Ella assaporava l’inesprimibile gioia estaticamente, col cuore in dolce tumulto, tutta ridente di piacere. Ed attendeva con impazienza l’apoteosi finale che i fischi del pubblico, seppellendo all’ultimo l’opera così eseguita e la sua protagonista, avrebbero decretata a lei.... Invece, contro l’unanime aspettativa, il successo mutò radicalmente di faccia all’atto quarto: la cantante già condannata vi rivelò ad un tratto una tale rara potenza d’arte, di talento, e d’efficacia drammatica da farsi in un momento perdonare la sua voce non bella e la debole esecuzione degli atti precedenti. Alla fine del suo monologo, il pubblico vinto, vibrante d’entusiasmo e di commozione le avea battuto le mani per dieci minuti, e da quel punto ad ogni aria, ad ogni frase principale, gli applausi erano echeggiati fragorosi, scoppiando all’ultimo come un vero uragano, interminabilmente. Allora, Torreforte aveva veduto sua moglie diventare incredibilmente pallida, quasi convulsa, col labbro serrato a sangue tra i denti, gli occhi pieni di lagrime, e una fretta smaniosa di andarsene, di sottrarsi a quel supplizio.... Ah, il pubblico! Com’era incostante ed ingrato, come rassomigliava ad un amante perfido e fatale, tanto più volubile quanto più adorato!... Un giorno avea posto lei sugli altari, dichiarandola insuperabile: ora le preferiva un’altra, l’acclamava sotto i suoi stessi occhi, con un calore d’entusiasmo ch’ella non era riuscita a suscitare mai, neppure nelle sue serate migliori!... Ella avrebbe dato dieci anni della sua esistenza in quel momento per poter prendere il posto dell’altra sul palcoscenico e ripetere la sua parte, in una gara suprema. E per vincere la rivale, per strappare al pubblico un applauso più nutrito, un urlo più assordante d’approvazione, ella si sentiva capace di concentrare e di consumare nel canto tutta la sua vita, come certi rosignuoli si rompono il petto a furia di gareggiare tra loro, ed esalano gorgheggiando l’anima canora....
A lenire tale ferita, di cui il dolore tardava a calmarsi, le venne tra le mani in quei giorni un giornale teatrale dove, a proposito dell’annunziata rappresentazione di Lucrezia Borgia — uno dei suoi cavalli di battaglia — al Regio di Torino, vi si affermava che difficilmente la protagonista dell’opera avrebbe potuto lottare con gl’incancellabili ricordi lasciati da lei colà, nella medesima parte. E altrove, un altro giornale, all’indomani dell’andata in scena di Norma con una cantante preceduta da gran fama, usciva in un vero inno in memoria della esecuzione fattane da lei sulle stesse scene qualche anno prima, concludendo col dire che la pretesa diva aveva fatto rimpiangere amaramente al pubblico unanime la grande artista allontanatasi troppo per tempo dal teatro. Così, non peranco era spenta l’eco del suo nome nel mondo lirico!... A più di due anni di distanza dalla sua scomparsa dal palcoscenico, si continuava a parlare di lei, la si rimpiangeva malinconicamente, quasi che ella fosse del tutto morta per l’arte, mentre si sentiva tuttavia capace di sollevare l’entusiasmo di cento platee, di aggiungere al suo passato artistico ancora dieci anni di carriera e di successi.
