Una seconda avventura seguì presto alla prima, e senza che egli neppure l’avesse cercata; Torreforte era alla redazione della Sera, allorchè gli capitò la visita d’una nuova scritturata al Massimo, una polacca che cantava da soprano leggero e che tornava da un insuccesso clamoroso al teatro San Carlo di Napoli. Questa cantante, senza voce nè scuola, era la vittima d’un disonesto speculatore che aveva saputo accendere e alimentare in lei le più folli speranze e le avea fatto abbandonare la famiglia, sciupare tra maestri e impresari a Milano il suo modesto, ma sicuro patrimonio. Era una bionda alta e forte, quasi fulva, assai desiderabile, ciò che faceva dire con un cinico sorriso ai frequentatori di palcoscenico ch’ella avea sbagliato carriera. Ma la polacca invece si credeva sicuramente destinata a diventare una stella di prima grandezza nel firmamento lirico, malgrado che i pubblici da lei affrontati sin allora, raramente si fossero astenuti dal dimostrarle il contrario. Tra la paura del fiasco e la manìa del successo, ella viveva in una specie di continua febbre; per un’ovazione in teatro, per un articolo laudativo sopra un giornale importante, sarebbe passata persino sul corpo di sua madre!

Tutti i giornali avevano avuto la sua visita o una carta di lei, subito dopo arrivata, ma al critico della Sera che contava tra i giornali più letti ed autorevoli d’Italia e avea trenta mila copie di tiratura, era riserbata una visita speciale. Torreforte dovette ascoltare per mezz’ora il racconto degli imaginari trionfi artistici riportati da lei nella sua breve carriera, delle feste straordinarie prodigatele per le sue beneficiate: un volo di fantasia che non s’arrestava più. Ma poichè era una piacente creatura, egli stava ad ascoltarla volentieri e glielo lasciava naturalmente vedere.... Allora la cantante si mise a parlare del suo recente insuccesso al teatro San Carlo, protestando d’esser caduta vittima di un’odiosa congiura di palcoscenico, dell’impresario che aveva voluto sbarazzarsi di lei per dare la sua parte ad una esordiente la quale non gli costava nulla, ma anzi lo pagava perchè la facesse cantare.... Ricordando l’infame cabala che diceva esserle stata ordita, ella si eccitava, si commuoveva, la voce le s’affiochiva, il petto le ballava con ansare convulso.... Improvvisamente gettò un debole grido e si abbandonò sopra una poltrona del salotto di redazione, colle braccia inerti e gli occhi chiusi, côlta da uno svenimento.

Torreforte, imbarazzato, le avea spruzzato un po’ d’acqua sul viso, le avea sbottonato il colletto dell’abito, l’avea scossa.... Ma ella era presto ritornata in sè, guardando il giovane con dei languidi occhi, dicendogli nel suo bastardo italiano:

— Ah, signore, perdonarmi!... Io così, troppo sensibile! Nostra arte grandi gioie, ma anche grandi dolori! Mia testa gira tanto! Volete avere bontà accompagnarmi in mia casa?...

E Torreforte l’aveva aiutata a scendere le scale, l’aveva ricondotta in carrozza a casa, ed era corso da un farmacista per un cordiale.... Al suo ritorno, l’aveva trovata in letto, un pochino meglio diceva lei, in un delizioso disordine del quale ella pretendeva anche doversi scusare. Allora, egli s’era costituito suo infermiere, le avea somministrato la mistura calmante, s’era installato al suo capezzale.... e il resto!

In capo a due settimane, Torreforte s’era trovato già stanco della polacca. E poichè aveva odorato nell’aria che il suo successore era pronto nella persona dell’impresario, a cui la cantante, nella speranza di una riconferma, riserbava forse qualcuno dei suoi improvvisi svenimenti, egli ruppe senz’altro, prendendo la cosa in ridere, come avrebbe fatto uno che avesse avuto dieci anni d’esperienza più di lui con le donne in genere, e con le donne di teatro in ispecie.

Di giorno in giorno, Torreforte diventava agli occhi proprii un soggetto di crescente sorpresa. Donde veniva a lui, vissuto sempre in astinenza e a distanza dalle donne, tale profondo distacco, tale mancanza d’appetito e di vanità che gli faceva prendere, di fronte a delle conquiste ch’egli non avrebbe neppure osato vagheggiare un poco innanzi, l’atteggiamento di stanchezza e di sazietà di chi ha avuto troppe avventure nella propria vita?... Egli lo sapeva, donde veniva lo strano e inquietante fenomeno! Ma si rifiutava, per orgoglio e per paura insieme ad accettarne l’evidenza, non voleva confessare a sè stesso che se era rimasto freddo e indifferente in cospetto delle amorose fortune capitategli, era perchè lo perseguitava l’imagine e il desiderio di un’altra donna, perchè la sferzata che Alice Rossati gli avea applicata al viso, respingendolo in quel modo inaspettato e avvilente, avea invelenito in lui più che mai la febbre del possesso! E per non pensare a ciò, per stordirsi e per dimenticare, egli si abbandonava sempre più al disordine entrato nella sua esistenza, cullandosi nell’illusione di riprendersi presto, di attraversare soltanto una crisi passeggiera e senza conseguenze.

Non solamente trascurava i suoi affari adesso e si alienava a poco a poco la propria clientela, ma, peggio, per soddisfare ai bisogni della sua nuova maniera di vivere, alle istintive velleità d’eleganza, alle mille piccole spese a cui l’obbligavano i suoi doveri di galanteria, egli s’era trovato squilibrato e avea preso a contrarre dei debiti.

Sua madre, ora, cominciava timidamente a levare la voce, a rimproverarlo dolcemente, con certe lettere piene di tenera e inquieta sollecitudine che gli mettevano il cuore in tumulto, ma lo spingevano sempre più, per reazione, sulla via in cui s’era ingolfato, perchè egli voleva finirla, perchè voleva estinguere in lui, a furia di ubbriacarsi altrove, la sete di quella donna! Sospinto innanzi così, irritato invece che calmato dall’inefficacia dei diversivi trovati, egli avea cercato persino di abbrutirsi nel piacere più facile e volgare, dietro ai succinti gonnellini del corpo di ballo....

Il risultato ottenuto era stato unicamente di trovarsi più che mai indebitato e bisognoso di danaro, in modo da non sapere come andare avanti. A questo punto, Luciano Mascali, il cattivo genio della sua famiglia, era intervenuto, aveva ripreso a tessere attorno a lui la terribile tela di ragno dove suo padre s’era perduto, dove tutta la proprietà dei Torreforte doveva finire, prestando qualche migliaio di lire e allargando in cambio la cerchia divoratrice delle sue ipoteche.