Alto tuttavia urlava il mare percosso dal turbine impetuoso, fuori presso il roccioso lido, e già avevano i balzanti flutti trascinato quei fuggiaschi di Pompei nel naviglio del vecchio egiziano, che ora coll'albero infranto giaceva gettato sulla spiaggia salvatrice di Capri. Non lungi da Napoli si eleva la bella roccia dedalica dell'isola aprica. Ivi Amore si compiace di sognare nelle grotte di zaffiro origliando alla camera nuziale delle sirene del mare, dove, con delicato sorriso, le onde tremolano nel fosforo e l'aria narcotica intesse tranquillamente di azzurro il grazioso crepuscolo. Ma fremeva ora il mare intorno al lido tutto inarcandosi di onde cristalline, e la schiuma schizzava fin sulla cresta dell'isola. E come una nebbia, la cenere compatta e crocchiante copriva gli scogli, e lontano sulle onde l'uragano agitava un vortice di nubi. Rosse splendevano le rocce e rosso il golfo ribollente, ma fosco si agitava il mare nello splendore solfureo, impetuosamente illuminato dai lampi e poi di nuovo coperto subito dalla notte. E con luccicanti creste s'avvolgeano i sibilanti cavalloni, sbuffavano in alto inalberandosi e risuonando poi sulla scogliera, sì che intorno ne rintronava la spiaggia ed echeggiava con rimbombo l'isola.

Così passava rapido il tempo, non più partito dal mutare delle stelle nel cielo. Poichè non era nè giorno nè notte, e solo rossi bagliori raccapriccianti solcavano la terra che fumava. Se le ore scorressero, se i giorni si spegnessero nella notte senza misura di tempo, nessuno dei mortali avrebbe saputo.

Finalmente venne la calma; presso agli scogli di Capri cessava di fremere, stanco, il mare, e la tempesta delle nuvole ammainava le vele. E le nebbie squarciate, già tutte infrante a brandelli, affollandosi a mo' di schiera correvano e si spingevano al mare come corrono le flotte di ritorno alla loro patria dopo la terribile battaglia navale, serrate a schiere anch'esse ed affollandosi al suono delle tube, mentre le vele sventolano rotte intorno all'antenna e foschi sporgono i tronchi degli alberi spezzati; e le navi, stanche dalla lotta, tirano giù le vele stridendo come gru e sempre più lontano nereggia la fitta squadra sul mare.

E già dai crepacci della grigia nuvolaglia appariva l'azzurro del cielo, quando spuntò timido l'astro del mattino e dall'azzurra notte di ambrosia emerse con tutte le stelle la lampada degli Dei, Orione. E subito splendette l'aria, il chiarore divenne sempre più limpido, un vapore colorato si levò dalla sponda gialliccia del levante, morbido come il chiarore dell'Iride, quando affrettandosi al mare si trascina dietro il lembo della sua veste variamente ricamato a fiori e la traccia luminosa delle ali. Come un brivido corse un alito di vento e dalla scogliera si precipitò con alte strida il gabbiano, a tuffare nei flutti le sue ali strepitanti. Un grazioso sorriso mattinale rischiarava adesso il cielo, e spuntò rosea la magnifica Eos vivificatrice della città, mentre in largo s'accendeva il mare e risplendeva la cresta di Sorrento, come s'accende l'ebbro e sanguigno capo del fiammante papavero. Timide ricomparvero le rive, avvolte come in un velo d'incerto vapore: colà la riva di Pesto e qui gli scogli delle Sirenusse, di là la riva di Napoli e il giallo monte Miseno. Ma il dominante Vesuvio se ne stava lì maestoso nella sua pompa di porpora, tranquillo come un eroe che silenzioso contempli il campo di battaglia e i morti, niente affatto rannuvolato dal rimorso e appoggiato alla lancia luccicante della zuffa.

Appena spuntò Elio per sanare della sua luce la terra, il vecchio veleggiò subito con la sua nave verso la riva di Pompei, per osservare con i propri occhi e cercare tra i superstiti e i morti.