Invece era finita!... Ella dovea contentarsi di assistere al trionfo delle altre, lasciare impassibilmente che le nuove venute occupassero il bel posto conquistato da lei in arte con tanta fatica! L’unica consolazione sua nell’eccesso della tristezza che l’invadeva pensando a ciò, era di raccogliersi tutto il tempo nel passato, riandandolo attraverso i mille documenti che stavano ad attestarne imperituramente lo splendore. Gli albums nei quali avea collezionato tutti i giudizii dei giornali su di lei, i sonetti d’occasione nella ricorrenza delle serate d’onore o d’addio, erano divenuti la esclusiva e costante lettura di lei; nel suo salottino da lavoro ci si poteva a stento muovere, tanta era la folla di corone, di ricchi nastri e d’ogni genere di regali ricevuti sul palcoscenico e disposti colò come trofei di guerra gloriosamente conquistati. Ma ci voleva ben altro, per appagare la sete ond’era arsa!... Ella voleva trarre dalla lunga inerzia la sua ugola preziosa e rimetterne in circolazione i tesori; voleva avere degli ascoltatori almeno nel cerchio ristretto d’un salotto, in casa propria o altrove, pur di cantare per qualcuno, di essere ammirata, di riprovare l’ineffabile ebrezza d’un applauso.... E suo marito la contrariava anche in questo, non voleva vedere nessuno, nè condurla in alcun luogo!
Per vendicarsi, ella non gli lasciava più un minuto di riposo, gli assordava dalla mattina alla sera le orecchie ripassando tutto il suo repertorio, esercitando la gola ad una sfrenata ginnastica di vocalizzi e di scale. Un momento, aveva tremato di paura: le era parso di non ritrovare più la sua voce, di averne perduta la freschezza e la forza, dopo il grave travaglio del parto. Ma poi, si convinse che si trattava soltanto d’un fenomeno passeggiero prodotto dal troppo lungo riposo dell’organo vocale, e per ridargli la primitiva elasticità e robustezza, s’abbandonava più che mai a quella sua pazza ginnastica d’ugola. Cantare significava già godere per lei, ma così, era un piacere sterile, di cui non poteva contentarsi, che anzi le inacerbiva dippiù la tormentosa voglia della quale languiva.... E non potendo soddisfarla altrimenti, nel parossismo della sua febbre malsana, ella s’era ridotta ad offrirsi persino in accademia alla propria serva, a cantare per esclusivo piacere di colei. Spesso, magari andava ella medesima a trovarla in cucina; la megera lasciava di occuparsi dei suoi fornelli o del suo bucato, e si raccoglieva ad ascoltare, a bocca aperta, colle braccia conserte sul ventre sudicio ed enorme. Quindi, ogni volta, alla fine si metteva a battere furiosamente le manacce nere, accompagnando l’applauso con rauche grida di brava, bene, bis, facendo quanto più chiasso le riusciva, poichè sapeva di procurarle tanto più piacere.... Allora, ella restava a sentire col cuore sospeso, gli occhi brillanti, e una fiamma viva di sangue sulle guancie.... Non aveva più la coscienza d’essere in quel luogo e in quella compagnia degradanti; si ritrovava come per incanto altrove, in una vasta sala scintillante di lumi e piena di gente.... E per un analogo fenomeno d’allucinazione, lo sconcio assolo d’applausi della serva si trasformava alle sue orecchie nell’ovazione strepitosa, esaltante di centinaia di persone, di un intero pubblico trascinato dall’entusiasmo!
In seguito, sempre più incalzata dal crescendo morboso della sua manìa, s’era spinta anche in là, sino a cavare dalle grandi casse relegate nel solajo i costumi delle sue opere favorite ed a vestirsene, acconciandosi in tutto come per la scena. Gioconda, Norma, Aida, rivivevano in lei; ella si metteva ad illustrarne per la sua unica ed ignobile spettatrice, col canto e con l’azione insieme, i patetici casi, animandosi quasi che calpestasse davvero le tavole del palcoscenico, e la serva ebete e sudicia spalancava allora tanto d’occhi, senza troppo capirci, presa spesso da irresistibile ilarità come davanti ad una mascherata carnevalesca, con le nere manacce pronte a sollevare l’indiavolato rumore di applausi per cui la sua padrona andava pazza....
