La sua collera però cadde presto, nel tumulto ineffabile di tenerezza che gli sconvolgeva l’anima. Dinanzi alla sua paternità imminente si sentiva rivivere, diventava un altr’uomo.... Ah, per la sua creatura egli si sarebbe rialzato, si sarebbe rimesso energicamente al timone della propria casa, avrebbe riamata la vita attraverso il suo sorriso e le sue fragili grazie infantili!... Ella pure, ella pure si sarebbe trasformata; la maternità l’avrebbe elevata, purificata, cambiando la donna di teatro così a disagio nell’onesta ed angusta cornice della famiglia, in una degna madre, in una degna compagna!... In fondo, gli inspirava una grande e pungente pietà. Certo, ella portava in sè, come la comune degli esseri umani, un’egual somma di qualità buone e cattive; quale colpa era mai la sua se l’eredità, l’educazione ricevuta, l’atmosfera viziata del palcoscenico che i suoi polmoni aveano respirato dall’età prima, avevano sviluppato in lei le cattive qualità a discapito delle buone? Toccava a lui di rifarne l’educazione morale, di restaurare in essa l’impero dei sentimenti migliori, e più che il suo, questo era il còmpito soave ed infallibile della fragile creaturina che avrebbe allietato tra poco la loro casa....

Adesso Torreforte, non solo perdonava ogni cosa a sua moglie, ma diventava dolce e buono con lei come non era mai stato. Sentiva di volerle proprio bene in quel momento, si struggeva di tenerezza vedendola soffrire. Ella pure, sotto l’incubo smanioso della sua folle paura, si rifugiava in lui come in un porto di salvezza, gli si attaccava disperatamente, con un abbandono quasi infantile. Si faceva di continuo promettere che non l’avrebbe abbandonata neanche per un secondo, nel momento terribile, e che, se ella fosse morta, non avrebbe permesso di seppellirla prima di quarantotto ore dalla constatazione di decesso, per paura di esser solo sopita, di svegliarsi poi là, tra quelle quattro assi, murata viva sotto una montagna di pietre e di terra.... Egli allora la sgridava con la voce dolcemente burbera, la trattava da bambina cattiva, le diceva che non si sarebbe accorta neppure d’attraversare il passo paventato, e che poi sarebbero stati tanto, tanto felici insieme, con la loro sospirata creaturina....

Il parto, invece, si presentò difficile e laborioso assai; i dolori erano incominciati presto, acutissimi e infruttuosi. Quando ella li avea sentiti venire, malgrado la grande prostrazione dei primi formidabili attacchi s’era levata con uno sforzo dal letto, e s’era trascinata sino alla specchiera per acconciarvisi un poco, forse l’ultima volta, perchè non avesse messo orrore a guardarla, nel caso funesto. Così Torreforte, rientrando in camera, l’avea trovata coi capelli ben ravviati, i denti nitidissimi, e un dito di rouge-théatre sul viso smunto e contratto atrocemente dai dolori. Ma tale povera civetteria, in luogo di suggerirgli alcuna amara riflessione come certo gli sarebbe avvenuto in un diverso momento, allora lo fece piangere di tenerezza e di pietà. Non sapeva che cosa avrebbe dato per non vederla soffrire a quel modo, per alleviarle gli spasimi insopportabili che la facevano torcere come un serpe sul letto!

Venne un ostetrico: l’operazione fu dichiarata necessaria, vitale. Torreforte s’era trovato spinto fuor dalla camera a forza, ed era rimasto ad aspettare dietro l’uscio, colle gambe vacillanti, il cuore in convulsione, ed un orribile ronzio nelle orecchie.... Finalmente, dopo un’attesa che a lui era parsa di secoli, il dottore spalancò l’uscio annunziando che la puerpera era salva. Egli non osò domandare altro lì per lì, soffocando la sua estrema ansia per potersi cullare ancora in un resto d’illusione.... Tutto il suo avvenire, tutta la sua vita reggevano solo ad un fragile, sottilissimo filo.... E quel filo — glielo dissero poco dopo, brutalmente, non sospettando tanta violenza di dolore in lui per la sua paternità mancata — s’era spezzato, lo lasciava miseramente piombare nel vuoto....

Era un maschio!... Sarebbe stato il continuatore della sua famiglia, l’erede del nome antico ed onorato.... Ah, come egli si sarebbe ammazzato a lavorare, come avrebbe ritrovata tutta la sua energia, la sua dignità d’uomo per lui, per dargli una fine educazione, un’onesta agiatezza.... Invece!... Non sapeva staccarsi dalla minuscola bara in cui aveva voluto comporlo prima che glielo portassero via, coi ceri ardenti ai piedi e una valanga di rose per lenzuolo.... E davanti a quel cadaverino sformato dal forcipe con cui gli aveano attenagliata la testa, mostruoso a vedersi alla livida luce dei ceri, egli s’era lasciato cadere sotto il peso della sua croce, per non tentare mai più di rialzarsi.

