L’umoristico caso, non solo avea avuto per Torreforte il gustoso sapore di comicità di cui era pieno, ma avea anche esercitato su di lui un contraccolpo morale, spingendolo più che mai sulla via del sentimento per reazione, per l’intimo orgoglio di sentirsi ben diverso dagli Ascani, dai Valdora, da coloro che egli avea potuto per un momento prendere a maestri e che muovevano alle loro conquiste con certe armi della cui lealtà e dignità l’elegante deputato gli avea fornito un luminoso saggio!
Da parte sua, la cantante non era mai stata con lui più seducente nè più graziosa d’abbandono, sopratutto perchè anche lei incominciava a scaldarsi le ali alla stessa fiamma di Torreforte, e ve l’avrebbe volentieri lasciate se non fosse stato per la speranza che accarezzava. La sua natura di comediante, foderata di vanità e di egoismo, non era troppo fatta per amare, ma infine, poichè Torreforte le piaceva tanto ogni giorno dippiù, ella gli offriva tutto il modesto capitale di sentimento di cui poteva disporre.
Se l’offerta era povera, in compenso ella aveva un’arte profonda e delle preziose risorse per farla valere cento volte dippiù agli occhi di lui. A poco a poco, ella finì col creargli l’illusione di non cantare, di non stare sulla scena che per lui, per lui solo. Qualunque posto del teatro egli occupasse, gli occhi di lei lo cercavano dal palcoscenico, lo raggiungevano sempre in mezzo alla folla, come se fosse la calamita ad attirarli. Era sempre così, trovando modo di volgere e di fissare lo sguardo verso di lui, ch’ella cantava le più appassionate romanze, le frasi più deliranti d’amore. Torreforte allora, si sentiva prendere da un’esaltazione dolcissima che gli faceva battere il cuore tumultuosamente e quasi mancare il respiro: la sala più non esisteva per lui, abolita come per incanto dall’illusione di diretta ed appassionata corrispondenza che la corrente magnetica di quegli sguardi creava tra loro. Le parole d’amore che ella scandiva quasi per lui, la potente suggestione della musica, l’elettricità dell’ambiente dove la più intensa attenzione e l’entusiasmo regnavano, la finzione della scena, tutto infine contribuiva ad ubbriacarlo, a farlo vibrare sino allo spasimo sotto la carezza di quei fantastici occhi che lo raggiungevano dappertutto, attraverso la folla. Poi, vedendo dei binoccoli che s’appuntavano su di lui, indovinando d’occupare di sè coloro ai quali l’appassionata corrispondenza non isfuggiva, egli si scuoteva, usciva dall’illusione formatasi.... Ma era un’ebrezza che svaniva per lasciare il posto ad un’altra; il cuore gli si gonfiava di dolce orgoglio sentendosi l’oggetto della curiosità e certo dell’invidia svegliata nel pubblico dallo spettacolo della propria felicità. Se ancora non gli apparteneva, egli però poteva dire di lei adesso alla folla, come glien’era venuta la sete una sera lontana: “Questa donna che solleva così la vostra commozione, il vostro entusiasmo, i vostri applausi frenetici, non pensa che a me, non vede che me, non canta che per me in questo momento!„
Egli, in ricambio, non avea più occhi per alcuna in palcoscenico: le altre non esistevano nemmeno per lui. Aveva a poco a poco, anzi, rotto tutte le amicizie annodate lassù e nelle quali il partito preso di dispetto da cui era stato animato un tempo gli aveva fatto mettere ogni possibile ostentazione d’intimità e di calore.
Solo gli era rimasta dell’amicizia per il contralto, una buona ed onesta fanciulla che egli aveva preso a proteggere nelle colonne della Sera, senza alcun secondo fine, e che in ricompensa gli avea dato questo consiglio, una volta, con un accento di affettuoso interesse e di tristezza che l’avevano turbato e commosso profondamente:
— Fuggite il palcoscenico, amico mio!... Le tavole del palcoscenico sono troppo pericolose per i semplici ed i buoni come voi!