Ora, ella non ignorava più quale fosse la mèta delle sue vaghe aspirazioni, il tarlo segreto che le avea roso sordamente l’anima e lo spirito tutto quel tempo! Era la nostalgia del teatro che la riprendeva furiosamente e non le dava più tregua; ella s’era sbagliata di troppo immaginandosi di potervi rinunziare sul serio, di poter vivere per sempre senza le sue febbri e le sue gioie! L’imperdonabile errore commesso abbandonando le scene per maritarsi, le appariva adesso in tutta la sua enormità, pur non tenendo calcolo delle condizioni particolarmente tristi della propria esistenza conjugale. E nel tempo medesimo, nettamente s’imponeva al suo spirito l’ineluttabile necessità di annullare l’errore fatto, avesse dovuto per questo spezzare qualunque ostacolo, perchè ella aveva bisogno del palcoscenico come dell’aria per respirare, e non poteva starne più a lungo lontana!
Suo marito però non si sarebbe piegato mai senza vivissima lotta ad acconsentire al ritorno di lei sulle scene, n’era sicura. Pure, cominciò ad insinuargli la cosa delicatamente, con ogni tatto e dolcezza, cercando di riuscire così. E gli dipingeva l’avvenire coi più lieti colori, sempre tra viaggi, emozioni gradite e nuovi successi; gli mostrava i numerosi esempî di cantanti ritornate all’arte dopo aver contratto matrimonio, anche nelle più alte sfere sociali, e col placet del marito. I testi da citare non mancavano: Siglinda Wederlson — l’usignuolo norvegese, come la chiamavano — che aveva sposato un gran signore russo e poi s’era rimessa a girare insieme a costui di teatro in teatro; Dora Neuman, la più bella voce di contralto dell’arte, tornata al palcoscenico dopo due anni di matrimonio con un milionario napoletano — e via, via così, sino al caso classico di Adelina Patti e del marchese di Caux.... Ma Torreforte aveva troncato subito, senz’altro, ogni tentativo di persuasione, con un reciso rifiuto. All’idea di ciò che la moglie pretendeva da lui, egli si rialzava bruscamente dal suo avvilimento per difendere la sua dignità dal minacciato ludibrio. Avea vissuto abbastanza in palcoscenico per non sapere quale sarebbe stata inevitabilmente la propria parte accanto a lei, se avesse ceduto alla sua volontà; mariti di prime donne ne aveva conosciuti parecchi — quello di Regina Morelli fra gli altri — e al solo pensiero della vergogna riserbatagli si sentiva avvampare di rossore il viso! Allora, ella lo prese di fronte con brutale audacia, mise da parte le moine per piantargli crudamente dinanzi il problema dell’avvenire. Poichè egli aveva abbandonato affatto la professione e non voleva occuparsi di nulla, poichè non si decideva nè si sarebbe mai deciso ad uscire da quello stato di triste ignavia, come pensava di provvedere all’esistenza di lei, quando, in un giorno non lontano, a furia di sbocconcellare il capitale di cui vivevano, senza produrre nulla, si sarebbero ritrovati fatalmente sulla paglia?!... Ah, egli non si preoccupava punto di ciò, restava senza risposta davanti al quesito propostogli?! Ebbene, toccava a lei di pensarci allora, mentre era giovane ancora ed a tempo per farlo, e non sapeva con che diritto ed a qual titolo egli potesse impedirle di provvedere ai casi suoi, dopo averla abbandonata a sè stessa per l’avvenire!...
Sapientemente, con perfido intuito, ella avea posto il dito giusto sul punto vulnerabile; affrontato così, Torreforte perdeva ad un tratto ogni energia di resistenza, restava disarmato dinanzi a lei. Sì, era giusto: che diritto aveva di sbarrarle la via dell’avvenire, quando egli non era stato e non era capace di assicurargliene alcuno, malgrado che in faccia a lei ed alla società gliene incombesse l’obbligo più rigoroso?... Per assumere onestamente ed a cuor sereno la responsabilità a cui ella lo aveva richiamato con l’imperiosa esigenza d’un creditore brutale, egli doveva imporsi uno sforzo eroico, riattaccarsi con ardore e fede alla vita, ridiventare un uomo infine, in tutta la dignità e la nobile energia della parola. E non sapeva, non poteva galvanizzare a tal segno la propria volontà ed il proprio spirito, schiacciato com’era dalla coscienza della sua infelicità, della sua vita sbagliata, col cuore tuttavia sanguinante per la morte della madre ch’egli addebitava a sè stesso, e per l’ultimo e atroce colpo ricevuto in pieno petto davanti al cadaverino della sua creatura nata morta, del povero piccolo Messia, tanto atteso e sognato, da cui doveva venirgli la salvezza!...
