Più tardi, aveva acquistato per caso, vedendola restare del tutto fredda e indifferente alla improvvisa notizia di un disgraziato accidente capitato a Valdora, la certezza che questi non contava nulla per lei. Ma ai suoi occhi già offuscati dalla passione tale evidenza, invece di servire a rivelargli il carattere di lei, avea preso il valore di una grande prova d’amore, gli avea messo nell’anima il dolce orgoglio d’esser riuscito a toglierle Valdora dal cuore, per regnarvi solo!
Gli altri però s’incaricavano di avvelenargli simile gioia, specialmente Masselli, il direttore d’orchestra, ch’era nelle migliori grazie di lei perchè la sosteneva presso l’impresario e lavorava adesso per farle assegnare la parte di Margherita nel Faust — parte ch’ella teneva a portar via alla prima donna dell’altra compagnia per un puntiglio di vanità, malgrado non si adattasse punto ai propri mezzi artistici. Tutti i sorrisi, le dolci parole, l’ebrezza degli sguardi appassionati indirizzatigli dal palcoscenico, le cento piccole attenzioni delicate ed esaltanti ch’ella gli prodigava, non bastavano a neutralizzare in lui il morso velenoso della gelosia, così come le amarezze di cui soffriva non erano sufficienti a fargli perdere la fede nell’amore di lei.
Ma ne risultava un penoso contrasto, un’altalena continua di gioia e di tristezza, di esaltazione e di accasciamento, in cui la facoltà di ragionare, il possesso della propria volontà, gli sfuggivano, e l’impero della passione si affermava e si estendeva col suo seguito d’agitazione, di smanie, di debolezze, di transazioni.
L’illusione della calma ricuperata, della possibilità di non pensare più al possesso di lei come ad un bisogno improrogabile, era presto svanita tra le alternative d’animo nelle quali si dibatteva e la sete di desiderio che lo riprendeva più ardente di prima. Il desiderio forse costituiva in lui il vero focolare della febbre la quale gli accendeva il cervello ed il sangue, ch’era della passione ma che non era l’amore, per quanto attraverso la sua esaltazione ed il suo accecamento paresse a lui il contrario. Come ella aveva saputo inocularglielo gradatamente nelle vene, come avea saputo alimentarglielo a furia di sapiente seduzione! E quando la riconciliazione era seguìta, con tutte le sue dolcezze, gli abbandoni di tenerezza, le deliziose intimità nel salottino di lei, quel veleno gli s’era mutato in fiamma viva nel sangue, sopratutto perchè ella adesso obbediva, oltre che ad un calcolo, ad un sincero trasporto e si abbandonava volentieri, però sino al limite dopo il quale l’avvenire del suo sogno le imponeva di non andare.
Un solo reagente poteva trionfare della sua febbre e salvarlo: il possesso! Ma ella non si sarebbe data mai, lo sentiva; il crudele dilemma: O matrimonio, o nulla! non lo faceva più sorridere, dopo averne sperimentato a proprie spese la dura verità. Ciò nonostante, egli aveva ritentata ancora la prova, si era spinto altre volte ad osare delle appassionate violenze: ella non s’era più indignata, non l’avea duramente scacciato come allora, ma invece s’era messa a piangere, supplicandolo di esser buono, rimproverandolo di non avere stima per lei. Non le lacrime, non la retorica sentimentale delle solite frasi l’aveano disarmato (gli avevano frustato dippiù il desiderio anzi) ma la certezza che dietro a quei luoghi comuni della virtù alle prese con la tentazione di capitolare, ella serbava la più risoluta volontà di non cedere. E spezzandosi inesorabilmente contro la muraglia di granito della resistenza di lei, il bisogno di averla alla fine, che lo vessava senza dargli più tregua da quattro mesi, diventava furore, diventava pazzia!
Egli non osava più adesso volgersi indietro, a guardare ciò che per lui diventava quasi il passato, la serena e feconda esistenza d’una volta, la calma gioia in cui lo cullavano il pensiero di sua madre e la dolce certezza di prepararle un avvenire di benessere e di agiatezza!... Non gli riusciva più d’occuparsi di nulla; i suoi affari andavano a male, la clientela l’abbandonava: bastava quel soffio di vertigine a disperdere le pazienti conquiste di parecchi anni di febbrile lavoro!
Non poteva più pensare a sua madre senza sentirsi agghiacciare l’anima dal rimorso; le lettere di lei, le povere lettere soavi sempre più inquiete, sempre più angosciate — come il vigile istinto l’avvertiva della dolorosa tempesta ch’egli attraversava e le giungeva vagamente la voce dei suoi disordini — si portavano via tutto il suo coraggio, tutta la sua energia, lo gettavano in uno sconforto disperato e senza fine, quasi che avesse dinanzi a sè l’irreparabile. Egli si sentiva affatto in balìa della sua passione, contro la quale non era più possibile rivoltarsi e per la cui soddisfazione bisognava calpestare il cuore di sua madre, tradirla, condannarla a languire nella povertà e nella tristezza, rinunziare per sempre al suo sorriso, alle sue carezze, alla sua benedizione!
Come mai quella passione, a cui erano bastati pochi mesi per svilupparsi e dominarlo, aveva potuto snaturarlo così, soffocare in lui a tal segno la voce di un affetto succhiato col latte, regnato sin’allora su tutto, divenuto il culto, lo scopo della sua vita? Egli non lo sapeva, non sapeva nulla, avea solo la coscienza d’essere mostruosamente colpevole, eppure senza responsabilità, d’essere vittima della propria sorte. La sorte era per lui tutto il complesso di circostanze apparentemente accidentali che l’avevano ridotto a tanta miseria: la lettera commendatizia dell’amico di Milano, la vertenza con Santo Stefano e la sua entrata al giornale che n’era seguìta, sopratutto lo straordinario concorso di feste — esposizioni, inaugurazioni di monumenti, congressi — che aveva tenuto aperti per circa dieci mesi consecutivi i battenti del teatro, dalla primavera all’inverno successivo, tutto il tempo che c’era voluto per alienare dalla cara adorata il suo cuore traboccante di amore filiale, per fondere la sua energia, per destargli quell’incendio nel sangue e nel cervello, perchè infine la propria rovina potesse compiersi!
I continui motivi di gelosa amarezza ch’ella gli procurava, in luogo di calmare la sua febbre e di guarirnelo, agivano su lui nel senso opposto, facevano salire ancora dippiù il termometro della sua esaltazione. Anzi, la fine della lotta che lo consumava, la fase decisiva, erano state provocate appunto da una crisi più acuta di gelosia. Ella s’era fatta accompagnare da lui una sera a teatro per assistere così, da spettatori, alla prova di un’opera a cui non prendeva parte. Mentre cercavano l’uscio di un palchetto di terz’ordine di cui aveano domandato la chiave per starsene più appartati, Torreforte, il quale teneva un fiammifero tra le dita che gli tremavano per l’emozione di sentirsela così da presso e senza difesa nel buio fitto del corridoio deserto, avea lasciato ad un tratto la debole fiammella morire e se l’era attirata sul petto, cingendole con le braccia la testa, cercando con le sue labbra avide la bocca, gli occhi, il collo di lei.... Ella avea lasciato fare senza reagire, poichè la sicurezza del luogo le permetteva di abbandonarsi senza pericolo all’ebbrezza che si sentiva lei pure circolare nel sangue, mormorando solo con un filo di voce:
— Filippo.... Filippo!...