«Guardate Euforione! gridò Arrio di nuovo. Guardate lì il migliore che se ne sta dietro ai buoni. O come mai tu indugi tanto, o garzone! Orsù, avanti! che cosa di giocondo tu porti quest'oggi alla festa?»
E tutti lo contemplavano, vedendo come il grazioso giovanetto, nel fascino fiorente della giovinezza s'avanzasse d'un'andatura virile. Le donne bisbigliarono molto fra loro, le ragazze lo guardarono ed anche Ione guardò commossa, mentre le palpitava il cuore nel petto.
«Fosco s'è fatto il giorno, disse ben presto il garzone, la notte già s'avvicina; io porto la luce!» Ed ammiccando fe' cenno agli schiavi di portare dal lato suo l'opera velata, sollevandola sulla tavola. Allora intorno sedettero ad aspettare gli ospiti silenziosi, dallo sguardo interrogatore. Con tremule mani ei tolse il niveo panno di lino, e ne uscì fuori la forma slanciata e scintillante dell'opera dell'arte, bella come il fiore dell'aloe che spicca nella corona delle foglie, sporgendo il pomposo gambo dall'aureo frondame. La bellezza fiammeggiava all'intorno e lungi risplendeva il bronzo simile al sole. E risuonò un grido di gioia, sonoramente applaudirono le donne e di bocca in bocca corse un'esclamazione di meraviglia.
Ma Euforione se ne stava lì presso il suo lavoro, con grazia s'inchinò davanti a Ione e disse: «Salute alla figlia di Arrio! La quale, ritornata fra noi, come attiva padrona comanda nella sala e da vera massaia provvede a distribuire dalla pienezza della casa. Non le manchi mai la luce nella vita, mai la gioia del cuore! Risplenda lungamente per lei e anche fino alla più tarda sera questo bronzo. Ma il suo ritorno alle pareti domestiche sia come un araldo banditore di benedizione!» Disse, le s'inchinò profondamente e se ne stette rispettoso con gli occhi bassi al suolo. Pure una rapida fiamma divampando salì alle guance della fanciulla; nella sala d'intorno esultava il grido di plauso, e tutti gli ospiti si precipitarono, elogiando, verso il candelabro.
E Silvia, la figlia dell'edile Vetranio, esclamò: «Con quanto significato e con quanta bellezza l'ha ideato l'artista! Ben sarebbe orgogliosa del dono la stessa Giulia, la figlia dell'imperatore Tito!» E con voce sonora alto gridò Pansa: «Che bel colpo d'occhio! Il bronzo sembra davvero lavorato dallo stesso Efesto! O divin garzone, tu mi sei fra gli artisti un re!»
Allora dal sedile si levò Menandro, l'eccellente maestro dell'arte plastica, al quale la Musa non aveva mai concesso i suoi doni con iscarso favore; molte statue infatti di Dei egli lavorò nel marmo e molte opere scultorie pose nei templi delle città campane. Se non che, invido del lavoro altrui e piccolo, della figura di Esopo,[6] covava l'invidia nell'animo e la brutta serpe della gelosia. Ora sarcastico incominciò con stridula voce: «Come mi son facili alla lode gli uomini, quando qualche cosa di luccicante abbaglia i loro ingenui occhi! No! non più mi state a lusingare, o amici, il magnifico padron di casa, altrimenti ei ci rinchiude tutti, artisti e lavoratori insieme, nell'officina degli schiavi!.. Oggi ognuno si chiama artista, dopo aver fatto un vaso nitidamente orlato, tripodi, lampade e tazze e stoviglie di bronzo. Chiamate voi già divino e celeste meraviglia a vedere tutto quel che serve soltanto all'uso quotidiano, e mi nominate già arte quel che mestamente eseguì uno schiavo con l'animo stretto dal bisogno? E che cosa allora resterà per noi degno di un onore conveniente, se hanno lo stesso valore per la gente avvezza a lodare una pentola, una lampada ed una immagine di Giove seduto sul trono?!»
Così disse il censore, ed Euforione ascoltò le parole che gli umiliavano l'arte ed il lavoro nell'anima innamorata. Ma nella collera gli sobbalzò il cuore nel petto, rapido corse all'opera sua vilipesa, poggiò la destra tremante sulla base inargentata e ad alta voce disse: «Le parole ingiuriose ed offensive che tu, o Menandro, hai testè pronunziato non possono ridondare a onore d'un uomo celeberrimo. Gli Dei distribuiscono la felicità terrena, ma non sempre una nascita libera rende felice l'anima insieme col corpo: spesso essi legano alcuni di animo libero ad una schiavitù indissolubile, ma prestano invece intorno al cuore dello schiavo le ali olimpiche, volentieri mandandogli la Musa a consolare l'anima sofferente, perchè lo accomuni ai migliori dei mortali ed ai saggi. Ed anche a me dette molto la Musa, essa mi dette l'amore al bello che redime, il senso per penetrare nelle forme e per imprimere modellando anche nelle cose piacevoli un forte contenuto. Libero anch'io sono come te, sappilo bene, o critico sgarbato, libero parlò al mio cuore il nume che dentro vi alberga».
