Allora il commendatore spiegò che la mattina, mentre era in redazione, gli era capitata la visita della prima donna la quale, avendo saputo della sfida mandata e accettata la sera stessa del fatto, veniva a scongiurarlo di mettere in mezzo tutta la sua autorità di direttore per impedire il duello, perchè ella non avrebbe mai saputo tollerare l’idea che per causa sua e per una sciocchezza i due giovani si fossero battuti! Un fatto simile le avrebbe amaramente avvelenato le lusinghiere feste prodigatele dal pubblico e, se una disgrazia fosse accaduta, non se lo sarebbe perdonato mai, ne sarebbe ammalata, avrebbe certo dovuto sciogliere la scrittura! Davanti alla minaccia di un tale disastro e dinanzi all’irresistibile eloquenza di tanta interceditrice, a quella sopratutto delle sue linee superbe — concludeva il commendatore facendo un comico gesto di golosa ammirazione — egli non aveva saputo rifiutarsi, era corso da Santo Stefano, e l’eccellente ragazzo che aveva la bontà di ascoltarlo con deferenza s’era lasciato persuadere.
Torreforte passava di sorpresa in sorpresa e di emozione in emozione. Così, a quella donna contro cui s’era accanito tutta la notte col cervello sconvolto dall’imprevedibile avventura capitatagli, a quella donna egli doveva il lieto scioglimento mercè il quale veniva liberato come per incanto da ogni noia e da ogni pericolo? Ed egli aveva potuto essere così stupidamente ingiusto verso di lei, attribuirle con la fantasia malsanamente accesa non sapeva più che maligno potere, che funesta influenza sulla sua vita?
Bisognava bene ammettere — egli ne conveniva umilmente tra sè — che l’eccitazione della scena avuta con Santo Stefano e la prospettiva del duello imminente gli avessero dato seriamente al cervello, per aver potuto costruire tutto quel risibile edificio di sciocchezze e di fanciullaggini! Non riusciva più neppure a comprendere adesso come tale stato singolare d’animo e di spirito si fosse potuto determinare in lui. E la sorpresa di sè stesso, mista al piacere dell’insperata soluzione, era tanta ch’egli finiva per dimenticarsi degli altri i quali stavano ad aspettare da lui l’ultima parola.
— E così? — domandò uno dei padrini.
— Ma! — rispose Torreforte — se Santo Stefano oltre alla sfida ritira le sue parole offensive!...
— Questa è appunto la base dell’amichevole composizione ottenuta da me, — intervenne il commendatore. — Santo Stefano si dichiara dolente delle parole sfuggitegli nel calore della discussione e le ritira, mentre voi dichiarerete di esservi lasciato trasportare da un movimento istintivo di collera, ma senza nessuna determinata intenzione di offenderlo e di venire a delle vie di fatto.... Così sarà concepito il verbale.
— Sta bene, allora! — disse semplicemente Torreforte, mentre avrebbe voluto invece gridare con entusiasmo ch’era felice, che non domandava di meglio che di finirla così.
— Alla buon’ora! — concluse il commendatore. — Ecco del sangue troppo prezioso pel paese che non sarà versato!.... E adesso — soggiunse sul punto d’andarsene — non mi resta che a pregarvi a nome della signora Alice Rossati di andarla a trovare stasera al suo hôtel dove, profittando del riposo concessole da un abbassamento di voce del tenore, ci invita tutti a pranzo, noi, Santo Stefano e i suoi secondi. È un’amabile idea di donna superiore, venutale allorchè sono passato da lei a riferirle il buon risultato della mia missione presso Santo Stefano e nella sicurezza che non sarebbero venute da voi altre difficoltà fuori proposito. Ci rivedremo dunque là stasera; io mi sono incaricato di condurre e presentare gli altri tre, mentre questi buoni amici verranno insieme a voi.
Si ritrovarono tutti infatti la sera alla tavola della cantante, dopo che i due avversari si erano già stretta la mano negli uffici della Sera e dopo aver disteso e firmato il verbale. Santo Stefano non aveva per nulla l’aria imbarazzata nel subire l’ostentata lezione di superiorità che la prima donna, mostrando di dimenticare il torto fattole, gl’infliggeva sotto la forma dell’invito cortese. Il suo agile spirito gli rendeva facile la prova spinosa per un altro; egli conservava tranquillamente la sua perfetta libertà di contegno, come se non fosse stato lui a comporre per essa la più severa ed ostile critica il giorno innanzi.
Quanto a Filippo Torreforte, egli navigava nella più beata disposizione d’animo. L’idea che quell’agitante episodio era ben chiuso, che avrebbe potuto ritornarsene sin dall’indomani ai suoi affari, alla sua tranquilla vita di lavoratore, lo rendeva leggero e contento come un fanciullo.