VI.

Fu un amaro e crudele risveglio per Filippo Torreforte. La brusca scena inattesa lo aveva lasciato tutto stordito, senza forza di rialzare il capo sotto il peso dell’umiliazione patita. Una voce insistente dentro di lui gli diceva di profittare della dura prova attraversata per lasciare la pericolosa e malsana strada in cui s’era cacciato, per rimettersi sulla via maestra tracciatagli dal dovere, ritornando alla sua vita di lavoro e di fortificante solitudine, ai propri affari che lo reclamavano e che già egli avea incominciato a trascurare in modo allarmante. Gli pareva che fosse la cara voce di sua madre a parlargli così internamente, di sua madre che già aveva intuito, col vigile istinto della maternità, l’alterazione avvenuta in lui, che non osava lagnarsi delle sue lettere meno frequenti e distratte, ma se ne inquietava, e voleva sapere ogni volta se stesse perfettamente bene in salute, se non avesse qualche preoccupazione per il capo.... Egli sentiva che là, su quella strada dove s’era trovato spinto innanzi quasi di sorpresa, non avrebbe incontrato che amarezze e dolori. L’esperienza fattane con la cantante era lì per provarglielo; troppo il fondo del suo carattere era semplice e schietto, troppo egli era ingenuo ed inesperto per navigare con successo in quel pelago di falsità, di malizia, di perfida astuzia. Eppoi, quand’anche così non fosse, dato pure che il palcoscenico non gli avesse procurato che ebbrezze di piacere e di vanità, non doveva egli egualmente fuggirlo? La sua fibra non era abbastanza forte per permettergli di dividersi tra il dovere e il piacere, non gli consentiva di praticare l’uno senza escludere l’altro. Egli non disponeva che di una energia morale limitata, della quale il segreto stava nella sua solitaria ed austera vita di lavoratore, al di fuori d’ogni distrazione pericolosa e d’ogni tentazione. In tal modo avea potuto percorrere tanto cammino in pochissimo tempo e trovarsi non troppo lontano dalla mèta sospirata. Ma rotto l’equilibrio, alterata la severa regola impostasi, la sua forza lo abbandonava, si disperdeva, non riusciva più a lui di ritrovare la propria ammirabile attività e di concentrarsi nel lavoro. Se non gli era bastato che di affacciarsi appena alle porte di quel mondo, così seducente e così pieno di pericoli ad un tempo, per rimanerne già turbato e scosso, che avverrebbe se vi si inoltrasse ancora, se vi si ingolfasse del tutto?...

Egli prevedeva tutto: la caduta delle sue ambizioni, l’impossibilità di fare più un passo avanti se non pure la possibilità di perdere tutto il terreno guadagnato, la povertà per sua madre, per le sue sorelle, per lui!... Il solo pensiero di sua madre, l’idea di rendersi spergiuro dinanzi a lei mancando al voto fatto, non dovevano bastare a corazzarlo contro ogni tentazione, a dargli la forza di voltare sdegnosamente le spalle se anche gli si aprissero dinanzi gl’incanti di un eden?...

Eppure no, non bastavano più adesso ad allontanarlo dal palcoscenico, a strapparlo dal malsano ambiente di cui i suoi polmoni avevano già assorbito l’aria viziata! Egli non si rivoltava ancora contro sè stesso, non pensava alla possibilità di abiurare alla propria religione, ma rimandava ancora il ritorno definitivo alla sua raccolta e feconda esistenza di prima, si lasciava scivolare sempre più per la via delle transazioni e degli accomodamenti di coscienza. Poichè ce n’andava di mezzo tutto il suo avvenire egli contava bene di allontanarsi dal teatro, di seppellirsi un’altra volta, come sino a due mesi avanti, tra i processi ed i classici del Diritto.... Sì, ma dopo! Dopo, voleva dire per Torreforte non prima di aver messo anche lui le labbra alla coppa del piacere a cui tutti bevevano avidamente, largamente lassù, sul palcoscenico, non prima di avere preso egli pure la sua parte, per quanto modesta, al grandioso festino di lussuria che si svolgeva ogni sera sotto i suoi occhi affatto esperti adesso. Non invano aveva avuto la rivelazione di quel mondo ignorato e seducente al di là della sua imaginazione, non impunemente s’era sentito accendere nel sangue la febbre di desiderio che lo spettacolo di tanti amori annodati liberamente, quasi ridendo, di tutte le tentazioni offerte e le concupiscenze destate produceva su lui, perchè potesse andarsene così com’era venuto, senza avere appagata ed estinta la smania di godimento che gli era entrata nel cervello.