Ma chi può dire quale orribile e violento dolore assalisse ora i figli di Arrio, che si abbandonarono alla piena dell'affanno, quando, simili a naufraghi, si svegliarono sull'estraneo lido, privi di speranze, poichè il compagno svelò loro la sorte del padre e non cercò d'illuderli in nessuna maniera? Strappandosi i ricciuti capelli e percotendosi il petto, il fanciullo emise un profondo grido di dolore che si ripercosse lontano negli scogli di Capri.

Arrio! risuonavano le rupi, ed Arrio! ripeteva l'Eco. E con i sensi smarriti Ione vagava lungo la riva: ora, silenziosa contemplando le coste di Pompei, sollevava il braccio in alto verso il cielo con le labbra aperte senza profferir parola e pazza di dolore, ora lanciava nell'aria un grido improvviso. Non così nello spasimo del cordoglio uscì un giorno un canto di dolore dalla bocca di Cassandra, che contemplava i ruderi di Ilio, seduta sul lido nemico, e versava nel mare il suo affanno triste come la morte, impennando le aure del suo sacro grido di malinconia, come ora si lamentava Ione cercando il padre, gli amici, la patria, che senza tomba erano profondamente sepolti sotto la lava vomitata dal Vesuvio. Ed ella supplicava la morte, e spesso saltava avida di sprofondarsi nel mare; però la stringeva gemendo il fratello Ion e forte talvolta la cingeva con le braccia Euforione, versando lacrime di raccapriccio e unendo gemiti a gemiti. Essi passavano nel pianto il giorno come passavano anche nel pianto la notte, storcendo le mani con sospiro ed errando intorno alle rupi dell'isola, così come i figli del cigno, che seggono raccolti sul rossastro promontorio presso il mare e battono le ali e gridano senza fine con un gemito rassomigliante al suono dell'arpa nell'azzurra solitudine dei flutti, poichè il cacciatore uccise loro i genitori distruggendoli insieme col nido.

