A ciò subito levò il capo il Greco e disse con commozione: «Ben dicesti tu il vero! Un sol minuto basta a dileggiare i nostri titanici dolori e i più eccelsi sensi divini, giacchè anche dietro la mano e l'opera di Fidia stava un giorno motteggiando la morte e placidamente si prendeva gioco dei rottami in cui quella si sarebbe ridotta. Pure tutto ciò che nel petto aspira con forte desiderio alla luce, ciò che tende all'immortale con la lieta brama del creare, o vecchio, non è un soffio della dileguantesi ora mortale! Cadono le città e i popoli, muoiono le opere degli uomini, ma rimane il potere dell'arte ed il lavoro che redime; i quali, sacerdoti celesti della luce e della libertà, peregrinano come messi andando dai padri alla vegnente generazione dei nepoti. E l'uomo si rinnova eternamente, ammassa opere su opere, attendendo pacifico alla perfezione del fiore della terra, con santa umiltà. Così io la penso, e quantunque ancora l'anima mi stilli di morte, pure mi è rimasta la forza e la brama infinita dell'operare. Anche a me han distrutta i celesti l'officina e le opere, e nel medesimo tempo il dubbio ed i miei piccoli dolori puerili. Eternamente adunque le macerie coprirono le opere dell'apprendista, per sempre quelle figure del sogno e della brama che lottava con energia giovanile. Ma come quando nella vampa del Vesuvio io tuffai l'anima, sì che essa, liberata dalla scoria della pesante materia e purificata dalla torbida miscela, tende ora alle vette apriche, così io son divenuto, così mi sento rinnovato, così ringagliardito dentro di me».

E l'Egiziano guardava lieto l'insigne giovane così entusiasta, ammirando com'egli, con ancora la veste di schiavo sulle vigorose forme, se ne stesse colà virilmente col capo sollevato e coperto da riccioli neri, simile al figlio di Dedalo che aveva modellato nella creta, ma più tranquillo e più grave; e l'ospite amico si compiaceva a guardare come per mano ei si tenesse la più bella fanciulla di Pompei.

«Strano, diss'egli; i celesti confondono sempre le sorti degli uomini, il flagello della Furia colpisce le teste dei potenti, mentre intorno al capo dello schiavo essa si trasforma per incantesimo in una ghirlanda. La morte diventa vita, la porta della tomba si cambia in un'eccelsa porta di trionfo! Oh te beato! Io ti esalto: come una fenice risorgesti dalla cenere di Pompei, e Iddio die' compimento a quel che tu presago modellasti. Tu sei libero e sfuggisti anche tu al labirinto della morte; io ti chiamo Dedalo ed Icaro ad un tempo, perchè i Geni ti prestarono le ali di entrambi. Oh! sollevate al cielo le mani, sollevatele in segno di ringraziamento, voi, che i celesti stessi guidarono sulle ali nella mia nave. E tu, o nobile e rassegnata fanciulla, che cosa scegli tu adesso? Non più vi sono vie per ritornare in patria; a novella vita e più grande risorgerai. Perchè colui che ha superato tali cose, ha ricevuto dalle eterne potenze una elevata destinazione, sempre più in alto nella vita. Vuoi tu andare a Roma col fratello? Colà abitano molti amici di tuo padre, o vuoi piuttosto scegliere la città di Napoli? Parla, io ti guido volentieri nella mia nave, dove desideri. Oppure comprendo esattamente quel che già presentivo, e che voi stessi ora mi date a intendere con lo sguardo e con l'unione fraterna delle mani?»

