Certo, egli aveva veduto tante volte delle pitture, ma l’opera compiuta, l’opera in sè stessa lo aveva sempre lasciato indifferente, perchè non ne avea alcuna nozione, perchè era una cosa troppo al disopra della sua incolta intelligenza. Era appunto l’opera d’arte al momento dell’esecuzione, il processo tecnico veduto adoperare, la parte materiale infine, che svegliava in lui tale fermento e gli metteva addosso una curiosa febbre d’imitazione. E restava estatico davanti al cavalletto, covando con gli occhi la tavolozza e il mazzo dei pennelli, tormentato dalla voglia di fare altrettanto.
Dal canto suo, la contessa cominciava a porre attenzione a quel grande fanciullo di ventitrè anni che aveva l’aria di trovarsi in un mondo incantato allorchè entrava nel suo studio, e pareva sentirsi attratto inconsciamente da una forte vocazione. E a poco, a poco, vagamente dapprima, poi gradatamente rafforzandosi, le nacque l’idea di trarre qualche frutto da un tale ardore, di sviluppare e coltivare l’apparente vocazione, mettendolo sulla via di divenire forse un vero artista.
Le lezioni principiarono subito, occupando delle lunghe ore, senza stancare mai l’animoso scolaro. In qualche mese di assiduo e febbrile studio, egli già s’era fatta la mano al disegno, e cominciava ad adoperare i colori, copiando timidamente le impressioni che la sua maestra ritraeva dal vero.
Adesso, allorchè egli se ne andava là, nell’aperta campagna, sulla riva del mare sconfinato, e si dimenticava in quelle sue contemplazioni favorite, il sentimento che la natura aveva destato in lui sin da fanciullo, il sentimento covato da tanti lunghissimi anni senza rendersene conto nè saperlo analizzare, lasciava ciò che d’incosciente e di nebuloso aveva avuto prima d’allora, prendeva corpo e si affinava nel tempo medesimo. Il paesaggio di cui s’erano pasciute la vergine fantasia e la malinconica anima di lui, cominciava ad apparirgli attraverso l’occhio specialmente sensibile dell’artista, come una sapiente ed armonica combinazione di linee e di ombre, di piani e di fondi, di colori e di luce. E contemporaneamente cresceva e maturava in lui il desiderio vessante di riprodurlo col mezzo dell’arte; la sensazione diretta principiava grado a grado a non andare più scompagnata dalla sensazione riflessa, dalle modificazioni subìte passando attraverso un temperamento particolare d’osservatore, e l’intima emozione che la contemplazione generava, nasceva già insieme alla ricerca inquieta del partito pittorico da trarne. Vi era una logica relazione di cause ed effetti fra quella specie di fascino che lo spettacolo della natura aveva sempre esercitato su lui, e la sua improvvisa vocazione per l’arte, una relazione così stretta, che forse tale vocazione non si sarebbe manifestata mai se, in luogo di fare della pittura di paese, la forestiera con cui la sua buona stella avea voluto che si fosse incontrato, avesse trattato la figura o altro. Poi, una volta compiuto questo processo evolutivo pel quale dal sentimento incosciente della natura, era generato il sentimento dell’arte, l’uno e l’altro avevano continuato ad agire insieme, come avviene nei veri artisti.
I progressi si seguivano rapidamente, anticipando di moltissimo la meta che nelle scuole d’arte si raggiunge assai più tardi, e ciò grazie non soltanto alle disposizioni eccezionali delle quali Vico Arganti era animato, ma ancora alla sapiente ed amorosa direzione della sua maestra, la quale aveva un reale talento di artista.
Quell’estate, e poi l’autunno e l’inverno successivi, erano passati per lui in una gaia febbre di lavoro, in una specie di completa rigenerazione, da cui egli usciva mutato, divenuto tutt’altro uomo, trasformato dal potente risveglio della sua intelligenza, della sua energia morale, della sua coscienza. Poi, come entrava di nuovo la primavera, egli pensò con uno stringimento grande di cuore che forse la russa, profittando della mite stagione, avrebbe fatto ritorno in patria, abbandonandolo nella solitudine oziosa ed amara in cui aveva languito un’eternità. Ma invece, la contessa diceva che l’aria di Porticello le recava un gran bene, e tutto quel resto d’anno passò ancora senza che ella parlasse di partire.
