Barcollando, tenendosi per mano, aveano trovato infine l’uscio cercato, e s’erano installati nella discreta penombra del palchetto, vicini vicini, con le ginocchia unite, le braccia a contatto, vibrando all’unisono sotto la mutua carezza degli occhi gravati dal desiderio come dal sonno, senza vedere nè ascoltare gli artisti che provavano sul palcoscenico appena illuminato.... Entrambi cadevano in una specie d’intorpidimento dolcissimo, d’ineffabile ebetudine che faceva loro smarrire la coerenza del luogo, del tempo.... E quando finì l’atto in prova, essi non se n’erano accorti neppure; e quando, improvvisamente, dei colpetti picchiati all’uscio risuonarono al loro orecchio, il risveglio era stato così brusco e doloroso che Torreforte s’era persino sentito male al cuore e aveva dovuto lasciar passare un istante prima che gli fosse stato possibile di levarsi ed aprire. Era Masselli, il direttore d’orchestra.... Come mai aveva potuto snidarli sin lassù, col buio fitto che avvolgeva la sala? — si domandava egli, investendo con un’occhiata furiosa l’importuno, talmente nervoso e contrariato che per poco non si metteva a piangere come un bambino. Il fatto sta che Masselli li avea veduti ed era venuto a mettere al corrente la prima donna sulla fase acuta in cui la questione della parte da lei pretesa era entrata.

La contesa s’era fieramente invelenita perchè l’impresario aveva preso a sostenere il buon diritto della rivale, perchè la commissione teatrale minacciava d’intervenire pure in questo senso; ma il maestro teneva duro, dichiarando che l’altra non era idonea alle difficoltà della parte, che con quella egli non avrebbe mai provato l’opera. Epperò, sentiva il bisogno, come un torneante del buon tempo antico, di attingere dagli occhi e dal sorriso di lei l’ardore e la forza per uscire vittorioso dalla difficile lotta impegnata, motivo pel quale era salito a farle una breve visita, tra un intervallo e l’altro. Ella comprendeva bene ciò: così non gli lesinava nè le occhiate, nè il sorriso!... E Torreforte l’avea veduta, mentre ancora doveva certo vibrare per la tempesta di desiderio che li avea sollevati insieme, distaccarsi affatto da lui, con lo spirito come col corpo, dimenticarsene, non occuparsi più che dell’altro, parlandogli a bassa voce, sorridendogli con gli occhi che nuotavano ancora nel languore infusole da lui nel sangue, lasciandoselo venire vicino.... Egli s’era sentito soffocare dall’angoscia, aveva quasi creduto, nello stato d’esaurimento nervoso determinato dall’eccesso delle sensazioni provate di attraversare un momento di allucinazione; l’aveva chiamata, supplicata con gli sguardi smarriti e imploranti!... Ma ella non se n’era accorta neppure e aveva continuato a parlottare, a sorridere, a civettare tranquillamente con colui....

Ebbene, Torreforte ne avea orribilmente sofferto, ma non s’era più sorpreso. L’enigma del carattere di lei non gli restava più oscuro adesso. Egli sentiva che quella donna non sarebbe stata mai veramente sua, non gli sarebbe mai appartenuta nel senso intero della parola, anche se gli si fosse data, malgrado che gli volesse realmente del bene, l’avesse pure ella amato cento volte più di così! Ella era del pubblico, della folla, non aveva che una sola, una vera passione in fondo: l’applauso, il successo! — e per conquistare tale ebbrezza che le era necessaria come l’aria, come il sole, ella doveva darsi un po’ a tutti, far commercio del suo sorriso, della sua grazia, delle sue familiarità. Ed era questo l’insostenibile tormento di Torreforte, la ragione del suo delirio, perchè non solo egli la voleva, ma la voleva affatto per sè, perchè era geloso di tutti, del pubblico, della folla per cui ella viveva! E poichè non gli si offriva che una sola via per realizzare un simile esclusivo e troppo necessario possesso: il matrimonio e l’abbandono del teatro — egli si decideva finalmente a prendere tale partito, senza più indugio, sentendosi giunto all’estremo delle sue forze, abbandonandosi alla propria sorte.

