Filippo Torreforte, in fondo, avrebbe rinunziato volentieri al suo ideale rango ornitologico d’araba fenice per prendere anche lui le penne di un brutto uccello di rapina, come tutti coloro che volavano continuamente attorno alla cantante insidiandone la virtù. Gli pareva inutile di nascondere a sè stesso la viva impressione ch’ella gli avea prodotto, che la trovava in particolar modo seducente, che pensava a lei infine come ad un frutto assai tentante, d’un sapore ignorato ma certo acutissimo, su cui sarebbe stato ben felice di allungare la mano. Ma egli avea tutt’altro da fare che dimenticarsi nel giardino del piacere, dietro a dei frutti non abbastanza alla sua portata; troppo grave era la missione impostasi, troppo bello e ancora lontano l’ideale al quale voleva arrivare, perchè la prima tentazione capitatagli potesse metterlo fuori via o semplicemente fargli rallentate la sua marcia forzata verso la mèta prefissa. E contro ogni seduzione, più forte di qualunque stimolo, gli sorrideva il pensiero luminoso di sua madre, della cara persona adorata che egli avea giurato di riscattare dalla rovina e dalla tristezza!

Così, Torreforte si contentava modestamente della sua parte di amico senza secondi fini, e ancora non gli avanzava tempo nè libertà di spirito per disimpegnarsene con abbastanza zelo, tanto che ella doveva raccomandargli di non abbandonarla troppo, e certe volte veniva persino a fare appello alla memoria di lui con qualche bigliettino sollecitativo — quei suoi biglietti fortemente odoranti di corylopsis che lo turbavano un poco, poichè tal profumo l’avea anche sentito addosso a lei e gli svegliava delle imagini carnali. E la prima sera in cui dopo un’infinita serie di contrattempi e di ritardi imprevisti la cantante si presentò al pubblico nella Gioconda, gli parve quasi di farle un sacrificio andando a teatro, poichè giusto in quei giorni l’occupava un importantissimo ricorso da discutere.

Ma come ne fu largamente compensato, come ella gli fece dimenticare per un momento il suo ricorso, il Tribunale, ogni cosa! Rare volte gli pareva di aver sentito una voce tanto calda e vibrante una tale potenza d’accento! L’appassionato personaggio del dramma non poteva vivere più intensamente in lei: la sua azione efficacissima, spesso trascinante, secondava mirabilmente le preziose qualità della voce; la sua figura statuaria che dominava la scena, il volto pieno d’anima e d’espressione, i suoi occhi — quegli occhi che narravano da soli tutto un poema d’amore, di gelosia, di sacrificio e di disperazione — secondavano la commovente efficacia dell’azione.

Non era stato un entusiasmo solitario il suo! In certi momenti culminanti nella parte di lei, egli aveva sentito un sussurro levarsi nella sala, come un fremito d’ammirazione che agitava tutto quel campo di teste nella platea. E quando ella era andata a soffiare nell’orecchio del baritono la sua fatale promessa: “Se lo salvi e adduci al lido....„ — nell’angosciosa invocazione al suicidio, nell’improvviso scatto di funebre gaiezza all’ultimo, allorchè Gioconda dice a Barnaba: “Vo’ farmi più bella, più fulgida ancor!„ — erano scoppiati degli applausi senza fine, dei veri uragani d’applausi che l’obbligavano ogni volta ad interrompere la scena per venire innanzi alla ribalta, ringraziando il pubblico con un certo stanco sorriso tutto suo, e gli occhi vaghi, quasi trasognati, che dicevano lo sforzo penoso per uscire dall’illusione del personaggio rappresentato.

