«Vedete la terza! Come forte e luminosa spande la sua luce attraverso le tenebre! Bella nella corona di ulivo, la celeste messaggera di Pallade! Qui nell'uccello notturno si lasciò artisticamente indovinare il modellatore. In alto l'Ora solleva l'uomo dal falso sentiero della scompigliata gioventù e lo introduce tranquillamente nell'apparecchiata officina della vita, che la donna, propizia adornandola, gli assetta con amore operoso. Pallade gli apprende la saviezza e le opere espiatrici del lavoro, e piamente gli limita la sensibilità con la forza e con la sacra prudenza. E a lungo s'intrattiene la Dea, ben volentieri essa benedice all'uomo beato il cuore di Dedalo e le mani che incessanti lavorano. Ecco, già si ammucchiano le buone e le belle opere e così si accumula una grande eredità da nutrire i figliuoli; a un tale uomo non piace che quanto è duraturo, la simmetria armonicamente ordinata delle forze che agiscono sul mondo. Ma nel petto gli riposa il destino che gli Dei decretarono.

«Salve anche a te, o fiaccola della morte che scioglie la vita! Esausta si piega giù la mano e calmo riposa il cuore dopo la tempesta degli anni, senza che più s'agiti un desiderio od una speranza. Verso terra s'inclina il capo, quand'ecco si accosta ieraticamente Eirene, e con lei viene la ricordanza, la velata madre dei sacri dolori; ritornano le Ore da lungo tempo scomparse, con dolce saluto di lontano esse appaiono allo sguardo come le vele del mare, trasfigurate dal sole che tramonta. Ma con mestizia le contempla il vecchio e con profonda meditazione rivolge lo sguardo indietro alla vita e ai suoi gustati beni, e volentieri accoglie ora dagli Dei la morte, come il supremo dono. Così un giorno possa accostarsi anche a te con volto amico la morte, o Arrio, tardi nella notte porporina, quando sia già terminato il filo della tua vita. Ma il mio cuore anela la sua patria, sempre più calmo esso m'è divenuto ed a me pare come se qui d'intorno mi frusciasse l'ala della morte».

Così il vecchio. Dagli occhi suoi caddero le lagrime della malinconia. E come se per il mondo si fosse diffusa la calma della sera, onde rabbrividisce dappertutto la campagna e tacciono i canti nel bosco, così tutto si chetò nella sala: non una parola, non un bisbiglio si udiva. All'intorno serpeggiava il raccapriccio come il passeggio della morte, ma a volte rompeva il silenzio un rimbombo qual dei carri strepitosi della battaglia campale e s'udiva in pari tempo il ruggito delle tigri e dei leoni, che la città custodiva nelle gabbie per la lotta dell'arena, cupo e lontano, come sulla sponda del libico mare di sabbia s'ode nella tranquillità della notte echeggiare il ruggito delle fiere.

«La parola che dicesti, o vecchio, gridò Arrio alla fine sbalordito, risuonò ottenebrando la gioia; pure sappi che la Parca continua a filare benignamente nella nostra casa delle fila dorate».

Senonchè Ismeno guardò calmo verso il Vesuvio e disse: «O fortunato colui al quale parve nella vicenda dei tempi che le Ore avessero tutto compiuto! Ma fluttua e ondeggia la vita dietro leggi oscure. Alla cieca l'uomo oscilla nel dubbio come la canna, e alla notte oscura solo gli Dei annodano per lui il giorno. Così all'apparir d'ogni giorno se ne stia l'uomo devoto e pronto a ringraziare e consideri maravigliando il celestiale incremento della vita, come un dono della fortuna, sul quale giammai ha contato».

Disgustato riprese Arrio: «I vecchi cantano alla morte sempre il loro canto del cigno; poichè ad essi il tempo spense la fiaccola dell'Amore. Questo roseo ragazzo sen vola rapido, e non mai appare al cospetto dei vecchi; egli si cerca una preda migliore; Bacco però inghirlanda sempre di edera le bigie rovine. Vecchio, e come hai potuto dimenticare completamente il fido amico, che sulla tersissima base ha modellato l'artista per richiamarcelo alla memoria? Ecco, quella base significa la terra tutta inghirlandata di grappoli, e, araldo del piacere, sulla magnifica pantera si eleva Lieo, con in mano il suo corno splendente come la luna; perchè la natura non ci ha chiamato a vivere nell'indigenza, ma bello ci ha apparecchiato il mondo alla festa della vita fuggitiva. Goda dunque l'uomo; rapide passano le ore e più rapidi folleggiano i piaceri, come le rapide rose dell'amore. Condite, o ospiti, il vino! e qui a me si arrechino freschi fiori, perchè l'aria ci ha fatto appassire le corone sulle tempie». Disse e versò il falerno nel corno e ne offrì al vecchio.

«Se qualcuno può uguagliarti, o divino, aggiunse l'altro, è necessario ch'egli sappia offrire agli ospiti meravigliati il fior della parola. Una cosa sola ti è sfuggita, il fiammeggiante altare che Euforione ha qui modellato, al sommo della base. E chiuda il nostro discorso anche l'allegoria dell'altare: gli Dei bramano i sacrifizi, accostisi perciò il mortale volenteroso ai loro altari, pensando come presto fugga l'ora, acciò gli si conservi la luce e la gioia nobile e moderata!»

Così il vecchio; Euforione lo strinse affettuoso fra le braccia, profondamente commosso. Lucido splendeva il candelabro, sembrava il genio della vita terrena, vivificato dalla parola del sublime cantore. Nessun lume scintillava ancora nella sala, esso soltanto risplendeva lontano. D'intorno sedevano come ombre gli ospiti che, taciti e seri, guardavano le lampade. E Ione fissava incantata ora il bronzo, ora lungamente gli occhi dell'amico; e nel profondo del cuore agitato entrambi sospiravano di stringersi le mani. Quand'ecco si levò dalla sedia, col suo bel volto raggiante e sospiroso, coi neri occhi irradiati dallo splendore dell'alto sentimento, con le mani sollevate essa gridò come l'indovina: «Se al nobile s'addice il nobile, anche all'opera sia nobile la lode! Libero quindi sen vada l'uomo che gli Dei elessero araldo della loro luce immortale, anche lui onorino gli uomini come gli Dei. Libero ora tu sei, o Euforione, libero e sciolto dalla condizione di schiavo!»

E subito ricadde sul guanciale l'impallidita donzella. Allora il padre la contemplò e gli ospiti stettero ammirati ad osservare com'ella sembrasse convulsa ed agitata nell'anima e nel viso.

Come rumoreggiando il lampo dinanzi agli occhi di un uomo sbalordito guizza giù pel cielo nella terra crassa di vapori, così ora questa parola penetrò nell'anima di Euforione, ed egli vacillò, indi stette con lo sguardo verso il cielo, poi nascose il capo fra le mani e con profuse lagrime si buttò ai piedi di Arrio.