La cantante amava molto di tenere circolo in quell’angusta e nuda stanzina dove non c’era neppure modo di sedersi in più di due o tre per volta, sopratutto quando non le toccava di mutare costume da un atto all’altro e non era di prima scena. Ella era là come nel proprio regno, come in soglio, e i suoi ammiratori venivano devotamente a metterle sotto il naso l’incenso del loro desiderio velato di galanteria, dell’adulazione e della maldicenza. Sentirsi desiderata, essere adulata e fare della maldicenza alle spalle delle altre: ella aveva bisogno di queste tre cose per vivere!
Torreforte non poteva meglio nè più rapidamente compiere altrove il suo nuovo tirocinio come nel camerino di Alice Rossati. Tutto il bagaglio delle idee generalmente professate in fatto di doverosa cavalleria con le donne, di riserbo, di discrezione, era stimato vieto e stupido colà. Vi convenivano sopratutto alcuni consumati don Giovanni di palcoscenico che erano per lui il più sorprendente modello di cinica disinvoltura. Non aveva egli udito l’irresistibile Valdora rispondere tranquillamente, davanti a tutti, alla prima donna che gli domandava sorridendo, con intenzione, notizie del mezzo soprano — un’alta e magra bionda, molto elegante, ma già sul tramonto, la quale passava per essere l’amante di lui:
— Ah, non me ne parlate! Quella lì è un terribile crampon, e non sogno che di trovare chi me ne liberi!...
Alice Rossati fingeva di non volere ascoltare simili orrori sulle sue compagne, si spingeva sino a recitare la commedia dell’indignazione e della severità, ma in fondo non si compiaceva d’altro. I suoi amici lo sapevano e non risparmiavano nè le insolenti indiscrezioni, nè i frizzi, nè le malignità più sanguinose davanti a lei, anche all’indirizzo di donne molto desiderate e corteggiate da loro, presso le quali assai probabilmente ripetevano il medesimo giuoco a spese sue.
Torreforte osservava curiosamente tutto ciò e cercava di apprendere meglio che poteva. Ma egli sentiva che la sua era ancora un’educazione interamente da fare e che mai, forse, sarebbe giunto all’altezza dei meno abili. Se ne accorgeva, per esempio, dinanzi alla ripugnanza, anzi all’impossibilità di lasciar credere a proposito di lui ciò che i più pensavano in presenza della significante ed ostentata preferenza che la prima donna gli accordava su tutti gli altri. La cosa aveva delle apparenze tali che, quando egli negava di essere in intimi rapporti con la cantante, gli altri stimavano che si tenesse chiuso per discrezione e lo trovavano stupido per avere di simili delicatezze.
Egli pure si trovava stupido all’eccesso con quel suo spirito di cavalleria così mal collocato, ma sopratutto a cagione delle irrisorie apparenze di un fatto a cui non dipendeva che da lui il dare tutta la inebriante consistenza della realtà. Perchè dunque non era ancora l’amante di quella donna che pareva non desiderasse di meglio, che sin dal primo giorno gli aveva fatto chiaramente capire quanto egli le piacesse, che non s’era stancata di fare tanti passi verso di lui, mentr’egli era sempre rimasto scioccamente inchiodato al suo posto?...
Le sue paure e i suoi scrupoli di prima gli parevano adesso puerili ed assurdi, sia per la progressiva evoluzione compiutasi in lui sotto la sapiente opera di seduzione della cantante, sotto la dissolvente influenza dell’ambiente, e sia perchè l’esempio di facilità e di leggerezza negli amori di palcoscenico che gli veniva da tutte le parti, lo rassicurava sulla possibilità di ogni pericolo pel suo avvenire. Che cosa poteva rimetterci? Un po’ di tempo e di attività rubati ai suoi affari, alla sua professione, di cui si sarebbe rifatto dopo raddoppiando di zelo! Perchè dunque tardava ancora a prendersi quella donna?...
Il desiderio lungamente covato del possesso, diventato ora bisogno violento, s’imponeva a lui come una necessità improrogabile, non lo faceva più per nulla esitare davanti alle probabilità maggiori o minori di successo ch’egli avrebbe avuto uscendo ad un tratto dal suo riserbo per osare un colpo d’audacia. È vero ch’ella gli aveva spesso ripetuto, a proposito di passioni ispirate e non corrisposte da lei, di assedî postile e vittoriosamente respinti: “Con me, o matrimonio, o nulla!„ Ma non era che un ritornello conosciuto certo da tutti gli amanti ch’ella aveva avuto, la parola d’ordine della sua virtù avanti di capitolare!... Che avrebbero fatto Valdora, l’onorevole Ascani, i vecchi topi di palcoscenico infine, s’ella avesse messo loro dinanzi un tal dilemma? Certo ne avrebbero riso e sarebbero divenuti più intraprendenti di prima. Ora egli si credeva abbastanza formato alla loro scuola, e non voleva più apparire sciocco agli occhi loro!...
Così una sera, dopo un’ora di deliziosa intimità nel salottino di lei, seduti sul medesimo divano, con le ginocchia che quasi si toccavano, sentendo il sangue montargli al capo e ingorgargli il cervello, egli le afferrò ad un tratto le mani cingendosene la vita e le avventò un lungo bacio sulla bocca.... La cantante si svincolò, balzò in piedi con uno scatto di dignità oltraggiata e in rivolta, additandogli la porta con un gesto solenne della mano e stendendo l’altra verso il bottone della soneria elettrica. S’ella avesse serrato un pugnale in quel momento, avrebbe fatto certamente pensare, tanto drammatica era la sua posa, ad Elvira dell’Ernani nell’atto di respingere il suo reale aggressore — benchè in verità Torreforte, tra la sorpresa, la vergogna e lo sconvolgimento della sua esaltazione bruscamente rientrata, non avesse nulla di maestoso in tal frangente, ma piuttosto l’aria dimessa di un cane frustato.
— Vi credevo migliore degli altri.... — gli disse mentre egli, dopo aver balbettato qualche scusa, si disponeva ad andarsene non sapendo che fare di meglio. — Mi sono ingannata!