Picchiò debolmente; Gioconda disse: avanti! Sì, era Gioconda che gli stava dinanzi adesso, non l’amabile amica alla cui tavola avea pranzato la sera prima.
Il distacco pareva grande e reale a lui, trovandosele accanto ora dopo averla ammirata dalla platea per due atti consecutivi, dopo aver diviso col pubblico per lei la commozione e l’entusiasmo, dopo essersi tanto interessato al personaggio ch’ella rappresentava.
La cantatrice errante era pronta per andare alla festa di Alvise Badoero, dove ella avrebbe fatto tranquillamente il suo ingresso insieme a qualche figlia di doge. Ella era superba nel suo fastoso costume di raso e di velluto azzurro; le magnifiche braccia uscivano dalle ampie maniche aperte come da una guaina; la ricchezza del seno era messa sontuosamente in evidenza dal larghissimo taglio dell’abito sul petto. Aveva degli occhi più grandi ancora del solito, degli occhi enormi, cupi e fantastici a guardarli così davvicino, per via della larga striscia di bistro che li contornava al di sotto e del rosso messo senza risparmio sulle palpebre. Tutti i tratti del viso, posti sapientemente in luce e in ombra con del rosso o del bianco, prendevano un rilievo straordinario, e le grosse labbra, coperte di carminio, si aprivano sulla composta maschera del volto come un ardente e mostruoso fiore.
In luogo di rompere il suo incanto, come avviene guardando da presso una decorazione scenografica, la cantante conservava così agli occhi di lui il proprio fascino strano fatto d’illusione: ella era più che mai l’appassionata e pietosa amante di Enzo, veduta così davvicino. Quel viso acceso e pallidissimo ad un tempo, come se la febbre della passione lo consumasse, quegli occhi di fantasma, quelle labbra sanguinanti, le davano il melodrammatico suggello del personaggio rappresentato, erano l’imagine parlante dei sublimi trasporti di amore, di gelosia, di sacrificio dai quali era agitata sulla scena!... Ma ella lo riconduceva alla realtà, parlandogli della sera avanti, di Santo Stefano, del giornale, ritornava per lui la buona amica, la signora Alice Rossati.... Poi ancora, fra qualche minuto, all’avviso del buttafuori di rientrare in iscena, ella si sarebbe trasformata agli occhi suoi, sarebbe ridiventata la Gioconda, l’eroica fanciulla che si votava alla salvezza di Laura e di Enzo, che faceva fremere d’orrore e di pietà tutta la sala allorchè andava a mormorare all’orecchio del baritono la sua fatale promessa!... Era un singolare innesto del fittizio sul reale che produceva una doppia personalità di cui l’una si sovrapponeva all’altra alternativamente, procurando l’illusione di una metamorfosi a vista.
Tale appunto era la sensazione che Torreforte provava in quel momento e che gli faceva pregustare tutto il sapore acuto e particolare con cui quella donna avrebbe deliziato il palato d’un amante. Mai la sazietà — egli pensava — sarebbe stata possibile con lei poichè ella era così varia, così mutabile, poichè ella incarnava in sè ad un tempo tante diverse imagini ed anime di donne! E mai il suo possesso avrebbe ingenerato la stanchezza perchè mai possesso sarebbe stato meno pieno e durevole, perchè ad ogni momento ella si sarebbe ripresa per trasformarsi in un’altra creatura ch’era ancora lei e che non era più lei, che apparteneva tutta al pubblico e punto all’amante....
Vennero ad avvisarla che toccava a lei d’entrare in iscena; ella si diede un rapido sguardo allo specchio, ingoiò un sorso di camomilla, mise in bocca una pastiglia di liquirizia, e si salvò stringendo in fretta e distrattamente la mano a Torreforte.
Questi rientrò nella propria parte anonima di spettatore, riprendendo il proprio posto in platea. Ma le sue idee ripigliavano insensibilmente il corso incominciato nel camerino della cantante. Gli applausi che il pubblico le prodigava freneticamente gli mettevano un curioso brivido addosso, come s’ella gli appartenesse e il successo di lei fosse pure il suo. Pensava all’ebbrezza che doveva dare all’uomo del quale ella fosse l’amante, lo spettacolo di quella folla in delirio, presa per lei da un tal furore d’entusiasmo!... Che orgoglio doveva gonfiare il cuore di colui che potesse dire tra sè: “Questa donna che solleva così la commozione, l’entusiasmo, gli applausi di forse duemila persone, è mia, mi appartiene anima e corpo, io la terrò nelle mie braccia mentre ancora durerà l’eco delle ovazioni suscitate!...„
E di nuovo, il rimpianto già altre volte vagamente provato all’idea che l’indeviabile cammino tracciatosi non gli consentisse di dedicarsi anche per poco alla cantante, lo pungeva, ma più acutamente, più a lungo, facendogli sentire per la prima volta la gravezza del fardello che s’era addossato sulle spalle.
A poco a poco, diventò uno degli assidui del palcoscenico che incominciava a non avere più segreti per lui e ad inoculargli nel sangue il sottile veleno di lussuria che vi si respira. Per un nuovo iniziato come egli era, lo spettacolo dentro le quinte prendeva in certi momenti qualche cosa di veramente fantastico. Ad ogni passo, s’incontravano delle coppie intente a parlottare a bassa voce, con degli occhi animati e dei languidi sorrisi. Dietro una quinta, un elegante in marsina poneva l’assedio al contralto che aspettava le toccasse d’entrare in iscena; più in là era un giornalista che domandava al mezzo soprano la meritata ricompensa del suo articolo immeritamente laudativo; poi un tale che approfittava del bis che il pubblico domandava dell’aria del baritono — il quale aveva una moglie assai carina e la stupidaggine d’esserne gelosissimo — per ripetere all’orecchio di costei la propria aria; — e la serie continuava ancora, sino al corista in vena di galanteria con qualche compagna del coro, sino all’umile comparsa in intimo colloquio con qualche dama o contadina di parata, arruolata come lui in mezzo alla strada. E l’allegro battaglione leggero delle ballerine, sparso di qua e di là in attesa della battuta del coreografo, animava e completava il quadro, raccogliendo e ricambiando sul passaggio delle frasi e delle amenità da corpo di ballo, senza curarsi del direttore del palcoscenico e delle multe della commissione teatrale che erano roba da ridere per la maggior parte di loro....
Torreforte aveva finito col non mancar mai di fare la sua regolare comparsa nel camerino di Alice Rossati tutte le sere ch’ella cantava. Il giovane era più che mai nelle grazie della prima donna dopo gli articoli entusiastici seguìti nella Sera all’acerba critica di Santo Stefano; ella non gli avea prodigato mai quanto allora tanti sorrisi luminosi, tante occhiate eloquenti, rendendolo oggetto dell’invidia e della gelosia di coloro che frequentavano assiduamente come lui il suo camerino.