Così, ella lo avea sentito cedere a poco, a poco, e da quel momento, era ritornata dolce e insinuante come prima, aveva preparato abilmente la vittoria finale. Una volta, gli aveva mostrato la lettera d’un agente teatrale che le proponeva delle condizioni superbe se avesse voluto accettare una scrittura, eppoi il telegramma di un impresario famoso, concepito nei medesimi sensi, senza ch’ella avesse fatto nulla per provocare simili offerte, diceva, tal quale come a Sant’Antonio sorgevano da ogni parte le irresistibili tentazioni. Ed infine, un bel giorno, comparve in iscena l’impresario del Massimo, pregandola in nome di tutti gli amatori di teatro di cantare per poche recite straordinarie di Aida, offrendo magnifici patti.... Un’occasione veramente eccezionale: nessun disturbo, nessun’apparenza di ritornare per forza maggiore al teatro, ma avendo quasi l’aria invece di accondiscendere per cortesia, come certi celebri artisti ritiratisi dalle scene da un pezzo, si piegano qualche volta al desiderio dei loro ammiratori. Ricusare sarebbe stata una vera follia; un volerla danneggiare a qualunque costo, per puro capriccio! Che fare?... Egli si sentiva stanco di lottare, incapace di resistere alla corrente che lo travolgeva: cedette. Almeno, pensava — chi sa? — che sarebbe riuscito a togliersi bene o male d’addosso la camicia di forza della sua desolata apatia, che avrebbe ritrovato la malsana febbre di desiderio d’una volta, davanti all’entusiasmo rumoroso della folla per lei!...
Le indicibili amarezze alle quali aveva preveduto di andare incontro lasciandosi trascinare da sua moglie, non si fecero attendere per Torreforte. Sin dal primo giorno che ella aveva rimesso piede in teatro per le prove dell’opera, tutti i suoi antichi corteggiatori, i vecchi topi di palcoscenico, con Valdora e l’onorevole Ascani alla testa, erano ritornati al loro posto di combattimento, aveano ripreso l’assedio di un tempo, nè più nè meno come se nulla fosse mutato d’allora, come se l’uomo che le aveva dato il suo nome e consacrato l’esistenza fosse ancora il timido aspirante di prima, inscritto insieme a loro in quello steeple-chase galante, e di cui non s’erano mai dati troppo pensiero. Ed ella pure ritornava tal quale la consumata civetta che sapevasi armeggiare fra cento adoratori senza alienarsene alcuno, alimentando sapientemente le speranze e la vanità di tutti e prendendo da ognuno quello che le tornava utile! Ma Torreforte non aveva perduto ancora del tutto il sentimento della sua dignità; se non era più geloso di lei, lo era sempre del proprio onore, del rispetto di sè stesso, ed intendeva mostrare con i fatti che non avrebbe mai permesso ad alcuno di attentarvi, in nessun modo.... Allora, sua moglie gli si rivoltò come una furia. Al vedergli prendere un tale energico e fiero atteggiamento che le avrebbe inevitabilmente inimicato i suoi influenti amici, gli autorevoli critici che aveva saputo accaparrarsi, ella si sentì minacciata nel suo successo, e questo le dava una violenza estrema di reazione, la rendeva capace di tutto.... Quindi, per paura di qualche scandalo, per evitare guai peggiori, Torreforte dovette sopportare ancora e tacere.