Improvvisamente, una luce sinistra si fece nel suo cervello smarrito e dolente a furia di pensare, la luce d’un presentimento funesto.... Quella donna di cui si era procurata la conoscenza non per altro che per occupare un’ora d’ozio, alla quale non s’era per prudenza voluto legare più che tanto malgrado i suoi sorrisi e le sue amabilità promettenti (ciò che non aveva impedito ch’egli stesse ora per esporre la vita per lei!) gli sarebbe stata fatale!... Egli ne avea la lucida, la inesorabile prescienza in quel momento!... La sua fatalità l’aspettava lì, secondo ogni probabilità, al varco di quel duello inevitabile e così diseguale; ma anche se ne fosse uscito vivo, anche se fosse rimasto illeso, egli sentiva ad ogni modo che non si sarebbe salvato lo stesso, che quella donna doveva essere la sua rovina, la sua fine!
Allora lo invase una furia di rivolta, un istinto cieco di sottrarsi alla sua sorte, che gli faceva accarezzare delle pazze idee di fuga, di viltà. Ma tornò presto alla coscienza della sua situazione e del suo dovere.... Eppoi, se era davvero la fatalità che l’avea fatto incontrare con colei e aveva decretato ciò ch’era succeduto, ciò che succederebbe dopo, a che pro ribellarsi, dibattersi, tentar di sfuggire?... E per tutto il resto di quella notte — una notte bianca come la precedente, ma popolata di ben altri pensieri e di ben altre visioni — egli rimase cupo e accasciato sotto l’oppressione del suo sinistro presentimento, come se proprio il peso della fatalità lo schiacciasse....
IV.
L’abboccamento dei rispettivi padrini era fissato per le prime ore pomeridiane del giorno di poi. Torreforte adunque aspettava i suoi per sapere le condizioni concordate per lo scontro, quando, non senza sorpresa, li vide giungere insieme al commendator Corradi, il direttore della Sera. Come avevano tutti e tre delle faccie gaiamente composte al sorriso, egli pensò con una punta di profonda amarezza: “Ecco il valore che ha la mia vita per questa gente!...„
Ma invece la sua vita doveva avere un valore grande agli occhi loro, poichè a sua insaputa avevano lavorato con tanto zelo e col miglior successo a mettergliela al sicuro evitando il duello. La cosa non pareva neppure possibile a Torreforte! Una sfida era corsa; lo sfidato l’avea subito accettata e aveva inviato senz’altro i proprii secondi per regolare le condizioni dello scontro, con l’esplicito mandato di andare il più alla lesta possibile.... Ebbene, dopo tutto ciò, malgrado l’andamento brusco e decisivo preso, la vertenza stava per essere composta sopra un terreno assolutamente pacifico, Santo Stefano era pronto a ritirare la sfida e si sarebbe quel giorno medesimo formulato un verbale di conciliazione onorevolissimo per tutte e due le parti, a meno che — soggiungevano quei signori — egli non s’ostinasse a volere ad ogni costo il duello.
Torreforte non si ostinava punto; tutt’altro! Anzi gli toccava imporsi uno sforzo per non dare spettacolo dell’esplosione di gioia che avveniva dentro di lui sentendo l’incubo penosissimo svanire e la tragedia paventata mutarsi in farsa. Ma intanto era naturalmente pieno di curiosità, aveva fretta di sapere prima di tutto come tale scioglimento imprevisto si fosse determinato, e assediava di domande il commendator direttore al quale attribuiva il merito della felice composizione.
— No, — questi rispose — bisogna dare a Cesare quel ch’è di Cesare!... Sono stato io, è vero, a piegare Santo Stefano alla conciliazione, ma il merito dell’iniziativa non mi spetta. Anzi, — soggiunse ridendo, con l’aria di superiorità di un uomo che s’è trovato troppo spesso in tali circostanze per dar loro soverchio peso — io vi avrei lasciato tranquillamente battere, se non ci si fosse intromessa una certa gentile persona che mi ha pregato caldissimamente di evitare a qualunque costo uno scontro.
— E questa persona chi è? — domandò vivamente Torreforte.
— La signora Alice Rossati.
— Lei?!...