E vide piegarsi verso di lui il volto amico di Arrio, quand'ecco si fecero fosche le tenebre in un momento, fosche oltre ogni dire! Come se il mondo si spaccasse, dal Vesuvio si scatenò una bufera: il vasellame precipitò tintinnando, con fragore caddero le tazze e con rombo profondo risuonò anche il candelabro di bronzo, stramazzando giù nella sala, mentre all'intorno volavano schegge di marmo. Lontano rotolarono le lampade, sfuggite alle lacerate catene, facendo diguazzare l'olio in esse contenuto, e guizzavano le fiamme nella notte.

E un alto e orrido grido echeggiò nella sala, selvaggio come il capo di Medusa stava il rosso Vesuvio. Con fragore scoppiò il monte, e una figura di fuoco usciva dalla voragine, come il turbine del mare, e lambiva l'etere con le fiamme. Aveva l'aspetto di un pino, così s'inarcava una volta gigantesca di fiamme e cresceva, finchè ad un subito non s'agitò un rabbioso uragano di fuoco e con rimbombo sprofondò nelle viscere dell'urlante cratere.[8] E a un tratto una fosca caligine, con cupi fragori gorgogliava e ribolliva il fuoco interminabile, si sollevava di bel nuovo rapidamente, s'aggirava in vortice, e volavano i massi incandescenti come astri e come lune, d'uno splendore fantastico, come un esercito tuonante di comete che con la coda piena di scintillio sferzavano l'aria che mandava dei gemiti, finchè non si riversavano simili ad una spaventevole grandine di fuoco. Rosso come il sangue spumeggiava il monte, vomitando un'onda di metalli, e ne rotolavano cascate di fuoco e ardenti cateratte di lava.

Oscurità profondissima — e nera al cielo si levava la polvere. Scrosciando come pioggia cadeva e ricopriva la fumante città, sì che questa si dileguava allo sguardo; soltanto orride luccicavano le torri mandando vampe, e lottavano contro il fumo e il buio della cenere. Alto or mugghiava il mare, spaccandosi nel fondo, e rovina si assommava a rovina e s'alzava polvere su polvere nel nero orbe terrestre. Così in un subito precipita giù nella valle una catena di monti per il terremoto che tutto all'intorno sconvolge, così turbina il vorticoso caos della nera polvere, sì che tutto si offusca il cielo e versa sulle case e su gli abitanti fuggiaschi una pioggia interminabile di sabbia infocata, come ora scrosciava la cenere e fremeva e strepitava con fracasso, scorrendo simile al mare, rovesciando le porte della casa di Arrio.

E discese nella sala la notte flegrea e la morte versava la cenere nei bicchieri. Tutta l'aria buia si riempì di zolfo soffocante. E un indicibile grido di dolore echeggiò all'intorno, spaventevole; selvaggia si udiva la voce di Arrio, di Pansa, le stridule voci delle donne e degli uomini fuggenti; terribile era il grido di Euforione, mentr'egli, errando a tastoni lungo le colonne, faceva echeggiare del nome di Ione tutta la casa avvolta dal fumo. E qua e là cadevano e sporgevano le mani frugando in cerca della via, avvolti dal nembo di polvere e di crocchiante lapillo. Rosse faci, simili ai saltellanti fuochi fatui delle maremme, erravano e sparivano; e d'ogni parte orrende figure, simili alle larve del Tartaro e allo stuolo delle anime che gemono, quand'esse passavano, il torrente di fuoco fuggendo in mezzo al vapore gorgogliante, andavano a tentoni, correvano e precipitavano nella fuga e nella lotta disperata.

E come tutto fu spento, nella sala si vedeva fiammeggiare tranquilla una delle lampade, come scintilla un astro nel buio delle nuvole. Poichè dalla catena del candelabro essa cadde giù contro una sedia che la trattenne, e lì rimase sospesa, trattenuta dal braccio della sedia metallica, la luce vivificante di Pallade. Ed Euforione la prese disperatamente, la sollevò nella destra e subito corse via con un grido rimbombante.

Pure qui tu indugi, o Musa, e con profonda mestizia abbassi il tono della lira; mostri il tuo capo nella polvere azzurriccia, che ancora fa rabbrividire i posteri nella sala di Arrio, e lo pieghi cogitabonda e taci.

Canto IV.
TANATO ED EIRENE.

