Torreforte, poichè non gli pareva il caso di diffondersi in particolari a proposito della parte limitatissima e personale ch’egli avea nel giornale, disse di sì senz’altro. Alice Rossati domandò ancora:

— Ed è molto intimo col suo collega della parte teatrale?

— Abbastanza. — Egli rispose, indugiandosi a fare il ritratto del collega in questione, il quale era un giovane gran signore che faceva del giornalismo per puro e passeggero dilettantesimo, così com’era passato successivamente attraverso la scienza, la politica, lo sport.

Allora, la cantante gli confidò le sue pene. Le aveano riferito che Luca di Santo Stefano, il critico teatrale appunto della Sera, era stato l’amante della prima donna che avea cantato prima di lei al Massimo, e che in seguito al fiasco e allo scioglimento dalla scrittura di costei, il suo protettore avea giurato di far la guerra senza quartiere nel proprio giornale a qualunque altra fosse venuta a prenderne il posto e la parte. Questa minaccia la preoccupava seriamente, sopratutto data l’importanza del giornale ch’era tra i più letti e autorevoli, la rivoltava, la metteva addirittura in orgasmo. Ella protestava di voler essere giudicata per il poco che valeva in arte, ma giudicata ad ogni modo onestamente, senza preconcetti ostili.

Torreforte allora si credette in dovere di assicurarle che il suo amico era assolutamente incapace di un partito preso così odioso, che dovevano averle riportate dalle malignità senza fondamento, che poteva vivere tranquilla da quel lato. Ma la cantante insisteva sullo stesso tono di allarme e di toccante risentimento, pur non mettendo in forse nel critico tutte le qualità di un galantuomo, scagliandosi invece sulla protetta di lui, perchè, si sa, certe donne possiedono la maligna potenza di far deviare e di accecare anche i migliori! — così che Filippo Torreforte non potè fare a meno di dirle che ne avrebbe parlato a Santo Stefano e che stesse tranquilla.

Ella parve sorpresa e commossa dei buoni uffici offertile; disse, stendendogli la mano con slancio:

— Non so come ringraziarla! Il nostro buon amico di Milano non poteva farmi un regalo più caro e prezioso indirizzandomi a lei! — E comentava le parole col sorriso, arrovesciando leggermente il capo, socchiudendo un poco i grandi occhi neri, così come dovea sorridere sulla ribalta in certe scene col tenore.

Il momento d’accomiatarsi parve infine venuto al giovane. Ma prima di lasciarlo andare, ella volle le promettesse che sarebbe tornato da lei presto e spesso.

— Nel nostro mondo, un buon amico affabile e gentile, senza secondi fini, è come l’araba fenice! Io vi conosco appena — gli disse, saltando con una certa brusca grazia il fossatello di riserbo che separa il voi dal lei — ma mi pare che voi sarete per me quest’araba fenice!...

III.