Torreforte, naturalmente, non avea lasciato costituire il nuovo vincolo che sulla propria quota ereditaria. Ma egli non sapeva essere ipocrita con sè stesso, non si dissimulava che più la loro comune proprietà sarebbe lapidata a furia di iscrizioni, e meno sarebbe possibile contrastarne la rapina finale a colui che stava a spiarne il momento. Così egli, da protettore, da redentore della sua famiglia, come avea sognato di essere, diventava il complice di Luciano Mascali, cooperava anche lui all’opera odiosa di spogliazione! E non c’erano voluti che pochi mesi, appena il tempo di abituarsi all’ambiente dove la sua maligna stella lo avea fatto capitare, perchè la mostruosa evoluzione fosse stata possibile in lui! Dove sarebbe andato ancora?!...
Allora, egli si sentì preso da una folle paura e da una folle angoscia; il sentimento della salvezza gli s’impose! Ma in luogo di cercarla nel ritorno alla sua esistenza d’una volta, parve a lui che l’avrebbe trovata col riavvicinarsi ad Alice Rossati, ottenendo da lei la fine di quello stato di tensione e di sorda ostilità tra loro che, per reazione, lo spingeva verso la propria rovina. E una sera che la cantante attraversava il palcoscenico alla fine dell’atto per rientrare in camerino, egli la fermò, nell’angolo più oscuro e deserto della scena, risolutamente, ma col cuore che gli batteva con violenza spasmodica.
— Non dimenticherete e non mi perdonerete mai, dunque, un momento di debolezza e di vertigine? — le domandò con la voce che gli tremava.
Ella tacque un istante; poi disse:
— Io non domando di meglio che dimenticare!
E gli sorrise dolcemente nell’ombra.
VII.
Per un momento, l’illusione di aver ricuperato la calma e la serenità dello spirito sorrise a Torreforte. La torbida febbre che gli avea tenuto acceso il cervello tutto quel tempo, gli dava tregua per un poco nell’espansione e nel sollievo insperato del cordiale ravvicinamento seguìto tra loro.
Ella era stata piena d’intelligente bontà per lui, aveva avuto un’arte delicata di allontanare da loro la memoria della critica sera, di liberarlo da ogni sentimento d’imbarazzo, come se nulla avesse turbato mai la perfetta intesa reciproca di prima. La resa a discrezione di Torreforte la rendeva felice perchè realizzava appieno le sue previsioni e solleticava dolcemente il suo orgoglio. L’orgoglio era la corda più facile a vibrare in lei: uno strano orgoglio che avea esso pure, come tutti gli altri suoi sentimenti, alcunchè di teatrale, e s’attaccava più alla esteriorità che al fondo delle cose. Era un po’ la fierezza, l’attitudine melodrammaticamente altera dei personaggi del proprio repertorio, trasfusasi in lei a furia di recitarne le parti; ella richiamava per tale riguardo il singolare spettacolo che offrono alla sera in palcoscenico certe comparse alle quali tocca di rappresentare la muta, ma superba parte di imperatore od altro eccelso personaggio, e che se ne stanno solitari e sdegnosi tra le quinte, con l’aria di non voler derogare alla propria dignità, portando in giro fieramente i loro falsi ermellini, le luccicanti armature di latta, le corone tempestate di cristalli multicolori.
Torreforte, col suo brutale attacco, con quell’aria di trattarla come la più facile delle conquiste, l’aveva ferita nel lato più sensibile, avea sollevato la sua indignazione di donna abituata a sentirsi sospirare ogni sera le più infiammate e deliranti frasi d’amore negli appassionati duetti dove non le si domandava spesso altro che un bacio. Sopratutto venendo da lui ch’ella sapeva già a mente, di cui aveva benissimo penetrato il fondo d’ingenuità e d’inesperienza, quel brusco attacco a tamburo battente l’avea fatta rivoltare perchè vi avea veduto un partito preso di facile conquista, una lezione imparata a memoria e mal digerita di libertina spigliatezza.