A ciò Pansa: «O socratico garzone, ti benedica Apollo! Tu hai ben parlato; vieni domattina alla mia villa, perchè ti versi dell'oro nelle mani; ed Arrio saprà bene offrire all'eccellente giovane un regalo che gli farà maggior piacere».
Allora gridò lieto Arrio: «Oh! accendete subito le lampade, le artistiche lampade, in onore di colei che è ritornata! Come un genio, come un genio amico c'è venuta oggi la luce, perchè l'aria già si annebbia e la notte scende più presto del solito!»
Ma subito Ione: «A me sola conviene, o padre, a me sola s'addice consacrare le lampade con le mani ospitali, e non deve alcun dito umiliante toccarmi l'opera divina!» E s'alzò; il solerte fratello le porse l'orciuolo dell'olio, ed essa lo versò nelle lampade, mentre leggermente le tremava la mano. E con un lume acceso, simile ad Amore, se ne stava a lei dappresso l'incantato giovane, aspettando con gli occhi sorridenti. Non appena ogni lampada si fu imbevuta di olio, egli porse subito alla sorella la candela fra le mani, ed essa con lo spirito presago non fallì, chè prima accese l'elegante lampada di Oneiro, poi l'attraente lampada di Psiche e di Amore, indi quella di Pallade e finalmente la lampada ultima della Morte.
Come è sospeso al cielo nella notte di ambrosia il sublime Orione con la splendida fascia, quando sul mar di Sicilia dolcemente lo guidano le Ore, e quando già s'appressa la rosea Alba e un crepuscolo tremula intorno all'immensa e nevosa cima dell'Etna, così fiammava ora il candelabro nel tremulo crepuscolo della sala da festa, e sul volto di Ione volava come uno sprazzo d'oro lo splendore del lume, trasfigurandola.
E risuonò un grido di giubilo, sonoramente applaudiron subito le donne e corse di bocca in bocca un'esclamazione di maraviglia. Ma un coro di cantori, che era nascosto dietro le colonne, dolce intuonò un'armonia che gonfiò di gioia il cuore di tutti.
A ciò disse Giulia, la sposa dell'eccellente Balbo: «Come armonizza bene il candelabro col suono dei flauti e coi canti! Come se gli si muovessero in giro all'intorno le figure di bronzo, esso agita delle tremule danze; eppure non ne intendo appieno il senso. Chi sa interpretare queste lampade? Sono ben scaltri gli artisti, che sempre avvolgono negli enigmi le figure delle loro magiche mani!»
«Giusta la tua osservazione, o bella, gridò Arrio, ed anche a me non riesce chiaro il senso. Ma tu ce lo dirai, o cantore Ismeno, poichè invero solo il poeta maneggia la chiave dell'arte, il poeta che è un re dominatore degli spiriti: mai la pietra silenziosa gli nega la sua voce ed egli desta al canto persino il bronzo irrigidito».
Assai volentieri s'accostò quindi il vecchio Ismeno, che il padre di Arrio aveva adottato in casa; argentea era la sua barba e bianca la chioma, e il dignitoso capo già ricurvo per la stanchezza della vita. Affabilmente ei cominciò subito: «Difficile cosa tu m'ingiungi, o nobile Arrio. Spesso anche l'uomo più colto sbaglia dinanzi all'idea del poeta, chè la segreta e misteriosa anima degli artisti profonda s'immerse nel getto fluttuante del bronzo. Perciò, se la mia parola sbagliando non desta alcuna eco nel bronzo, perdona, o maestro! poichè è estraneo a noi il pensiero degli altri uomini». E con le mani salutò l'amico; i due spiriti eccellenti se ne stavano presso la bella immagine come la primavera e l'inverno insieme.
«Con arte e con sapienza veggo qui modellata nel bronzo, disse Ismeno, l'immagine della nostra vita e la danza delle Ore. Graziosamente la prima Ora incomincia la sua: noi la chiamiamo fanciullezza. Essa s'accosta con incanto e soavemente con la fiaccola scintillante del Dio del sogno intreccia le sue melodiche danze intorno alla culla del bimbo. Ecco, il dormiente si desta, allora vengono le favole e le fiabe, gli allegri giuochi, e lo sciame dei sogni scherzosi introducono nella vita il bambino a divertirsi con beati trastulli. Nella tranquillità questi sogni assumono delle forme presso il suo cuore origliante e gl'intessono segretamente all'intorno un mondo che comincia a svilupparsi nelle immagini. Pien di presentimento si sviluppa il piacere e più tardi anche il tetro dolore, e germoglia il desiderio e la sorte riposa nel germoglio. Ma ben presto se ne torna in fretta verso il cielo l'Ora della fanciullezza, che ha compiuto il suo tempo.
«Vedete, s'accosta l'altra, Agitando la fiaccola dell'amore, danza nella vita la bella Menade, l'Ora della gioventù. Essa porge al giovane la coppa spumante del piacere e del desiderio, e dalla terra gli si dischiude un lembo di cielo. Non s'indugia nella polvere terrena, l'umanità gli sembra schiava e pigra; egli vola col sibilante cavallo aereo di Perseo a combattere i tiranni, ed erra come Icaro beatamente verso la luce, e come Fetonte infiamma il mondo di ardore. Solitaria cammina la fanciulla nella presaga tranquillità del cuore, finchè il nudo nume non le ferisca ad un tratto i sensi, e come Psiche essa cerca il fuggitivo, addolorata fino alla follia. O celestiale ed alata Ora della gioventù, troppo rapida ten vai, illudendoci! Sì, colui pel quale ancora risplende la fiaccola di Amore, è egli stesso un dio! Goda pure l'ora fuggitiva, quell'ora che non arrivano mai a compensare gli scettrati anni della vita, fossero pur mille, che l'uomo trascorre affaticandosi. Una volta sola gli Dei invitano a banchetto il mortale, ma Icaro e Fetonte precipitano in un attimo dal cielo, tramontano le speranze ed i vani desiderî come astri, la vita procede con pie' di bronzo e ammassa tombe su tombe. Anche l'ingannevole Amore getta via la sua veste sfolgorante e ci lascia nella colpa e nel pentimento l'Ora della gioventù.