Era una povera e fiera creatura che s’era data al teatro per vivere lei e la madre, ma che ci si trovava insopportabilmente a disagio, senza potere aspirare ad una carriera fortunata e lucrosa perchè disponeva di assai limitati mezzi vocali e senza sapersi abbassare alle degradanti arti alle quali ricorrevano le altre nella sua situazione. Mentre vedeva delle compagne, senza più voce di lei, ma con meno talento e scuola, applaudite dagli amici, ben trattate dalla stampa, ella, che non accarezzava giornalisti, che non accettava protettori e teneva la sua casa chiusa a tutti, incontrava soltanto freddezza e ostilità. Ciò non impediva che in palcoscenico circolassero su di lei le voci più oltraggiose, e Torreforte aveva udito la prima donna affibbiarle persino per amante il cameriere dell’albergo. E poichè non avea saputo trattenersi dal protestare ch’erano calunnie, la sua amica l’aveva investito duramente, domandandogli se avesse qualche debole per quella gesuita, come lei la qualificava — cosicchè egli avea pensato con un sussulto di gioia: “Dio, com’è gelosa!„ e subito era diventato vile, mettendosi a ridere anche lui delle piccanti storielle ricamate sulla pura esistenza della fanciulla.
In luogo d’imitare l’esempio di lui però, la cantante non pensava punto a sacrificargli i propri amici. Valdora, Ascani, il direttore d’orchestra, tutta la sua corte infine, continuavano a starle attorno, ognuno più o meno con delle evidenti velleità di conquista, senza lasciarsi scoraggiare per nulla dal terreno guadagnato su di loro da Torreforte. Questi s’era dapprima consolato pensando che ella non poteva mutar condotta da un giorno all’altro verso della gente ammessa già alla sua intimità, e sperava che a poco a poco se ne sbarazzerebbe. Ma rimase amaramente deluso!... Ella non gli lesinava, è vero, il piacere di sentirgliene dir male, di regalarne a lui delle crudeli caricature, di mostrarsi, appena aveano voltate le spalle, annoiata e irritata della loro assiduità importuna che non permetteva ad essi di starsene un po’ soli e tranquilli, però in realtà non faceva nulla per allontanarli; tutto il contrario anzi.
Al giovane sfuggiva in gran parte il consumato machiavellismo di civetteria con cui ella sapeva tenerseli tutti attaccati malgrado la troppo evidente preferenza accordata a lui, i piccoli, intimi compensi di un’occhiata eloquente scambiata con uno, di certe lunghe strette di mano prodigate ad un altro.... Constatava però, soffrendone acutamente, ch’ella non avea l’aria di respingere la corte che le facevano, e al fuoco sottile di tale tortura il sentimento che lo possedeva — di cui non era più possibile negare a sè stesso la natura — si maturava, cresceva d’intensità e d’ardore.
Chi alimentava più degli altri la sua vaga, eppure mordente gelosia, era l’intraprendente Valdora, un elegante che passava la vita tra le quinte dove le sue avventure non si contavano più, e che disponeva spesso, per via della propria autorità di giudice competente nei clubs, nel pubblico speciale di turno dispari, del successo o dell’insuccesso degli artisti. Torreforte se n’era trovato affatto liberato, con suo profondo sollievo, all’arrivo di una nuova scritturata che passava per essere una rara bellezza. Ma n’era seguìta una sofferenza più acuta per lui davanti al geloso furore che s’era impadronito della cantante vedendosi abbandonata così per l’altra. Era più forte di lei: malgrado il calcolo prudente di non dispiacere al suo amico, malgrado il desiderio sincero di non farlo soffrire, allorchè incontrava Valdora tutto pieno di premure e di galanteria attorno all’altra, nè più nè meno come avea fatto con lei sino al giorno prima, ella impallidiva, diventava cattiva, non li perdeva più di vista un momento. E Torreforte si struggeva accanto a lei pensando ch’ella doveva pure amare colui per soffrirne così, domandandosi che cosa poteva esserci stato tra loro, durante il tempo ch’egli s’era tenuto lontano!