Qualche volta, per puro passatempo, ella si provava a dare una mano alle cognate nelle loro faccende, e questo era sempre un soggetto di grandi risate per le ragazze, poichè allora tutto andava incredibilmente male. Ma accadde che un giorno le due fanciulle si trovarono entrambe costrette al letto per un’indisposizione capitata loro pressochè ad un tempo. Obbligata dal marito a sostituirle nella loro opera di infermiere, ella non veniva a capo di nulla, e la malata languiva penosamente mancando ad un tratto di tutto, e Torreforte diventava esigente e duro, quasi fosse giusto di pretendere da lei ciò che non sapeva fare, ciò che non aveva mai fatto in vita sua! A quelle proteste, un fiotto amaro di acerbissime risposte gli veniva alle labbra.... Era vero: che giustizia c’era a pretendere ciò da lei?... Come s’ella fosse stata una donna eguale a tutte le altre, come se avesse avuto mai senso e culto di famiglia, idea d’affetti e di cure domestiche, come se fosse mai vissuta per null’altro all’infuori della sua arte istrionesca, della sua morbosa vanità di cantante!... Ma taceva, per evitare alla madre il menomo motivo di agitazione, e si contentava di covare internamente il fuoco della sua crescente ostilità.

Intanto il male della vecchia signora faceva terribili passi. Due volte Torreforte avea creduto di vederla morire; egli s’era ridotto a non dormire quasi più, ad alimentarsi appena. A misura che la malata si sentiva finire, cresceva in lei il rancore contro la nuora, contro colei ch’ella considerava come la rovina sua e del figlio. Non le importava troppo di vivere, no, ma si rodeva il cuore al pensiero della propria creatura, del suo avvenire spezzato, legato alla catena di quella donna, la quale non avrebbe saputo che renderlo infelice, immensamente infelice. E non le riusciva più di simulare, talchè l’odio che l’animava le luceva adesso cupamente nei torbidi occhi, metteva un tremito violento in tutta la sua povera carne gonfia e livida, appena la giovane donna le si accostava.

Torreforte seguiva con un senso indicibile d’angoscia il progresso di quel cieco odio, che divampando nel petto d’una moribonda aveva qualche cosa di cupamente tragico, e constatava con pari orrore come dentro di lui il sentimento materno trovasse eco ogni giorno dippiù. Una furia quasi criminosa l’invadeva a momenti contro la moglie. Per far piacere all’inferma, per calmare la sete di rancore da cui la sentiva divorata, egli l’avrebbe buttata ai piedi di lei, gliel’avrebbe percossa e torturata dinanzi. Non essendo possibile questo, cercava ogni pretesto per umiliarla e maltrattarla a parole in presenza della madre, l’esiliava più che poteva dagli occhi di lei, finiva per proibirle senz’altro di entrare in camera sua. L’esclusa se ne consolava facilmente, contenta di sfuggire all’orribile tristezza dello spettacolo che la malata offriva, alle nausee che le procuravano le piaghe fetide onde erano coperte le povere gambe di lei. Una volta che avea mostrato la sua ripugnanza con una smorfia troppo energica di disgusto, suo marito era stato sul punto di batterla.

Ella metteva tutto ciò in conto della sua disperazione; le pareva, non adontandosene, di abbondare in generosità, di pagare ad usura il suo tributo al dolore di lui. Se un fondo di risentimento le restava sul cuore, se ne rifaceva sulle due ragazze, sempre espansive e premurose attorno a lei malgrado la collera in cui questo faceva andare adesso la madre, malgrado ch’ella costituisse una grande minaccia per le loro eterne speranze matrimoniali. Via, ella avea troppo viaggiato, troppo vissuto, fra continue emozioni ed ebrezze, per non trovare alla lunga insopportabilmente noiose e ridicole quelle due piccole provinciali!... Così, respingeva con mala grazia le espansioni e le amorevolezze delle cognate e finiva per segregarsi completamente in camera sua. Allora, cavava fuori i grossi albums dove avea raccolto tutti i giudizii dei giornali su lei, i gloriosi bollettini delle battaglie vinte di palcoscenico in palcoscenico, e si assorbiva in quella lettura, si dimenticava tutta nel proprio passato risonante d’applausi, mentre suo marito agonizzava di dolore presso la morente.

La catastrofe si avvicinava con spaventosa rapidità. La paziente a volte l’invocava con ardore, per finirla con le sue atroci sofferenze, a volte s’attaccava disperatamente alla vita, non volendo lasciare così sola ed infelice la creatura sua diletta. Giorno e notte, ella, per non soffocare, restava su d’una sedia, addossata a una pila di cuscini, guardando il letto candido e soffice di fronte a lei cogli occhi dilatati d’orrore, pensando che soltanto dopo l’ultimo respiro sarebbero tornati ad adagiarvela. L’idrope le si estendeva per tutto il corpo gonfiandola come un otre, le piaghe le divoravano interamente le gambe, la circolazione del sangue non si compiva quasi più.... E Torreforte assisteva senza una lacrima a tale sfacelo, col raccapriccio muto d’un assassino dinanzi all’agonia della sua vittima.