Com'è placido, o morte, e come è bello il tuo regno colorito qui fra le rovine di Pompei, nel recinto della cenere che si inarca![9] Ben altra tu mi apparisti nelle macerie di Roma, come un Cesare maestoso che dalla via Appia infili i larghi archi, tacito e tetro, trionfatore del mondo e calpestatore dei popoli; ben altra nei campi di Siraco, dove ancora Aretusa versa giù nel mare le melodiche lagrime per il perduto dio e la rocciosa plaga giallognola mostra i solchi del tempo con tracce di tombe all'intorno, per quanto il falco la domina con lo sguardo.[10] Colà come Memnone tu mi apparisti, che manda dei gemiti, quando la madre Aurora lo sveglia e lo bacia sul capo. Ma qui come un ricciuto fanciullo, simile al sorridente Amore, tu mi appari, o Tanato, nelle scintillanti macerie di Pompei, scherzando con la polvere di oro e coi rottami dei vasi infranti. E coi lapislazzuli e i perduti ornamenti delle fanciulle tu ricami il tuo sepolcrale mosaico di figure fantastiche e favolose. Informami soavemente il canto e venga qui benigna Eirene, la celestiale sorella, e mi aleggi intorno al capo, eternamente. Ed ecco che aprì gli occhi Euforione; dove mai si trovava egli? Una nube gli avvolgeva lo sguardo e il capo accasciato dal dolore, e dello spruzzo delle onde grondava ancora la chioma e la testa. Era in un'arcuata caverna di rocce dentate, rischiarata in rosso dal vaporoso lume d'un tizzo acceso a mo' di fiaccola, che un uomo teneva in mano, ricurvo, nel vello peloso del pescatore, mentre gli sguardi inorridivano del raccapriccio di morte. Allora terribile mugghiò il mare con urlo, e le onde, freneticamente agitate, risuonarono intorno per le rupi sulla caverna scossa. Ivi pendevano in gran copia alle caviglie reti brunastre, canne da pesca, gomitoli di nasse e corde di paretelle. Ma al suolo sulla nera terra giacevano figure, vinte dal dolore, in un rigido deliquio. Fra la ciurma ivi sedea anche lo stesso Serapione, col grigio capo appoggiato alle mani, senza forza per l'indicibile pena. Inoltre, nell'abbigliamento di festa, coi lineamenti del tutto sformati, sconvolta e arruffata la chioma, inzuppata di acqua salsa, giacevano distesi sull'alga gl'infelici figli di Arrio, simili alla conchiglia di porpora che il flusso spinge alla riva sull'alga scintillante del mare.

Euforione li guardava fiso, come fantasmi, e piegandosi sulle ginocchia cercò di pronunziare queste interrotte parole: «Ohimè! dove siamo noi infelici precipitati? ci hanno, ohimè! trascinato giù nel profondo del mare gli urlanti gorghi? dove sono io mai? cadde Pompei, rovinò dalle fondamenta il globo terrestre? È questa la fossa? Ci ha tutti ingoiati la voragine del Tartaro?» E dagli occhi cercò di scuotere con forza il deliquio; ma la ragione gli girava intorno smarrita. Come quando di mezzo al fumo spuntano qua e là delle figure poco riconoscibili e di nuovo si offuscano, così a lui errava confuso lo spirito sulle immagini scomparse. Vide tutti gli orrori della notte, il Vesuvio e Pompei ravvolta nel fuoco, la casa della festa e Ione presso il magnifico candelabro, gli ospiti giulivi e l'improvvisa catastrofe. Vide Arrio fra le rovine presso la volta della casa, piegato accanto ad Ismeno, col capo morente tutto ricoperto di cenere. Vide uomini e donne, distesi nell'arena che si ammucchiava all'intorno, il popolo fuggente correre giù per la china delle strade a precipizio nelle nuvole di fuoco e sferzato da una gragnuola di lapillo, strillando come uccelli notturni, quando ne li caccia via lo scoppiettare dell'incendio. Ed ora ei vide sè stesso, nel vortice di cenere, con Ione sulle spalle e Ion appeso alla veste correre verso il mare di mezzo alla città in fiamme e alla turba confusa degli uomini; ed echeggiava l'aria dei lamenti del popolo che si precipitava nel mare, acceffando le barchette con grida angosciose, finchè il flutto li allontanava e di nuovo il riflusso li gettava sulla riva. E a lui pareva come se sprofondasse nel mare, come se tutte le acque furibonde lo inghiottissero nel gorgo; ma ad un tratto egli intese il rumore del bordaggio, un vociare confuso ed orribile e nel mezzo il grido risuonante di Serapione. E subito vide il vecchio, non più come l'illusione di un sogno febbricitante, sollevarsi sul suolo della caverna, nell'aspetto simile al nero Caronte, e cercò di chiamare per nome l'ospite amico, stendendogli con forza il braccio, mentre prima barcollava pieno di angoscia; ma la notte fosca gli avvolse ben presto il capo ricurvo.