Egli la rivedeva ancora, mentre cercava di conciliar sonno nel suo letto senza riuscirci, ritrovava nell’orecchio certi accenti d’una tale drammatica potenza che ne avea sussultato. Gli riappariva nel suo pittoresco costume del prim’atto, con quella veste cupamente nera rialzata sopra la gonna cupamente rossa che dava un risalto più energico alle linee grandiose del corpo e del volto, e poi, all’ultimo, tutta chiusa, come l’imagine della disperazione, nel manto scuro in cui s’avvolgeva per non vedere le carezze che il tenore e il mezzo soprano, coll’egoismo della gente felice, si prodigavano proprio sotto agli occhi di lei.

Dal costume di Gioconda a quelle vestaglie ch’ella usava indossare per riceverlo a casa sua, con dei lunghi strascichi, con delle amplissime maniche di velluto, degli abiti d’un gusto teatrale e più che vivace, il salto non era difficile. Egli la rivedeva dunque seduta accanto a lui nel salottino dell’albergo, molto vicino, sottolineando col languido sorriso che le era particolare un mondo di piccole cose ingegnosamente lusinghevoli per lui.... Gli sembrava di risentire il forte profumo di corylopsis che emanava da lei, dalla sua pelle, lo aspirava avidamente.... Poi, come la sua fantasia s’eccitava, s’accendeva nella smania dell’insonnia, nel calduccio del letto, egli passava a levarle d’addosso il costume del teatro e la vestaglia di casa, la spogliava tutta cupidamente, si metteva a sezionare col desiderio il suo nudo, salendo dalle gambe, delle quali s’indovinava bene il contorno robusto e perfetto attraverso la veste, al seno colmo e poderoso di cui aveva seguìto tutta la sera l’ansare scomposto e turbante per la simulata violenza della passione, e che s’imaginava di serrare contro il suo petto, contro il suo viso.... Gli pareva sentire attorno al collo la stretta di quelle braccia muscolose, bianchissime, voluttuosamente tornite, che gli avevano fatto provare un brivido lungo la schiena allorchè ella le avea agitate ebbramente, selvaggiamente in aria, durante il duetto con Laura, alla frase: “L’amo come il fulgor del creato...!

Infine, una notte bianca, passata a rigirarsi smaniosamente da un fianco sull’altro, quasi avesse la febbre, piena di visioni lascive!... Ma tutto si ridusse a questo, all’agitazione di una notte d’insonnia provocata dall’emozione dello spettacolo e alimentata poi dal suo sangue troppo giovane e troppo contenuto, come non di rado gli accadeva nella sua casta esistenza di studioso e di lavoratore. E all’indomani, recandosi a congratularsi con lei del clamoroso successo, egli era ritornato perfettamente l’ideale amico di prima, l’araba fenice degli amici.

Chi invece si trovava addirittura fuori delle proprie abituali condizioni d’animo, era la prima donna. Torreforte la sorprese in uno stato straordinario d’eccitamento e di collera: una jena addirittura, una vera Eumenide, come amabilmente l’avea chiamata la sera avanti Enzo nell’ultim’atto di Gioconda!

Il giornale ch’ella avea brandito furiosamente vedendolo entrare e che gli mise sotto gli occhi senz’altro, con la muta eloquenza del suo furore, gli avea tosto spiegato ogni cosa: era la Sera, uscita con un articolo ostilissimo di Santo Stefano dove le si rimproverava di forzare la voce negli acuti uscendo sempre orribilmente di tono, di cantare con pessima scuola, di rendere grottesca la parte a furia di esagerare e di strafare — una demolizione feroce infine!

Egli le rese il giornale in silenzio, sinceramente afflitto ed umiliato, cercando le parole per consolarla. Ella invece non badava a cercarle, le parole, se le lasciava uscire di bocca così come le venivano nell’impeto del suo sdegno, scagliandosi ingiuriosamente contro il critico, con tanta maggiore veemenza che qualcuno dei suoi appunti era tecnicamente giusto. Dal nemico passava quindi all’amico, al quale rimproverava duramente l’esito dei buoni ufficî promessi e interposti, la leggerezza con cui doveva essersi occupato della cosa dopo averla rassicurata nel modo più assoluto!