Ma non era stato ciò solo a farle prendere quella sera la superba posa di sdegno e di rivolta che Lucrezia le avrebbe invidiato. Resistendo a Torreforte, la cantante avea anche agito secondo un vago progetto accarezzato sin da quando lo aveva sentito abbandonarsi a lei con sincero trasporto, dopo il duello evitato: ella avea veduto in lui un possibile marito!

Il matrimonio era la sua mèta, ma un matrimonio all’infuori del teatro, che le permettesse di lasciare le scene anzi, malgrado le soddisfazioni e le ebrezze trovatevi, che le facesse in società il posto ambìto di signora della buona borghesia, stimata, rispettata, con delle visite da ricevere e da restituire, un salotto aperto a un dato giorno della settimana dove ella dovrebbe subire ogni volta la ressa degli amici e delle amiche per cantare qualche cosa, e dove ritrovare i trionfi del teatro. Torreforte le pareva possedere tutte le qualità per effettuare un tale bel sogno ch’ella vagheggiava come la maggior parte delle sue compagne d’arte, non escluse le dive, salvo a sentirsi riprese furiosamente dalla inguaribile nostalgia del palcoscenico appena abbandonatolo.

Per tutto il tempo ch’era durato il ghiaccio tra loro, la cantante era rimasta tranquilla ed ironica spettatrice delle galanti imprese di Torreforte, o piuttosto dei suoi disordini a freddo: ella sapeva bene di esserne la tormentosa causa, e appunto per ciò l’avevano lasciata freddamente serena, senza accenderle una sola scintilla di risentimento e di gelosia — l’esca più facile a prendere fuoco in lei! Invece avea aspettato pazientemente ch’egli tornasse a lei, e quando alla fine ciò accadde, ella sentì le sue aspirazioni matrimoniali toccare la realtà!

Torreforte provava un senso d’ineffabile sollievo, sentendosi arrestare dalla forza soave del sorriso con cui ella l’aveva accolto, sulla china rovinosa dove s’era lasciato a poco a poco scivolare. S’era arreso soltanto per stanchezza e paura, senza troppo contare sulla clemenza del vincitore; l’insperata generosità di cui era stato colmato al contrario, lo avea talmente sorpreso e commosso che tutto il suo rancore e le sue prevenzioni ostili se n’erano andati via ad un tratto. Anzi, era lui che si stimava condannevole adesso! Perchè ella gli aveva resistito, mentre provava per lui una visibilissima inclinazione?... Perchè apparteneva ad un’altra specie di donne che la polacca e Regina Morelli, perchè era una creatura onesta! Ed egli aveva potuto volergliene e farle una colpa d’essere onesta?!...

Così, il suo malanimo si mutava ora in un sentimento delicato e profondo d’ammirazione e di stima che gli svegliava il più pungente rimorso per l’attitudine ostile serbata ingiustamente tutto quel tempo di fronte a lei, e il più vivo desiderio di farsela perdonare a furia di devozione e di rispetto. Per la seconda volta, ella gli dava la prova di una bontà tanto fuori del comune e toccante che il cuore di lui non poteva restare chiuso ancora allo slancio di riconoscenza appassionata che lo invadeva per lei.

Da un giorno all’altro, Torreforte era ritornato l’amico privilegiato e carezzato dei bei tempi; egli riprendeva il suo posto con una gioia di fanciullo rientrato nel favore materno dopo un castigo meritato, senza più alcun determinato partito di conquista, abbandonandosi ad occhi chiusi alla corrente che lo trasportava. Come il suo desiderio esasperato e il superficiale sentimento provato sin’allora prendevano adesso, attraverso il lume del sorriso di lei, quella sera, e per la soave magìa dell’accoglienza sapientemente amorevole, il carattere di una vera passione, egli si spogliava del suo scetticismo di seconda mano, degli insegnamenti di strategìa dongiovannesca male appresi in palcoscenico, diventava sincero e timido come un collegiale.

Era il suo temperamento sentimentale che si rivelava schiettamente in tal modo e gli suggeriva certe fanciullesche fantasie di cui avrebbe riso egli medesimo prima. Per esempio, egli amava di mandarle sul palcoscenico, o a casa, dei fiori tra i più belli e costosi, serbando l’anonimo del dono, sorridendo al pensiero ch’ella forse avrebbe indovinato lo stesso che venivano da lui. Una fanciullaggine di tal genere anzi, gli avea procurato la più grottesca sorpresa, un giorno che s’era trovato insieme al deputato Ascani nel salotto della cantante, dinanzi ad un magnifico cestello di orchidee inviate da lui la sera avanti, per l’ultima rappresentazione di Gioconda. La prima donna s’estasiava nel mostrare i fiori e raccontava, guardando fissamente Torreforte, in modo da farlo arrossire sino alla radice dei capelli, come non fosse riuscita a sapere da chi venissero — mentre Ascani s’accarezzava sorridendo con intenzione la barbetta già grigia e ripeteva:

— Hum?... chi può averli mandati?... Hum!... chi lo sa?!...

Poi, intanto che scendevano insieme le scale, Ascani aveva infilato il braccio di lui, con un’aria di confidenza e di bonaria intimità da camerati, dicendogli con lo stesso sorriso che avea finito di sopra per scuotere la convinzione della cantante sulla provenienza degli anonimi fiori:

— Dunque hanno avuto un successo quelle orchidee?... Andiamo, voi non indovinate chi ha potuto mandarle?... Capirete, mio caro, che nella mia posizione, avendo famiglia, mi tocca fare le cose con riserbo ed evitare le chiacchiere!...