Non rispose a ciò la figlia dell'infelice Arrio, ma, immersa in profondi pensieri, abbassò lo sguardo, silenziosamente. Ed allora Euforione: «Ben hai tu presentito il vero, tu che ci fosti mandato per pilota dagli Dei, o santo ospite amico. Sì, noi veniamo teco, tu stesso l'hai predetto. Ma non come uno schiavo fuggiasco io monto a bordo della nave salvatrice, giacchè mi segue Ione, come compagna di viaggio all'uomo che essa stessa ha liberato dall'infamia della trista schiavitù. Colei che mi prometteva la vita, mi è stata ora legata dalla morte, ed il Vesuvio ci ha fuso, ohimè! le indissolubili catene. È forse un sogno? O Dei, come intendo io il subitaneo mutamento! Voi, sì, mentre io me ne sto pieno di meraviglia, mi vuotate sul capo ambedue i corni dell'abbondanza, mischiando il dolore al piacere e la morte alla vivificante salute. Oh come rimango confuso di vergogna dinanzi a voi, io che solo fra tutti soffrii meno! Io debbo sembrare ora come un misero mortale, che dai luccicanti rottami estrasse i più preziosi tesori, rubandoli ai caduti, e fu arricchito dalla prodiga morte. Perciò non so pronunziare alcuna adatta parola; mi batte il cuore nella speranza, eppure il dolore lo seppelisce in un raccapricciante silenzio. Questo solo io sento: Ione, tu vivi, e tu vivi per me, o fanciullo! E se ancora la preghiera dei vivi scende giù nell'Orco, ben udrà il padre gli ardenti voti, e si volgerà a me accennando dai campi elisi l'ombra placabile di Arrio. Lungi ora navigando sul mare noi andiamo in esilio, c'è di guida il dolore, e nel tempo stesso anche la speranza e l'amore, che di mezzo alle rovine ci costruisce di bel nuovo la patria. Poichè anche oltre il mare fiorisce incantevole la terra ospitale, anche colà risplende Eos e sorge per gli uomini d'azione anche Elio e Selene nell'amica sera».

Disse e indicò il mare e i monti luccicanti di Calabria, che dal vapore ondeggiante sollevavano la cima violacea. Lungi ridevano le onde e bello brillava il promontorio merlato della Licosa; qualche nave a vele spiegate correva giù verso il sud in una corsa beatamente alata. Ma ad Euforione sembrò come se il cielo di smeraldo risuonasse di festosi inni e come se echeggiassero di canti i rapidi flutti, che con ansante mormorio si rincorrevano sull'estesa assolata. Così stava egli commosso sulla riva crestosa di Capri, agitando la mano verso il mare porporino, mentre gli splendeva nell'occhio la celeste fiamma del desiderio.

E l'afflitta Ione sollevò il suo pallido volto e disse: «Ahimè! lungi, o amico, tu guardi, e le ali della speranza sollevano il tuo spirito coraggioso; ma nel mio petto il cuore sepolto come sotto le macerie, si è cangiato in un'urna, ripieno della cenere di morte. Io cerco vincere l'angoscia, e apprendo l'umiltà dal dolore, piegando religiosamente il mio povero capo innanzi alla triste necessità. Ma il grido del cuore, oh questo grido disperato mi ridesta sempre dal muto silenzio, ed allora mi rivolgo ai celesti domandando: ma sarà Pompei sempre coperta dalla cenere? E ritornerà mai a noi il nobile padre? Ed è per sempre sprofondato nei frantumi? E copriranno questi frantumi eternamente gli amici e le case ed anche la fiorente città? Io vivo sempre nel sogno ed orfana stendo le sospirose braccia verso la patria, verso i vani fantasmi della tomba. Perchè come sulla sabbiosa pianura il vento distrugge con la polvere per ischerno la traccia del piede frettoloso al viandante, così copre la sabbia tutta la mia vita ed i miei sensi. Tutto divenne intorno a me caos, e mi vacilla nel petto il cuore senza patria, strappato quasi alla sua ancora e spinto nell'onda del cordoglio verso il velato avvenire. Ahimè! della casa di Arrio sono questi gli unici avanzi, io e tu, Euforione, ed il piccolo Ion, a me carissimo sopra ogni altro!

