Torreforte infatti ne avea parlato una volta a Santo Stefano, con cui del resto non avea che dei rapporti d’ufficio di redazione, e poichè questi gli avea vagamente risposto che non esisteva in lui alcun preconcetto ostile, che avea troppo rispetto di sè per dire nel giornale qualche cosa all’infuori della verità, egli se n’era stimato pago e non aveva insistito altro. Così lasciava adesso la bufera imperversare sul suo capo senza neppure sorprendersi di quel cambiamento troppo repentino e radicale d’umore a suo riguardo; anzi conveniva umilmente tra sè che meritava di essere rimproverato anche dippiù. Ella era stata per lui d’una affabilità particolare e cattivante, lo avea trattato come un vero amico, piena di stima e di confidenza; oltre a ciò, l’incarico di disarmare il critico era stato lui ad assumerselo, spontaneamente. E dopo che ella, persuasa, s’era affidata a lui, egli avea dimenticato che chi prende un impegno ha il dovere di adempierlo coscienziosamente, sino in fondo. Eppoi la malafede e l’ingiustizia di Santo Stefano lo indignavano, sollevavano la sua coscienza di galantuomo; il proprio facile entusiasmo, urtandosi contro la fredda e voluta ostilità del critico, lo irritava profondamente, lo faceva rivoltare.
Uscì di là eccitatissimo, dirigendosi alla redazione della Sera dove contava trovare Santo Stefano e sfogarsi contro di lui dicendogli il fatto suo senz’altro. Ve lo trovò infatti, e non mancò di alleggerirsi il cuore, mentre l’altro lo lasciava dire con un sorriso altero ed ironico sulle labbra. Quando egli ebbe finito, Santo Stefano rispose insolentemente che non accettava lezioni da alcuno, e come Torreforte ribatteva, inasprito, quegli gli diede del provinciale, e poi ancora del villano, cosicchè l’altro sentì annebbiarglisi il cervello e gli si slanciò contro....
Delle persone presenti alla scena si frapposero riuscendo ad evitare a tempo l’estremo delle vie di fatto — il che, naturalmente, non impedì a Santo Stefano di credersi in diritto e in dovere di mandare una sfida, ciò che fece sul luogo, incaricandone due amici ch’erano con lui, mentr’egli se ne andava zufolando tranquillamente. E come ricevette i padrini, nella stanzuccia del proto dove se l’erano condotto via, Torreforte uscì a cercare i proprî.
Tutto questo era avvenuto con una rapidità trascinante, in mezzo ad una febbre d’eccitazione tale che non avea lasciato a Filippo Torreforte nè il tempo nè il modo di riflettere. Ma appena rientrato a casa sua, dopo aver trovati i propri padrini e presi i necessarî accordi con loro, appena rimasto solo e con gli occhi ben aperti in faccia alla situazione creatasi, alla prospettiva di quel duello, la sua esaltazione cadde d’un tratto, egli ebbe uno di quei risvegli pieni di amarezza e di smarrimento che conoscono i giocatori dopo una notte disastrosa passata alla tavola verde.
All’eccitazione che se ne andava, un senso di profondo stupore succedeva. Egli dunque si sarebbe battuto, forse all’indomani?! Perchè?... Per chi?... Per quella donna!... Ma che era quella donna per lui?... Che cosa rappresentava nella sua esistenza perchè si esponesse per essa al pericolo più grave?... Egli se lo ripeteva duramente, con una sicurezza di coscienza che gli aumentava la sorpresa: Nulla, nulla!... assolutamente nulla! Non aveva neppure ambìto al suo possesso, non si era nemmeno schierato tra coloro che pretendevano ai suoi favori, per non averle a sacrificare il tempo e la relativa libertà di spirito che un tale atteggiamento gli avrebbe necessariamente preso! E nonostante la sua completa indipendenza da ogni attaccamento di qualunque specie, malgrado ch’ella gli fosse perfettamente estranea e indifferente, doveva mettere in giuoco adesso per lei la sua vita?...
Un grande sbigottimento lo vinse a quest’idea. Egli non si sentiva vile, non avrebbe esitato dinanzi al pericolo, se il dovere, se un risentimento proporzionato e legittimo ve l’avessero chiamato. Ma corrervi incontro così, senza ch’egli riuscisse a spiegare a sè stesso come e perchè?!...
I suoi pensieri prendevano una corrente paurosa e lugubre.... Santo Stefano passava per una delle migliori lame tra gli amatori di scherma, era anche assai forte al tiro, come in qualunque altro genere di sport — ed egli non avea mai messo piede in una sala d’armi, non sapeva neppure tenere in mano la sciabola! V’erano dunque novanta probabilità contro cento che egli sarebbe rimasto ferito nello scontro, gravemente, mortalmente forse, anzi certo mortalmente, lo sentiva!... E sua madre, le sue sorelle? Come avrebbero potuto sopportare quel colpo? che sarebbe avvenuto di loro, s’egli moriva?...
Sua madre che l’adorava, ch’egli adorava, di cui era l’orgoglio, la speranza, la dolcezza! Ella certo non avrebbe resistito al colpo!... E forse, nel caso funesto, era meglio che fosse così, ch’ella pure se ne andasse dietro a lui!... Perchè non soltanto ella avrebbe sentito strapparsi l’anima, non soltanto sarebbe impazzita dal dolore, ne avrebbe agonizzato tutta la vita, ma era ancora la rovina che si sarebbe abbattuta su di lei, sulle sue figlie, era la miseria, era Luciano Mascali che si sarebbe buttato avidamente addosso a loro come sopra una preda lungamente guatata, e le avrebbe spogliate, messe in mezzo alla via!
Si sentiva fondere il cuore da un’immensa pietà pensando a ciò, da un delirio di pietà e di tenerezza filiale! E per reazione, una collera sorda, una rabbia crudele lo accanivano contro quella donna di cui s’era atteggiato a paladino!... Perchè dunque s’era fatto il paladino di colei, perchè?... Ma egli sarebbe corso senza il menomo sforzo da Santo Stefano per dirgli che scrivesse pure di lei quello che gli piaceva, che la demolisse a suo talento, magari peggio ancora di come avea fatto, perchè da parte sua non gliene importava nulla, ciò non lo riguardava nè da vicino nè da lontano.... E non poteva far più questo ora, e invece doveva battersi, mettere a repentaglio la sua vita, come se gli avessero insultato le sorelle o la madre!
La collera cresceva in lui sotto l’azione esaltante della sua angoscia, lo armava di ostilità contro colei, gliela faceva considerare come una nemica.