Odi! e risuonò dalla spiaggia un canto, l'allegro e giulivo saluto del mare. Dalla nave rabberciata gridarono su verso la roccia i figli del Nilo, sollecitando il vecchio; dall'albero di abete sventolavano le banderuole, nel nord-ovest le bandiere fluttuavano e a bordo pendevano le corone d'ulivo e i rami dei sacri pini.

«Orsù! disse l'Egiziano, perchè lì basso la solerte ciurma mi chiama con strepito e si apparecchia a partire. L'animo di tutti aspira con ardente desiderio alla patria sicura. Affrettatevi dunque e calmate l'ansia affannosa del petto, o partenti, che è sempre dolce il piangere, dolce il dolore di ogni partenza; ma di là al capo di Pallade io mi fermo, finchè voi torniate a casa dai ruderi di Pompei. Alcuni giorni io vi permetto di restare colà per informarvi degli amici, ovvero per prendere delle disposizioni, nel caso che vi siano rimasti migratori, che il medesimo destino discaccia dal patrio lido. Io mi reco a dedicare qualche pia offerta nel tempio, com'è costume dei naviganti, perchè favorevole gli Dei ci mandino il vento da far vela e ci spingano la nave verso il divino Nilo, dove in un'agiata casa i miei vi tratteranno con ogni sorta di premure, finchè Pallade in seguito non vi erigerà la propria abitazione. Ma tosto che sarò a casa, mi farò dipingere da un pittore, che ben ne esegua il lavoro con arte, due preziosi quadri, indove si ammirino la città sprofondantesi col monte che vomita fiamme e la mia nave, così come i celesti me l'hanno tratta fuori dal gorgo vorticoso. Io voglio ch'ei ben mi riproduca questi quadri, e l'uno consacrerò colà nel tempio di Minerva, l'altro nel tempio d'Iside, dov'esso si eleva alto presso Canopo sulla gialliccia pianura di sabbia».

E qui discesero la sassosa scala del palazzo, che s'incurvava a mo' di porto intorno ai rossi scogli dell'isola. Lento seguiva il vecchio; tenendosi per mano, i due scendevano, e innanzi a loro saltellava rapido il roseo fanciullo, simile nell'elegante figura al ricciuto Amore, che guida gl'innamorati nell'azzurra lontananza della vita.

Subito saliron sulla barca, che rapida corse verso la riva di Pompei fendendo coi remi i tersi flutti. Ma la nave di Serapione passò fremendo lo stretto di Capri, e ben presto approdò presso il bel tempio di Minerva che s'innalzava accanto al lido del mare coi luccicanti merli, segnale al nocchiero e sacro e da tutti onorato fin da tempo immemorabile. Lo fondarono i coloni di Tafo, quando dalla terra ellenica veleggiarono per edificare sulla spiaggia di Napoli e nei campi di Cuma. E molti doni che per riconoscenza i nocchieri piamente consacrarono colà come offerte, vasi di bronzo, ornamenti di bionda ambra e tavole votive dipinte per l'improvviso scampo, si vedevano intorno nel tempio accumulati presso ogni altare. Molti ve ne consacrò il vecchio, distribuendo ai sacerdoti ricchi doni di oro e preziosi drappi di festa.

Erano già passati otto giorni; quando però giunse il nono e trascorse e già Elio tramontava in sulla sera, ecco, la barca si allontanò dal lido di Pompei. Con una gagliarda corsa passò daccanto agli scogli dell'alta Sorrento e Serapione la vide con piacere accostarsi. Euforione sorreggeva tra le mani la curva urna di bella forma campana, che lungi risplendeva rossa, di luccicante argilla ed ornata di leggiadre figure. Perchè della sacra cenere di Pompei Ione vi aveva dentro raccolto la polvere, qual funebre ricordo della patria. E adesso invece dei lari, invece del fuoco del focolare, presero seco la polvere nell'orciuolo, per metterlo un giorno nella nuova patria, religiosamente, come segnacolo della propria abitazione.

Serapione con gioia guidò subito sulla sua nave gl'innamorati, perchè più gagliardo spirava il vento di ponente col fresco della sera. I bruni figli dell'Egitto sollevarono ora le ancore pieni di desiderio, mentre il vento riempiva e gonfiava le vele. E la nera nave prese la corsa come il migrante Ibi.

Era già sera: il sole già tramontava di là alla roccia lungisplendente di Ponza, svanendo in un vapore di porpora con magnificenza e grandezza, come si spegne la vita dei popoli e delle età, spargendo sulla tarda generazione ancora un chiarore crepuscolare. Sempre più calma diveniva la terra, e già si spegnevano i monti di Sorrento e di là già si offuscava dolcemente e impallidiva l'alto Vesuvio. Ed essi sedevano a bordo tenendosi per mano e guardavano indietro placidamente, finchè disparve ai loro occhi la patria sepolta.

«Addio, Pompei! Addio o sacre tombe!» Così gridavano da bordo Ione, Euforione, Ion. «Addio, Pompei!» e correva fremendo il naviglio lontano e sempre più lontano nella vita. E scese la notte, magnifico scintillava a ponente Espero, e le Ore celesti accesero subito nell'azzurro la lampada degli Dei Orione, mentre le stelle dal cielo con dolce scintillio mandavano giù sulla nave i loro raggi benigni.

NOTA DELL'AUTORE

Il candelabro, che forma il nucleo di questo poemetto, fu, com'è noto, scavato nella casa di Arrio Diomede. Ora si trova al Museo di Napoli. Io l'ho rifatto alquanto in ciò che costituisce l'essenziale di questi canti, attribuendogli lampade di mia propria invenzione. Quelle che gli sono appiccicate nel Museo sono altrimenti conformate; l'una è senza figure, l'altra è adorna di due aquile, la terza presenta una figura di toro a metà e alla quarta infine servono come anse d'ornamento due delfini. Mi si vorrà scusare, quando si saprà che queste lampade non appartenevano originariamente al candelabro, ma gli sono state appiccate ad arbitrio. Le lampade primitive non si ritrovarono.