Di nuovo si fe' giorno. Quand'ecco ritornò anche Serapione, mentre quelli ansiosi, immoti nel sordo dolore, vuoto il petto di sorgenti di lacrime, tristi pensieri volgendo, sedevano sul giallo scoglio, sui gradini di marmo del palazzo, che Tiberio, il demone di Capri, un giorno si fabbricò cingendolo di magnifiche colonne, da' cui piedistalli scintillanti intorno alla scala si specchiavano giù nel mare immagini di numi tacite e severe.[11] Colà li trovò il vecchio, ei venne inerpicandosi per l'erta della riva e subito, come un uomo del quale lo sguardo precursore della parola accenni a qualcosa di triste, Serapione cominciò perplesso in tali accenti: «Infelici, oh che cosa debbo io ora riferirvi? come potrò riuscire ad esprimervi tutto ciò con parole? Un ammasso di polvere è diventata Pompei, inghiottita la città e sotterrata anche la sua gente! Nè il padre, nè la casa, nè gli amici, nè la patria sperate di vedere; l'inarcantesi terra tutti insieme li ricopre. Ahimè! nessun occhio li vide, e chi è sfuggito alla rovina dice che è morto Arrio, e morto anche Pansa ed è morto anche Ismeno! Chi discerne fra i molti che perirono? Da ogni parte imperversa la distruzione ed il caos, sembra che tutto sia una fossa sola. Le macerie coprono colà il paese sfigurato come con le onde fangose del Nilo. Plumbei si elevano gli ammassi della lava rappresa; monti vomitati dal monte seppellirono i campi e le città, e la terra fusa indurisce selvaggia, orribilmente compressa nelle sue zolle. E d'intorno deserto; un pantano di zolfo, un indicibile ammasso a strati di cenere e sabbia e frane e frantumi infiniti! La città precipitò nel profondo del Tartaro senza lasciare alcuna traccia; così del Vesuvio si distese su di essa un lenzuolo di polvere e una nera coltre di cenere, che non un tempio si scerneva, non il teatro, non la piazza, neanche una casa. Ma qua e là dal flutto di cenere un dorico capitello sporgeva il suo capo tentennante come un ebbro, e si vedeva l'orlo merlato d'una torre infranta. Ahimè! e di morti un esercito! gli uni fissi nella lava e gli altri nella sabbia, ovvero accomunati nelle onde fangose con le bestie marine, che il mare ora rivolge con raccapriccio negli orribili flutti insieme coi percossi alberi e le caviglie delle infrante navi. E il vento solleva un turbine di polvere; come nel deserto di Libia, su Pompei la cenere danza le furiose danze della morte. Napoli e Nola mandarono in fretta delle schiere di fossatori, se mai riuscisse loro di liberare qualcuno dai frantumi; ma questi uomini rimangon lì fermi, con le zappe inerti ai loro piedi, pieni di orrore e guardano la nera campagna flegrea. E come i corvi d'autunno riempiono di strida il terreno dissodato, accoccolandosi a stuolo, così seggono colà le donne gemendo fra i rottami, con monotone grida, e versano sul loro capo la polvere solfurea. Il dolore, segugio della morte, manda alti gemiti colà e cerca la via nella cenere ammonticchiata; la fame con lucente sguardo gironza intorno e fruga tra i rottami con urlante delirio. Oh come basterà la parola ad esprimere tutto ciò? Intorno al grazioso golfo ora la morte intreccia nere ghirlande; anche altre città caddero; caddero Ercolano ed Oplonti,[12] Stabia è coperta dalla notte. Da che la terra popolata uscì fuori del caos, giammai occhio mortale vide così violenta ed orrida distruzione! Cessate, deh, cessate dal lamentarvi! nessun dolore può misurare questi abissi vertiginosi e senza fondo. Muto sta l'uomo innanzi all'opera dei celesti, compreso di stupore e d'irresolutezza, e lascia compiere ciò che non può arrivare mai a capire. Lasciate che i morti riposino tranquilli e che il padre dorma nella sepoltura della casa, beati loro che non videro la caduta e lo squallore di Pompei, perchè un demone del cielo li rapì di mezzo alla festa».

Così il vecchio. Ancora alto gridava il giovanetto Ion con voce risuonante e con volto nascosto amaramente sospirava. Ma Ione, con le mani tese verso la sponda azzurro-velata di Pompei, d'un volto simile alla morte, rabbrividito e pallido, sparsa sul petto la chioma fluente, stava ferma a guardare nel mare, finchè le braccia non le si piegarono per istanchezza ed il capo non s'appoggiò alla spalla dell'amico Euforione, il quale sollevò per mano dal suolo anche il fanciullo.

E intenerito vide il vecchio come le giovani figure legasse insieme la catena del dolore e la catena dell'amore. E a lungo esse rimasero così silenziose nell'ansimante dolore e contemplarono malinconicamente la vita, quando a un tratto il vecchio proruppe: «Ben vede oggi il sole della trasformazione tante cose che i popoli istituirono, le età consolidarono, la repentina morte disciolse. Il povero ora si unisce al ricco e il signore chiama fratello lo schiavo. Che sono i desiderî degli uomini e che è mai l'affaticarsi per il futuro? Che cosa è il tuo dolore, o Euforione, che poco fa scagliasti selvaggiamente contro il cielo per una meschina figura di argilla? Ecco, Pompei giace nella polvere frantumata, rotta come un vaso che un fanciullo scherzando getta giù dal piedistallo. Ora vi abitano le larve e striscia pei muti palagi il verme schifoso, sedendo sull'oro e sulla seta di Tiro. E la notte eterna copre le preziose meraviglie della bellezza. Così come i ciottoli della roccia, il tempo rotola costantemente le opere degli uomini, schernendo i figli di Prometeo che, poveri creatori, formano polvere dalla polvere. I nipoti ereditano le macerie e la posterità dolente raccoglie anche la più sublime azione come un rottame di mezzo ai frantumi».