X.

Passata l’esaltazione violenta del nuovo dolore, Torreforte tornò a chiudersi più di prima nella sua desolata attitudine di passività e d’indifferenza a tutto. Soltanto, avea ceduto all’assedio senza tregua postogli dalla moglie, e avea abbandonato la casa paterna, l’oscuro angolo di provincia ov’era nato. Così, dopo un’assenza di quasi due anni aveano fatto ritorno nella grande e rumorosa città, ma egli avea continuato a vivervi come nella sua muta bicocca natale, inattivo e segregato da ogni consorzio.

Questo contrariava moltissimo l’ex-prima donna, e costituiva un soggetto continuo d’irritazione e di dispute fra loro. Rimessasi a poco a poco, e non senza stento, dalle conseguenze del suo parto disastroso, ella sentiva operarsi dentro di lei una rifioritura turbolenta di salute, un rinnovamento oscuro di vita. Le pareva di soffocare, così chiusa nell’angusto ed opprimente cerchio della sua casa, tra il marito sempre silenzioso, sempre cupo, ripugnante a tutto, e la serva ebete, sudicia, brontolona. Provava un’irrequietezza tormentosa, uno stimolo esaltante di vaghe aspirazioni verso una mèta ignota a lei medesima. Come mai suo marito poteva ridursi ad un tal grado di stupida apatia, d’inerzia bruta?... Dove se n’era andata dunque la vantata energia del suo carattere, la sua forte tempra di lavoratore, di uomo destinato ad un grande avvenire, di cui avea fatto tanta pompa con lei prima del loro matrimonio?!... Perchè si abbandonava a quel modo in braccio all’ozio ed all’avvilimento più profondo, e avea rinunziato affatto alla sua lucrosa professione? E dove mai si sarebbero trovati di lì a qualche tempo, dopo aver dato fondo al capitale riscosso dalla sua parte d’eredità?...

Ella lo sentiva calare ogni giorno dippiù nella sua stima, gli faceva continuamente il processo con la severità d’un giudice, senza intendere nulla di ciò che avveniva in lui, senza coscienza d’essere il principio e la fine del pietoso dramma interiore di cui egli era la vittima. Non lo comprendeva, nè gli aveva compassione, ma si rivoltava. Non avea abbandonato le scene, dato addio alla sua lieta e luminosa vita di successi morali e materiali per finire nel modo più oscuro ed umile, privandosi di tutto, soffocando ogni desiderio, ogni giusta ambizione!... Egli poteva pure segregarsi completamente dal mondo, ridursi a vegetare come un bruto, ma per suo conto non si sentiva proprio d’imitarlo, era troppo giovane e bella, troppo ricca di vitalità per questo. Sopratutto, non sapeva adattarsi a perdere affatto il gusto della sua arte, a viverne addirittura al di fuori. E vessava dalla mattina alla sera Torreforte perchè buttasse il suo danaro dietro a tutti gli abbonamenti di giornali artistici, perchè la conducesse al teatro, ai concerti.

Quando al Massimo tornarono a rappresentare la Gioconda, per la prima volta dopo che tale opera stata eseguita da lei su quelle scene quasi tre anni innanzi, suo marito dovette rassegnarsi ad accompagnarvela, tanto la cosa l’avea messa in orgasmo e le avea suscitato una voglia acutissima di intervenire allo spettacolo. La nuova edizione dell’opera con una cantante ancora ignota al pubblico, destava molta curiosità fra gli assidui e gli amatori di teatro. I più, ricordando la forte impressione lasciata dalla Gioconda precedente, non dubitavano che la nuova restasse schiacciata dai confronti inevitabili: era appunto ciò che l’ex-prima donna aspettava e desiderava ardentissimamente, e per cui ad ogni costo non aveva voluto mancare a quella rappresentazione, sicura di assistere per via indiretta al proprio trionfo. Durante i primi tre atti, ella potè infatti gustare la più deliziosa soddisfazione d’amor proprio; la sua rivale lasciava il pubblico freddo e scontento, non aveva saputo strappargli un solo vero applauso con la sua voce corta, poco squillante, affiochita dal panico che la dominava. Nella sala, piena di spettatori e di animazione, si sentiva quasi gravare la musoneria del pubblico deluso, che faceva prevedere una sommaria giustizia a sipario definitivamente calato; molti, avendo scorto nell’ombra del suo palchetto la indimenticabile artista così presto ritiratasi dalle scene, se l’additavano tra loro con certe scrollatine assai significative del capo, attirandole così, a poco a poco, gli sguardi dell’intera platea, che salivano a lei come delle ondate voluttuose d’incenso.