Alice Rossati stentava a nascondere la propria gioia. E quando Santo Stefano la salutò per andarsene, ella non seppe resistere al piacere di scoccargli una frecciata, felice di scuotersi dalle spalle, alla fine, il grave manto di dignità che la sua faticosa parte di donna superiore le avea imposto. In fondo, se il duello fosse avvenuto, se Torreforte avesse allungato al suo avversario una buona sciabolata, non sarebbe certo stata lei a piangerne! Ma poichè avrebbe potuto benissimo accadere il contrario e poichè in ogni caso non ne sarebbero venuti a lei che noie, rancori, ostilità di partiti, ella s’era invece adoperata col massimo zelo ad ottenere una riconciliazione, ciò che non poteva guadagnarle che del favore e delle simpatie nel pubblico.
— Così — ella dunque disse a Santo Stefano — il vostro articolo era il canto del cigno?!
— No! — rispose il giovanotto con una trasparentissima insolenza che le fece mordere le labbra, tanto la colpiva giusto. — Non era che una brutta rana la quale gracidava per l’ultima volta, avanti di cedere il posto ad un piccolo passero delizioso!...
V.
Sin dalla sera appresso, nella sua doppia qualità di critico teatrale e di amico della prima donna, Filippo Torreforte incominciò a frequentare il palcoscenico. Ella gli avea detto:
— Venite a trovarmi in camerino....
E Torreforte era andato, senza farselo dire due volte, senza adombrarsi di fronte a sè stesso per tale novità pericolosa. Insensibilmente, passando attraverso una serie graduale di piccole transazioni interiori, un certo rilassamento di coscienza e di volontà avveniva in lui. Egli non cessava un minuto di fissare la mèta vagheggiata, ma si sorvegliava meno, allentava un poco le cinghie di ferro tra le quali costringeva la sua giovinezza a languire, per respirare più liberamente. Cominciava a trovarsi eccessivo, a sentirsi un tantino ridicolo anche nel tiranneggiarsi in tal modo, nell’essere così rigido verso sè stesso. L’esempio di tanta gente che in mezzo alla febbre del lavoro più assiduo e assorbente trovava pure il tempo di godere, di vivere, era lì per provargli come la difficile e bella impresa ch’egli s’era assunta si potesse conciliare con qualche distrazione e con un po’ di esperienza del mondo. E, mano mano che la sua vigile coscienza si assopiva, degli appetiti lungamente repressi si svegliavano in lui e un’ardente curiosità, un bisogno tormentoso di penetrare quel mondo nuovo e seducente che la cantante avea schiuso all’imaginazione e al desiderio di lui.
Il palcoscenico gli appariva come un luogo favoloso, pieno d’eccitante mistero e di malsana attrazione; egli v’era salito col cuore che gli batteva, la fantasia in tumulto e una vaga sensazione di sgomento.
Dapprima fu una delusione; tutto il lavorio della sua imaginazione cadeva davanti allo spettacolo che gli offriva, tra un atto e l’altro, il vasto e freddo ambiente attraversato dagli operai affaccendati che attendevano a disporre la scena, popolato di coristi, di comparse, di impiegati. Ma un segreto istinto gli diceva che la sua iniziazione incominciava appena, che presto i suoi occhi, maggiormente abituati all’ambiente, avrebbero veduto dippiù e di meglio!
Quando si trovò nel largo corridoio che mette in comunicazione tra loro i camerini delle prime parti, una grande timidezza lo vinse. Degli artisti stavano là seduti, in costume, degli altri finivano di vestirsi e di truccarsi per la scena, senza preoccuparsi d’esser veduti attraverso la cortina mal tirata, chiacchierando con qualche amico in visita o provando la voce con dei vocalizzi. Sul suo passaggio, tutti gli sguardi gli si posavano addosso curiosamente, squadrandolo in un modo imbarazzante, e gli ci volle tutto il proprio coraggio per farsi indicare l’uscio della prima donna.