Un’ora bastava a decidere l’esito della lotta durata dei lunghi mesi, accettata con superba sicurezza, combattuta fieramente sino alla vigilia. La vanità di ogni sforzo per resistere ancora gli appariva improvvisamente, portandosi via tutta la sua energia morale, rendendolo accomodante ed ipocrita dinanzi a sè stesso. Mille argomenti in difesa della sua caduta gli venivano suggeriti dalla coscienza divenuta compiacente. Che cosa infine si opponeva a che egli sposasse quella donna?!... Il non saper nulla della vita, del passato di lei?.... Ma la fermezza e la dignità con cui gli avea costantemente resistito, pure desiderandolo ed amandolo, non erano la miglior garanzia dell’irreprensibilità del passato?!... Quanto a sua madre, certo ella avrebbe sofferto di quel matrimonio così al difuori delle idee e dei pregiudizî di provincia, nato senza l’aggradimento della famiglia, ma poi si sarebbe consolata, avrebbe goduto di vederlo felice a modo proprio. Egli si sarebbe rimesso a lavorare come prima, più di prima, per la conquista del seducente avvenire promessole, avrebbe avuto anzi una ragione e uno stimolo dippiù per riuscire nell’opera di riedificazione della loro distrutta fortuna....

Fu appunto ciò che scrisse, che spiegò lungamente con l’eloquenza della propria passione a sua madre, annunziandole che sarebbe andato egli stesso subito dopo a domandarle il suo consenso e la sua benedizione. Ma invece fu lei, la povera vecchia minacciata nella parte più sensibile dell’anima, che accorse disperatamente, come se si fosse trattato di disputare suo figlio alla morte, lusingandosi ancora di salvarlo.... Il dibattito durò a lungo tra loro, supremamente doloroso ed inutile; quando alla fine ella riconobbe l’irrimediabilità della sua sciagura, si diede per vinta!.... E fece ritorno alla sua casa lontana dove le due figlie l’aspettavano ansiosamente, tremando per la sorte delle loro eterne speranze matrimoniali che dipendevano dal fratello; andò a seppellirvisi nel proprio dolore, sotto il crollo delle care speranze accarezzate per la sua creatura diletta. Però, prima gli avea detto, rialzando duramente la dolce testa divenuta tutta bianca in quei pochi mesi di agitazione e di angoscie, da grigia ch’era avanti:

— Sta bene, sposala pure quella donna, ma pensa ch’io non vorrò rivederti mai più, che la mia collera ti peserà sul capo come una maledizione!...

Ma dove mai ella avrebbe trovato la forza di tenersi a lungo in tale attitudine contro di lui?... Egli l’avea assediata di lettere disperate, piene di devota obbedienza, è vero, ma dove si sentiva la volontà di finirla in qualunque modo, con qualche follìa se non fosse riuscito a piegarla. E la madre s’era piegata alla fine, gli avea mandato il suo consenso in una lettera che avea la desolata tristezza di un distacco estremo....

Torreforte s’era messo a singhiozzare come un bambino, leggendola, s’era sentito fondere il cuore.... Ma non avea tardato un minuto per ciò a correre dalla cantante, a dirle con la voce tremante le supreme parole che dovevano decidere di tutta la sua vita, s’ella volesse accettare la mano di lui, s’ella volesse sacrificargli il teatro....

Uno scoppio di gioia, di gratitudine, di tenerezza fu la risposta! Mai ella era stata così sincera, così buona, tanto piena di profondo abbandono, come adesso che la felicità la trasformava. Ma Torreforte, mentr’ella gli prodigava le più appassionate carezze, si sentiva bruciare il cuore dalla lettera di sua madre: “Figlio mio, sia fatta la santa volontà di Dio, sposala: io mi rassegno! Perdonami le bestemmie che mi uscirono dalla bocca quel giorno, così come io ti perdono il colpo che mi dài e dal quale sento che non mi rileverò mai più!...„

Quanto a lei, non avea avuto che un pensiero, appena passato il primo stordimento della felicità: annunziare al mondo lirico, attraverso tutti i giornali teatrali, il suo addio alle scene, malgrado i trionfi riportativi e che ve l’aspettavano ancora, per unirsi in matrimonio col barone Filippo Torreforte! Allorchè questi lesse la notizia così concepita che le trombe della pubblicità dovevano spargere in pochi giorni per tutto il regno dell’arte, non mancò di protestare, le ripetè come tante altre volte di non aver diritto a quel titolo poichè egli apparteneva al ramo cadetto della famiglia.... Ma ella trovava che erano delle sciocche sottigliezze dal momento che il titolo esisteva bene in famiglia, e non avea voluto rinunziare per nulla a ciò che più l’ubbriacava di vanità nel partecipare il suo matrimonio.