerso in una profonda contemplazione. Ma subito con grido eccitante lo prese per mano il fanciullo e lo condusse fuori nel giardino attraverso l'atrio aperto. Com'egli uscì fuori nel buio fiamme-spirante del giardino, stranamente avvolto da una luce crepuscolare, e vide la mobile vampa sospesa estendersi in alto sul cielo, sulla terra e sul mare, quasi che il suo spirito fosse sciolto dall'essere, gli parve di fuggire lungo il cielo, simile ad Icaro, in estasi beata sulle ali di Aurora.

Canto III.
PALLADE ATENA.

Canzone, prima che tu t'allontani con la mutevole lampada della vita, va', mostrati lieta in mio nome ai lontani amanti e dispensa corone di dolce ulivo e così parla: «Salute a voi, o nobili e pochi! Voi alimentate sempre nel petto le fiamme ideali e fuggite la vanità e le tristi consuetudini del giorno. Non vi manchi mai la luce nella vita, mai la gioia del cuore. Alla vostra casa fiorente batta sempre propizia l'Aurora e v'introduca nella casa le Ore celesti. Ed alle feste siano invitati come ospiti gli Dei, per distribuire i doni dell'amore ed esaudire i prudenti desiderî».

Deserta era quel giorno Pompei ed oscura nella festa di Ione, l'aria cupa ed il mare come spento nell'afa plumbea. Senza vampe il Vesuvio, e il suo capo era velato da una nube fulva, che il vento del sud spingeva in alto verso il cielo. E come se errasse il Sonno per le vie e le case di Pompei, sembravano irrigiditi la città e il lavoro dei solerti cittadini. Non un rumore risuonava dal porto, nè nel mercato, nè nell'officina come altre volte, quando il pieno giorno incitava gli uomini al moto: così incombeva l'aria e l'accidia del vento che snerva.