[2]. Questo splendido luogo ha alcune particolarità di linguaggio che meritano d'essere notate. Mentre tutto intorno il popolo dice domani, a Capranica dice crai (da cras) ed invece di dopodomani, biscrai.
[3]. Cfr. Wieland negli Abderiti.
[4]. Evidentemente quando il Gregorovius visitava Pompei e con l'anima di artista interrogava i ruderi della civiltà passata, la casa più bella ed elegante che colpisse l'immaginazione e la fantasia del visitatore, era quella del liberto M. Arrio Diomede, posta in capo al villaggio suburbano Augusto Felice. Difatti, quel grande quadrato bislungo, scavato in tufo bigio ed in pietre vulcaniche, che racchiudeva un vago giardino, un vestibolo dalle 14 colonne doriche, e portici e terme e quanto si può immaginare di più sfarzoso ed abbagliante per soddisfare alla umana ambizione, offre tuttora allo sguardo uno spettacolo assai grandioso.
Se non che, oggidì, un'altra casa, da cui, certamente, il Gregorovius avrebbe saputo attingere la sua materia di ispirazione per una scena idillica o qualcosa di simile, gli contende, a giusta ragione, il primato. È l'abitazione di una famiglia di Vettii, venuta fuori alla luce negli scavi del 1894-95, che occupa il lato sud dell'isola adiacente dal lato est a quella della casa «del Laberinto». Ricca di decorazioni e pitture dell'ultimo stile, fatte con gusto squisito e con finezza di particolari; adorna di candidi marmi che paiono ancora animarla; ricinta d'un peristilio unico nel suo genere per la gran copia di sculture figurate ed ornamentali conservateci; fornita d'ogni sorta di comodità che l'arte e l'ingegno sanno escogitare per rendere più delizioso ed ameno il soggiorno dei mortali, essa desta un interesse ben più grande delle altre e supera, sotto vari aspetti, quella di Diomede, che lo storico insigne scelse a teatro delle gesta amorose del suo Euforione.
Chi desideri ampie e dettagliate notizie di questa importante scoperta, legga la dotta relazione del Mau inserita nelle Mittheilungen des Kaiserliches Deutsches Archeologischen Instituts, Roem. Abtheilung. Bd. XI 1896, e la descrizione riccamente illustrata che ne fa il prof. Sogliano nei Monumenti antichi della Accademia dei Lincei. (N. d. T.)
[5]. L'immagine della vite come quella della pantera si può dire non iscompagnino quasi mai la figurazione di Dionisio o Bacco nelle pitture pompeiane. Così, per citarne un esempio, nella stessa casa dei Vettii, il dio del vino, secondo l'intenzione dell'artista che ha voluto riprodurre il trionfo di Dionisio, s'incontra sdraiato sopra un carro a quattro ruote in guisa di dischi tirato da due caproni, sul quale è stata messa sopra una pelle di pantera una kline senza piedi col basso fulcro avanti. E altrove, nel gruppo di Bacco ed Arianna, il primo è vestito di nebride e di una veste paonazza svolazzante dietro la schiena, con stivali alti ai piedi e lungo tirso sulla spalla destra ed è coronato di vite.
Del resto, in tutte le antiche rappresentazioni mitologiche, Bacco si dipinge qual fresco e rubicondo giovane (il puer aeternus ovidiano) con bionda capigliatura, una corona di ellera sulle chiome, con pelle di pantera cascante sugli omeri, assiso sopra un cocchio a guisa di botte tirato da tigri o da pantere, mostrando in una mano una bacchetta cinta di pampini di vite (tirso) e nell'altra additando grappoli di uva matura. Di qui le Baccanti nelle solennità religiose in onore del nume si adornavano del pari della pelle di tigre e del tirso. (N. d. T.)
[6]. Di consueto, in quasi tutti gli scritti intorno ad Esopo, si dipinge il favolista come un mostro di bruttezza, dalla statura piccola e deforme; ma, molto probabilmente, questa pittura va dovuta anche all'ingegno bislacco di quel monaco di Costantinopoli, che visse verso la metà del secolo XIV, e che per il primo premise alla collezione delle favole esopiane una biografia, nella quale volle accozzare alcuni fatti, la maggior parte di una falsità stravagante e puerile. (N. d. T.)
[7]. Giova qui riassumere i criteri fondamentali su cui poggia la teoria estetica dell'arte del Gregorovius.
L'arte non è fine a sè stessa; la formula l'arte per l'arte è un non senso. L'arte, non animata dal soffio di nobili idealità, non ha valore alcuno. Essa invece, quando seconda gl'impulsi generosi del cuore o i palpiti ardenti di un ideale, sublima l'individuo, lo trasporta in una beata contemplazione di gloria e di amore, gli prolunga ed abbellisce la vita. Come, sotto l'impressione di un forte dolore, l'animo umano è capace di attingere dal dolore stesso una gagliarda virtù; così, individuandosi il soggettivo artistico in una passione, l'opera d'arte verrà fuori più eloquente e suggestiva, se passata per il filtro delle sofferenze morali.