Ma non era questo soltanto. L’umiliazione inflittagli da Alice Rossati gli scottava le carni; l’indegnità della condotta di lei a suo riguardo l’avea furiosamente irritato, mettendogli addosso un pungente bisogno di ostilità e di rappresaglie. Il giuoco di lei gli appariva adesso lucidamente: l’avea attirato, lusingato, sedotto sin dal primo giorno per servirsene secondo il proprio interesse, per sfruttarlo con sapiente calcolo. La sua collera era tanto più violenta in quanto egli sentiva di desiderarla ancora, più di prima anzi! Voleva farle dispetto ad ogni costo, porre l’assedio, e con successo, ad un’altra sotto i suoi occhi per mostrarle che non si curava di lei, che piaceva ed era desiderato altrove!

Per ciò solo, Torreforte si volse dalla parte di Regina Morelli, il biondo e tramontante astro lirico in chiave di mezzo soprano di cui il folgore passato dava tanto fastidio agli occhi della prima donna. Ne fu accolto nel modo più incoraggiante; ella era furiosa contro Valdora che la trascurava sempre più indegnamente, e peggio d’una vipera verso la Rossati che ne godeva e glielo portava via accettando la sua corte. Ignorando ciò ch’era passato tra Torreforte e la propria rivale, non avendo avuto il tempo di accorgersi del cambiamento sopravvenuto nelle loro relazioni tanto manifestamente cordiali che i più parlavano di rapporti intimissimi, ella credette di regalarsi l’acuta gioia di rubarlo all’altra, di prendersi una solenne rivincita. Perciò fu felice, e se l’ebbe come un omaggio offertole in prova d’amore, allorchè, durante un breve periodo di malattia attraversato dalla prima donna, Torreforte il quale avea conservato delle apparenze d’amicizia con lei ma non metteva più piede nel suo appartamento, s’era astenuto all’incontro di tutti gli altri, dal farle una sola visita. Di ciò ella avea potuto benissimo assicurarsi poichè dimorava nel medesimo albergo della prima donna, e grazie al reciproco sistema di spionaggio stabilito tra loro per mezzo dei camerieri. E un giorno che Torreforte si trovava da lei e la convalescente era scesa a prendere per la prima volta l’aria e il sole liberamente nel giardinetto sottostante dell’albergo, ella avea voluto che il giovane s’affacciasse pure al balcone, perchè l’altra li vedesse insieme, a due passi da lei, e sentisse di più l’affronto della condotta del giovane a suo riguardo in quella circostanza....

Torreforte non si piegò al maligno capriccio, vergognoso in fondo di prestarsi passivamente a tal giuoco. Invece la obbligò a rientrare dal balcone, le sedette vicino vicino, dicendole ch’era una sciocca a crederlo capace di occuparsi ancora di colei, di averla presa mai sul serio — e la ebbe così, ripetendole che l’altra era una donna volgare come era una volgare cantante, che sapeva solo abbaiare, che stonava maledettamente!...

Con sua grande sorpresa, Torreforte si ritrovò, dopo il possesso della sua nuova amica, senza nè ardore nè entusiasmo. Il fatto non poteva non sorprenderlo e non turbarlo, perchè Regina Morelli era una donna assai seducente ancora, d’una eleganza difficile ad incontrarsi in palcoscenico, e nell’oscura esistenza di lui, simile a quella di un povero studente di provincia, rappresentava la più luminosa e inebriante conquista, forse l’unica. Quanto alla donna, ella non si era data a lui che per il piacere di sentirlo parlar male della nemica....

Ma la loro relazione non dovea avere che un’effimera durata. Poco dopo, la diva sul tramonto si presentò al pubblico nella Favorita, uno dei suoi ex-cavalli di battaglia.... Fu un fiasco enorme, umiliante, e all’indomani ella ottenne, molto facilmente del resto, lo scioglimento dalla scrittura, e partì per Milano, non volendo restare neppure ventiquattr’ore ancora nella città odiata alla quale avrebbe appiccato volentieri il fuoco, se avesse potuto.

Torreforte si ritrovò dunque libero quasi all’indomani. Il poco sapore trovato in questa prima avventura non era bastato a guarirlo dalla febbre che si era impadronita di lui, gliel’accendeva di più anzi, sopratutto davanti all’esasperante indifferenza di colei ch’egli aveva sperato d’irritare e di offendere.