Così gridò egli nella collera e cercò gli occhi di Ione.
Tutti l'ammirarono e gli schiavi se ne stettero ad origliare intorno ansiosi; allora con un secreto cenno lo animò Pansa ed Euforione proseguì il maraviglioso discorso: «Chiami tu questo un volgare e triste bisogno quotidiano? È un lavoro manuale, oh bene! ma è anche arte che diletta gli uomini, perchè, come il nume bifronte, esso pure ha un duplice aspetto e graziosamente riunisce in sè il buono ed il bello. Due mondi preziosi sono assegnati all'anima degli uomini: da una parte essa assurge all'infinito, compagna degli Dei celesti; dall'altra, compagna della polvere, spazia nel finito; varia è la sua abitazione, e un tempio ed una casa le sono egregiamente preparati per dimora. Salute a te, cui la Musa die' l'arte che plasma gli Dei; nel tempio essa governa sublime e desta alla luce l'anima ammutolita. Austera è la sua figura, muta e solinga essa impera quaggiù, come la divina necessità e il Fato dallo sguardo grave. Ma l'arte gioconda che io esercito, si spazia bellamente nel mezzo della vita, nella terrena e socievole casa. Essa è sorella alla tua e si scambiano entrambe i doni: la tua presta alla mia la maestà, la grazia e l'eterea chiarezza, ma la mia le regala la pienezza della forza e la gagliarda virtù. La forma che tu hai annodata, la cara arte mia la scioglie di nuovo e dà libero corso a Fantaso, l'incantevole ed astuto dio dell'invenzione. Essa origlia sempre al giuoco della natura, da cui prende in prestito la forma, e graziosamente adatta l'effige animale alla pianta e alla stessa forma umana, spiegando sensibilmente il fenomeno intrigato ed enigmatico della vita. È anche bello tutto ciò che di finito la vitale necessità ci offre, quando l'uomo animato l'afferra e lo modella in plastiche forme, imprimendo alla materia greggia lo stampo della divina libertà, in modo da divenire per lui stesso un celestiale godimento il bisogno quotidiano. Sì, chi chiamerebbe a ragione ignobile e misera quest'arte che nelle pareti domestiche così propizia governa come un'economa? Tutto ciò di cui la vita ha bisogno per godimento e per conforto del cuore, essa tocca con le mani che sanno trasformare in leggiadre figure. Anche ciò che è ordinario sa rendere raro, e prezioso ciò che è comune, piacevole la necessità, e per lei l'abitudine diventa un attraente poema. Ecco, essa offre i frutti di Pomona in preziosa tazza, versa il vino dalla brocca orlata di figure nel corno da bere e presenta allo sguardo la rosa purpurea in tenero cristallo. Inoltre, sospende il lume al candelabro modellato con arte molteplice, perchè a doppio piacere rianimi e ridesti gli spiriti. Guardate così questo svelto lavoro! Quando l'olio esalante ne ha impregnato ogni lampada ed esse splendono all'intorno come una pensile ghirlanda, non brillerà forse ai lieti visi e alle sagge conversazioni, ovvero alla danza scrosciante e al suono giubilante dei flauti? Per lungo e lungo tempo risplenda di gioia questo candelabro! E sia una sentinella al banchetto ospitale e lungamente per te, o Ione, un messaggio di felicità e d'innumerevoli feste!»[7]
Ciò disse e tacque. Amore gli aveva fortemente attizzato la fiamma della parola nel petto con gli sguardi entusiastici della fanciulla. E finì così il silenzio di ammirazione; intanto si udiva fremere il rimbombo del Vesuvio, quand'ecco si levò un grido di giubilo: dalle chiome si sciolsero le donne le ghirlande inanellate, le gettarono su di lui, e come avviene a chi contempla la sbocciante primavera, quando dai rami di pesco lo zefiro spazza via la fioritura, così s'intrecciarono attorno al giovane e caddero le agitate corone, mentre sulle spalle, intorno al capo scrosciava la pioggia di fiori. Ed egli confuso apparve ancora più bello coronato di fiori, simile a un celeste nei tratti: ognuno lo guardava con gioia. Ma Menandro nascose tra le labbra il suo tacito malumore, levò in alto la mano e fissò Arrio con occhio interrogatore.