La figura del grazioso bronzo si trova nella Collezione del Museo Borbonico, e il lettore non si annoi della dolce fatica di scartabellare in quei volumi, finchè non l'avrà trovato. Egli sarà per lo meno largamente rimunerato dalla quantità dei magnifici oggetti, dovesse anche affaticarvisi intorno.
Coloro che hanno visitato la Pompei di oggi, non si meraviglino che io abbia avvicinato il mare alle mura dell'antica città, poichè così era il suo letto alla foce del Sarno, mentre dagli odierni avanzi di Pompei il mare s'è ritirato d'un miglio in seguito al riempimento di cenere, di lapillo e di lava. Del porto di Pompei parlano Floro, Livio e Strabone; esso serviva di emporio anche a Nola, a Nocera e ad Acerra.
L'antico nome dell'isola d'Ischia era Enaria; io però (alla fine del I Canto) ho conservato il nome odierno perchè più facilmente s'intendesse.
Da ultimo ricordo che nella casa di Arrio Diomede, ancor sempre la più bella di quelle finora scavate, sono stati ritrovati più di trenta scheletri. Di questi diciotto si scoprirono nella galleria sotterranea, uomini, donne e fanciulli: essi tutti avevano il volto coperto d'un panno, segno questo di abbandono e di rassegnazione. Presso di loro si ritrovarono collane, anelli, gemme e monete. Si scoprì il padrone di casa accanto ad uno schiavo, presso la porta che conduceva alla campagna: teneva una chiave in mano, mentre lo schiavo aveva preso con sè molte monete di oro in un sacchetto di tela con l'effige di Nerone, di Vespasiano e di Tito, e molte altre di argento e di rame. Pochi anni da che erano stati scritti questi canti, il signor Fiorelli, direttore degli scavi di Pompei, fece meravigliare il mondo con alcune immagini vere e proprie di Pompeiani che nella catastrofe avevano trovato la morte nella cenere. Egli le trasse alla luce del giorno con un metodo per quanto semplice altrettanto geniale, versando del gesso nelle incavature che le loro carni avevano lasciato sotto la cenere rappresa. Così egli ottenne solidamente rappresentate come impronte plastiche le figure di quegli infelici e il momento stesso e perfino l'espressione della morte. Chi vide queste statue, le più meravigliose fra tutte quelle che il mondo possiede, le avrà osservate non senza profonda commozione, poichè quello di cui solo la fantasia del poeta può dare un'idea, ei vide in piena e materiale naturalezza e realtà e come un testimonio del momento.
Al lettore sarà nota la descrizione dell'eruzione del Vesuvio in Plinio e Dione, e innanzi tutto egli si ricorderà degli Ultimi giorni di Pompei del Bulwer. Una estesa descrizione di questa catastrofe non fu toccata in questo poemetto, ed io ho lasciato alla Musa d'imitare quasi l'esempio di quegl'infelici nella cripta della casa di Arrio Diomede; poichè, incominciando a cadere la spaventevole pioggia di cenere, essa si copre il volto presso il rovesciato candelabro ovvero le lampade di Euforione, probabilmente per timore di essere soffocata, o almeno per una disperazione e rassegnazione più moderna che antica.
[ INDICE]
| [Notizie sull'Autore] | Pag. 3 |
| [Girgenti] | 11 |
| [I canti popolari siciliani] | 69 |
| Euphorion (Poemetto pompeiano) | |
| [Prolusione del Traduttore] | 119 |
| [Canto I. Oneiro] | 131 |
| [Canto II. Amore e Psiche] | 157 |
| [Canto III. Pallade Atena] | 177 |
| [Canto IV. Tanato ed Eirene] | 205 |
| [Nota dell'Autore] | 231 |
NOTE:
[1]. Canti popolari siciliani, raccolti ed illustrati da Leonardo Vigo, Catania 1857.