L’ultima notte, un’insperata tregua di calma parve apportare un reale sollievo alla malata, che s’assopì quasi serenamente. Torreforte la considerava col cuore sospeso; nel suo cervello turbato ed esausto delle puerili illusioni germogliavano a un tratto in quell’estremo momento.... Forse un prodigio poteva compiersi ancora, forse l’ultima crisi era stata superata e segnava il principio d’una miracolosa guarigione!... Sognava ad occhi aperti, col viso inondato di lacrime.... Sua madre sarebbe guarita, sì, e dopo aver riconquistata la salute, egli avrebbe saputo ridarle anche la felicità, a qualunque costo.... Egli avrebbe riedificato per lei l’edificio distrutto, l’avrebbe a furia di pietose menzogne convertita riguardo a sua moglie, portando con rassegnata dolcezza la propria croce, nascondendogliela eroicamente perchè ella non avesse a crederlo infelice ed a crucciarsene!.... Un rantolo cupo venne a scuoterlo, mentre sognava così; gli occhi della moribonda lo fissavano con disperata intensità, la sua mano si levava su lui, tutta oscillante, tracciando in aria, appena intelligibilmente il segno della croce.... E fu tutto; sua madre era morta, morta di crepacuore, uccisa da lui ch’ella idolatrava, ch’ella era spirata benedicendo....

IX.

Ciò che più di tutto Filippo Torreforte temeva, uscendo dalla terribile crisi di dolore seguìta per lui alla morte di sua madre, era di ritrovarsi animato da un vero sentimento d’odio contro la moglie. Se il fiero malanimo che avea covato verso di lei nel petto, per amore della malata, fosse durato, se fra loro due si fosse insediata la morta, separandoli per sempre, rammentandogli a tutte le ore donde il colpo mortale l’era venuto, come avrebbe potuto sopportare ancora l’intima comunione della vita conjugale?...

Ma di quella vampata d’odio non restavano più che le ceneri spente nel cuore di lui; una calma apatica vi subentrava, un profondo distacco di tutto. La considerava adesso con indifferente filosofia, diceva a sè stesso che poichè ella era così, bisognava prenderla com’era. Con la sventura subìta, qualche cosa s’era spezzata dentro di lui irrimediabilmente: la molla del suo affetto di figlio, la sola che avesse potuto agire ancora su di lui nel naufragio di tutte le proprie risorse morali. Si lasciava vivere passivamente, abbandonandosi senza resistenza alla china della sua sorte, incapace di qualunque sforzo per opporsi alla corrente. I suoi antichi propositi di lavoro, di lotta, di conquista, gli facevano adesso levare le spalle con suprema indifferenza, gli davano quasi delle nausee fisiche, tanto l’idea d’agire, di scuotere la sua triste ignavia, lo trovava repellente. Tutto ciò che avea saputo fare nel campo dell’azione era stato di liquidare definitivamente la successione della eredità paterna, accettando senz’altro le condizioni imposte dal feroce creditore della sua famiglia. Poichè con la morte della madre la loro casa gli pareva finita, l’ambizione di ricostituirla in tutta la sua antica e solida integrità non avea più senso per lui. Assicurata una modesta ma certa dote alle sorelle, realizzato per sè tanto da poter vivere senz’alcun pensiero per qualche anno, stimava di avere esaurito il suo compito di capo della famiglia. Avea preso dimora, malgrado tutte le proteste della moglie, nella casa paterna, e vi lasciava scorrere stupidamente i suoi giorni uno dopo l’altro, senza interesse nè mèta, allorchè, un avvenimento capitale venne bruscamente a scuoterlo: egli stava per essere padre!

Fu un rimescolio immenso nelle loro esistenze, ma di natura assolutamente diversa. Per Torreforte era un soffio nuovo e divino di vita che ad un tratto lo sollevava di peso dal fondo del suo avvilimento e lo faceva rinascere, mentre per lei era la rivolta di tutta sè stessa contro l’opera della natura, un motivo d’incredibile angoscia, di continui lamenti. Ella non si sentiva fatta per essere madre, aveva orrore del lungo travaglio della gestazione, di tutte le nausee, le sconce sofferenze da attraversare, e sopratutto una paura incessante, folle, del momento del parto, dei cento terribili pericoli ai quali era facile soccombere. E non era tutto; vi s’aggiungeva ancora lo spasimo insostenibile di poterci rimettere pure la voce, la sua bella voce calda e robusta di soprano drammatico, il suo tesoro, il suo orgoglio! Dal giorno in cui non l’era riuscito possibile di dubitare oltre del suo stato, ella non aveva avuto più un minuto di calma, non avea fatto che piangere, disperarsi, maledire la sua sorte.... Due volte, suo marito la sorprese mentre attentava alla propria maternità coll’aiuto dei soliti rimedi empirici e criminosi, mettendo così a grave rischio la vita pur di sottrarsi al cómpito sacro assegnatole dalla natura. A tale scoperta, lo avea invaso una collera violenta, una reazione fremente di stupore e di sdegno.... Ella non era sensibile neppure alla voce delle sue viscere, a quell’istinto che è innato persino nella più infima specie del regno animale?!... Ella dunque non sapeva essere madre, come non sapeva essere moglie, nè altro, fuorchè una mostruosa macchina da cantare, da divertire la folla, la quale solo poteva coi suoi applausi farne agire il congegno!