Pure chi a passo premuroso fosse andato nel sobborgo Augusto Felice, accanto a quei palagi e lungo i frondosi giardini, si sarebbe soffermato subito alla casa di Arrio ed avrebbe origliato lungi nei portici, tutti ornati di nastri e fiori. Alto vi giubilava il canto, cui si mischiava il suono allegro dei flauti lidî e il tintinnio del metallo e delle arpe sonore. Garzoni in vesti variopinte e graziose fanciulle si vedevano agili portare le vivande attraverso il fitto delle colonne. Ed echeggiava sensibilmente un ronzio dalle aperte sale, dove, appoggiati su cuscini e su coltri di Tiro, uomini e donne accomunati si divertivano a banchetto, festeggiando il ritorno di Ione insieme col lauto trattamento di Arrio.

Euforione se ne stava adesso nell'atrio, cupo origliando ai suoni delle festa, solo, in preda ai pensieri del suo cuore. Intorno s'aggiravano i compagni, i maestri di utili arti, l'orgoglio di Arrio e il fior fiore delle magnifiche officine, ch'egli aveva di per sè stesso anche accresciuto, dopo averlo ereditato dal padre; perchè tutto quel che di meglio ciascuno potè modellare con premurosa cura, gli parve ora giusto di consacrare alla festa ed agli ospiti degni. Tutti, cautamente, tenevano nelle mani dinanzi a sè un lavoro artistico, chi un'immagine a mosaico, chi un vaso con le anse, un altro gioielli scintillanti e collane di rossi coralli; l'uno un tessuto filato in oro, questi le gemme che abilmente scavò nel sanguigno diaspro di Cipro ovvero nel crisolito e negli strati dell'onice leggiadra.

Ma Euforione se ne stava, pieno di grazia, nella turba dei molti compagni, con le mani appoggiate all'alto candelabro, al suo incantevole lavoro; perchè questo, messo da lui in disparte, spiccava come un enigma, ravvolto in una nivea tela di lino. In tutto ei sembrava mutato e la sua nera e ricciuta chioma si levava liberamente su gli altri, con una tranquilla serietà. E non parlava, per quanto tutti, avidi di desiderio, mormorassero fra loro, sperando ognuno la ricompensa, sia della libertà, sia d'un dono qualsivoglia. Nel petto però gli batteva spesso il cuore come in estasi, quando risuonava il melodioso nome di Ione; allora gli pulsava più rapido, ma subito frenava la piena del sentimento, parendogli già di essere a bordo della nave di Serapione e di vedere le onde giù correre frettolosamente all'estraneo lido.

Passavano le ore per quelli che ivi aspettavano ansiosi enumerando le fasi della festa: mimi e cori di danzatori in giro si vedevano andare e venire; quand'ecco si accostò ammiccando l'ordinatore Peisandro, e subito introdusse nella sala i volenterosi uomini coi doni. Com'essi entrarono, mettendosi in fila lungo le rilucenti colonne, gli sguardi del giovane corsero ben presto sulla sala, ed ei vide presso il padre Arrio la figlia maestosa: severa e seria ella lo guardò coi neri occhi.

Ad un tratto con queste parole si rivolse agli ospiti il magnifico padron di casa: «Vedete, o amici, i figliuoli di Dedalo si son presentati per offrire doni alla festa, le pregevoli opere della Grazia. Orsù avvicinatevi, o uomini, e mostrate come anche nella mia casa Pallade Atena abbia compiuto con arte cose belle ed eccellenti. E ciascuno a cui sarà fatto dono mi esalti, lodandomi di avermi saputo asservire lo stesso Fidia e Zeusi».

Disse, e i giovani presentarono le graziose opere della bellezza, che il padrone distribuì in dono agli ospiti. E intorno passavano i regali: con compiacenza lodavano gli uomini e le donne ora urne magnificamente ornate e vasi d'alabastro, ora nappi da belletto e specchi di bronzo ben cesellato; volentieri essi lodavano fermagli e corni con allegoriche e gioviali figure, ovvero vasi d'oro e di ambra artisticamente levigata.

A un tratto Ipato, fanciullo ancora negli anni, eppure assai pratico a dipingere sulle tavolette i miti del poeta ellenico, portò un quadro a colori, un grosso quadro lumeggiato. Se non che questa volta non gli era riuscito — così appariva — ed Arrio allora increspò torvamente la fronte e disse con accento di rimprovero: «Troppo giovane ancora tu sei, o Ipato; veggo dal quadro che tu preferisti dipingere l'orrido, la città di Troia divorata dalle fiamme. L'artista smorzi moderatamente le tinte spaventevoli, pio sappia scansare le Furie e non mai ci sveli nell'opera il capo di Medusa: no! le figure non dimostrino se non un dio liberatore degli affanni».

E appena ebbe detto queste parole, che gli ospiti origliando guardarono fuori pieni di meraviglia — libera si stendeva agli sguardi la superba contrada, libero il Vesuvio — e s'udiva rimbombare il cratere del monte e scrosciare cupamente, quand'ecco una fiamma rapida come vortice guizzò nel cielo. A riprese mugghiavano dei forti scoppi e si riversavano nuvole di fumo e tenebre. E l'aria diveniva fulva, scendeva come un rosso crepuscolo, ricoprendo di densa luce la campagna e le onde ribollenti del mare. D'un subito tutto s'acchetò e tacque l'ansante cratere che fumava.

«Non abbiate paura del monte, gridò Arrio; anzi esso offre uno spettacolo alla festa, e già nelle sue viscere lo rode la rabbia. Batta pure imperversando il terremoto con pie' di bronzo, rimbombi pure cupo; afoso ahi! e soffocante spiri il vento sud; no! non abbiate paura del monte; noi già conosciamo il modo d'agire del vecchio: per la collera gli si gonfia a un tratto la rossa vena della fronte, ma poi tosto sorride di bel nuovo pacato. Intorno al mento gli aleggiano tenere aurette, e le Ore e Bacco e Pomona e Cerere, la seducente madre, gli cingono con rose il ginocchio. Versate libagioni di vino, o amici, al padre Vesuvio».

Disse e spruzzò del vino al Vesuvio e insieme con lui ne spruzzarono anche gli ospiti, e continuarono a parlare con gli occhi rivolti al fosco cratere, temendo le rinnovate scosse di terremoto, la lava e la rovina delle pianure. Ma ben presto il vino cacciò via la preoccupazione, svelto circolò il boccale del mulso e come coppieri andavano intorno lo stesso Bacco ed Amore.