Ed a ciò Ion: «O Ione ed Euforione, io ora vi amo doppiamente, perchè voi mi sembrate i genitori, essendo il padre disceso nell'Orco. Ma tosto che noi fabbricheremo la casa sulle rive del purpureo Nilo, sia essa com'era la nostra, chè non mai io dimentico la nostra abitazione, la quale s'ergeva sì bella con le colonne splendenti dell'azzurro del mare. Sabbia e frana la ricoprono, e ricoprono anche il podere e i tesori che il padre accumulò e la diligente madre raccolse. Di tutto posso consolarmi, solo non posso dimenticare i tuoi preziosi regali, o sorella, che poco fa mi portasti da Roma. Ed anche il candelabro di bronzo io piangerò, o amico; mi appare sempre agli occhi la bella figura e ripenso alle lampade scintillanti nella sala, al padre che stupito ivi sedeva ed agli amici che guardavano ammirati. Ma ora esso sen giace coperto di cenere, e nessuno attizza le incantevoli lampade, allietandosi del loro scintillio. Si affrettò subito un demone a trarlo giù nel profondo dell'Orco, fra le lare, per la regina Persefone, dove ora sta accanto al trono e illumina le orride tenebre».

«Lo ricopra pure la polvere, rispose sorridendo Euforione, e sia ora lampada sepolcrale per Arrio e per tutti gli amici: ormai mi ha già bell'è compiuto il destino. Esso era per me l'araldo della luce, un amico salvatore dell'amore; e un tempo, quando saranno trascorse le età e molte generazioni di uomini, quando noi tutti saremo dispersi coperti dalla polvere, i posteri lo ritroveranno; allora dinanzi ai tardi nepoti esso starà come uno straniero e un divino mistero. Ma forse un uomo, un osservatore, lo contemplerà, e con malinconia dirà allora: di chi erano le mani, le preziose mani che ne intesserono le forme e quali sensi commovevano il maestro, quando nell'officina modellava il lampadaro dedalico? Per chi esso infiammò e illuminò l'anima innamorata? Ed allora il mio bronzo racconterà a questo nipote stupefatto anche il destino di Pompei e la nostra storia passionale.

«Ma io stesso, soggiunse il fanciullo, apprenderò subito da te a modellare il bronzo, perchè anch'io diventi maestro di plastica, che ognuno onori ed ammiri con lode e celebrazione. Bello mi sembra pure che l'uomo si eserciti in tutto ciò che nessun destino, nessuna improvvisa distruzione può strappargli. Noi, ahimè, i figli del benestante Arrio siamo adesso come i più poveri del popolo, che sulla via polverosa chiedono l'elemosina. Ma tu unico e solo rimani ricco, tu porti teco tutti i beni, l'arte che rende felice il mortale ed il lavoro che crea e che ora nutrirà anche noi, orfani smarriti». Così disse il grazioso fanciullo ed Euforione se lo sollevò al cuore, lo strinse dolcemente al petto e guardò nel cielo commosso.

«Bene, gridò subito Ione, bene ci siamo noi scambiata la propria forma della felicità. Prima io stava altera e piena di splendore, e mi pareva che nessun desiderio soddisfatto mi bastasse, per quanto fossi circondata di ogni cura. E riuscii ad ottenere che la mia bocca potesse liberarti, o caro. Ma dei doni, o amico, che per l'innanzi offriva la figlia di Arrio per rendere gli uomini felici, questo, ahimè, era l'ultimo ed il più bello. Io son povera adesso, il mio tesoro d'un tempo è ora soltanto affanno e cordoglio. Mai tacerà questo immortale dolore, per quanti anni possano scorrere, perchè, dovunque io sia, la mia anima sarà rivolta alla tomba dei perduti amici, e dovrò piangere il padre e sempre piangere Pompei. Ma tu quale un celeste donatore mi porgi la salvezza. E come saprò io esprimerti i sensi del mio cuore che palpita? Poichè, come finalmente appare al nocchiero, sbattuto dalla tempesta, la più propizia pace nel porto, così tu sei per me il rifugio del dolore. Noi siamo tuoi, noi veniamo con te; ciò che oltre il mare lontano Iddio ci prepara, noi ce lo prenderemo con un amore operoso. Ed ora vieni, il mio cuore si strugge dal desiderio della partenza. E già satura di dolore io voglio piangere me stessa nella polvere di Pompei, poi prendici tutti, o vecchio, e facci viaggiare sulla tua nave amica ed ospitale».