All'arte va congiunta la più grande e nobile missione umana: non solo solleva lo spirito, infondendogli entusiasmo e vigoria e quasi indiandolo, ma ancora lo distriga dagli abietti ceppi del giogo, lo redime dall'opprimente servitù, gli dona quella libertà, nel cui seno è il segreto delle più eccelse cose. La libertà è infatti il suggello e la consacrazione delle opere: per essa le opere ricevono uno stampo durevole di forza e bellezza, per essa l'alato genio vi proietta sopra i suoi sprazzi di luce.

L'arte poi non è soltanto quella che noi ammiriamo riflessa e come emanante da una statua di Giove olimpico, grave e maestoso seduto sul trono: anche un candelabro, una brocca orlata di figure, che servono agli usi quotidiani della vita, entrano nei dominî dell'arte, purchè la mano che li modellò sia stata mossa e diretta da una generosa passione, da un plausibile intento. Gli è che il fine dell'arte non consiste tanto nel dilettare, quanto nel riuscire utile in qualche cosa: essa infatti, più che parlare e sedurre i sensi, deve conquidere i cuori; il concetto del bene dev'essere contemperato e frammisto in larga misura all'altro del bello.

In fondo, la teoria artistica del Gregorovius è calcata sulla dottrina di quegli esteti, i quali sostengono a buon dritto che il principio in arte libertas debba intendersi con una certa discrezione, e che le arti produttive del bello debbano essere subordinate al sentimento morale e religioso dell'ambiente. Senza dubbio l'arte deve muovere gli affetti, e muoverli in modo che arrechi piacere; ma questo piacere fa d'uopo che sia per essa più mezzo che fine. Inoltre, l'arte sarà vera solo quando sarà utile agli uomini, ed utile quando sarà conforme alla verità, essendo questa il suo principio.

Recentemente, il prof. D'Ovidio, in un magistrale discorso all'Accademia dei Lincei, affermava, con la coscienza di chi sa di dire il vero, che quando l'opera d'arte è animata dal soffio delle più nobili idealità umane, non solo l'efficacia sua sopra i lettori ne vien moltiplicata dal fondersi quelle con le idealità propriamente estetiche, ma l'artista medesimo, se è artista davvero, n'è ringagliardito nelle sue facoltà poetiche. Ed altrove asseriva rimaner sempre che l'artista e il critico non hanno il diritto di pretendere che, mentre tutte le altre manifestazioni della vita si limitano a vicenda, l'arte sola abbia un'autonomia senza freni, che possa sprezzare ogni altro diritto.

(Cfr. L'arte per l'arte. Seduta Reale dell'Accademia dei Lincei dell'anno 1905). (N. d. T.)

[8]. Anche l'Andersen, per citarne uno, nel suo grazioso e spigliato Bilderbuch ohne Bilder, tracciando un quadro della città della morte, descrive press'a poco così l'aspetto del monte sterminatore:

«Andammo al tempio di Venere, che è di marmo scintillante...; l'aria era diafana ed azzurrognola, e in fondo stava il Vesuvio nero come carbone, dal quale si elevava il fuoco come fusto di pino; la illuminata nube di fumo giaceva nella quiete della notte come la corona del pino, ma era d'un rosso sanguigno...». (N. d. T.)

[9]. Sembra quasi ascoltare l'eco della mossa lirica dell'apostrofe che il Corcia, in un capitolo su Pompei, che fa parte della sua pregevole Storia delle due Sicilie rivolge agli avanzi della dissepolta città: «O Pompeia! tu sei bella anche fra le tue rovine! Il tuo nome vivrà splendido e glorioso come quello degl'illustri sventurati; tu restituisci i tesori perduti dell'arte antica e però vivrai sempre nella memoria degli uomini!...» (N. d. T.)

[10]. Con i campi di Siraco, il poeta vuole qui alludere alla storica pianura di Siracusa, così detta dal nome della palude di Siraco, oggi palude di Pantano; e, forse, più particolarmente ai famosi avanzi della necropoli di Acradina, una delle cinque città murate che un tempo costituivano l'inclita ed opulenta terra dei Dionigi.

L'Acradina, che nel passato si elevava come il più florido quartiere accanto a quelli di Ortigia, Tica, Napoli ed Epipoli, non offre più oggi che cumuli di macerie frammiste a piantagioni di ulivi e di altri alberi fruttiferi, le vaste latomie o cave di pietre, ruine di bagni che portano il nome di Agatocle, ecc., oltre alle catacombe o grotte di S. Giovanni, incavate nel tufo calcareo.