In tal modo, i mesi se ne andavano uno appresso all’altro; Arganti progrediva sempre, con una rapidità incredibile, e cominciava magari a fare lui pochino da sè, dapprima timidamente, poi con coraggio e franchezza, grado a grado che vi si faceva la mano. Nonostante la brevità del tempo e il difetto di un insegnamento accademico, l’artista cominciava già a sbocciare nello scolare. I primi tentativi per emanciparsi dalle pastoie della copia, dopo non ancora due anni di studio accanito, indefesso, superarono ogni aspettativa della contessa: v’era in certi suoi studietti un gusto così felice nella scelta del paesaggio e degli effetti da trarne, e sopratutto un senso così profondo del colore! Non era difficile intuire, appena accennato adesso, il partito che da quelle felicissime attitudini si sarebbe potuto cavare in seguito. E già l’avvenire si cominciava a delineare nettamente davanti agli occhi di Vico Arganti, nella rosea luce dei progetti che la contessa faceva adesso per lui: ancora qualche po’ di tempo, gli diceva, e lo avrebbe mandato a Roma, allo studio di un grande paesista polacco, passandogli del proprio una pensione mensile.... Egli l’ascoltava in silenzio, cogli occhi brillanti d’entusiasmo, troppo riconoscente e felice per pensare solamente alla possibilità di un rifiuto, insensibile alle gonfie parole di suo padre che predicava pomposamente la dignità del nome, l’orgoglio nella miseria, il dovere di respingere un’elemosina insultante, irrigidendosi tutto per non lasciarsi smuovere dal viso lacrimoso della mamma, sempre ammalata, che l’idea di restare senza di lui atterriva.
Gli pareva di sognare, dinanzi alla prospettiva di uscire da quello stato insopportabilmente triste, di trovarsi in grado di conquistare il proprio avvenire — un avvenire luminoso e pieno di lusinghe — di barattare la sua strana e primitiva vita di eterno fanciullo vegetante come i fiori, come gli alberi, come le erbe, insieme a loro, per l’esistenza di un uomo che ha delle passioni per cui soffrire e godere, degli ideali, delle ambizioni per le quali lottare. S’ammazzava a furia di studio e d’applicazione, avanzando ogni giorno dippiù dei passi prodigiosi, sopratutto perchè più della febbre che il pensiero dell’avvenire da conquistare gli metteva in corpo, lo sospingeva l’anima d’artista ch’era in lui, l’anima sbocciata come un fiore al cospetto della natura, cresciuta nella contemplazione di essa. E contava ansiosamente i giorni che gli restavano da aspettare ancora, secondo il progetto della contessa, prima di partire, di andarsene a Roma....
Senonchè, gli avvenimenti erano precipitati ad un tratto; un giorno che si era recato come al solito dalla forestiera, avea trovato la villa sossopra, e un’aria di tristezza e d’agitazione che stringeva il cuore. Ella era scoppiata a piangere appena egli entrò timidamente nello studio, e la vecchia governante allora se l’era presa fra le braccia, carezzandole i capelli, cercando di consolarla, mettendosi a cullarla sulle sue ginocchia come una bambina, poichè non voleva rasserenarsi e ripigliava a piangere convulsamente, col volto contro il petto di lei. Poi, al primo momento di calma, ella s’era messa a spiegargli perchè fosse così turbata, la lettera ch’era venuta il giorno avanti e che la richiamava in Russia subito, senza il menomo indugio!... Vico Arganti era rimasto là, sbalordito, non sapendo che dire, vedendo crollare improvvisamente il meraviglioso edificio innalzato per lui.... Invece, la partenza di lei non distruggeva nulla, ma veniva anzi a maturare il compimento dei suoi voti. La contessa aveva già disposto ogni cosa, la lettera pel pittore polacco di Roma e la somma per il viaggio, per affrontare le prime spese, sino al giorno che gli avrebbe fatto pervenire il primo assegno sulla pensione destinatagli....
La sera, Vico era tornato ancora alla villa, l’ultima volta, e vi era rimasto sino a ben tardi: una lunga serata, piena d’intimità, ch’ella aveva speso prodigandogli un mondo di affettuosi consigli, mille piccole istruzioni, parlandogli sommessamente, teneramente, come una mamma, con la voce debole e stanca, interrompendosi ogni tanto, soffocata dall’emozione... Ed all’alba del giorno dopo era partita, partita per sempre, per la Russia lontana e nevosa, triste, disfatta quasi che si portasse la morte nel cuore....