Il faut se tenir à l’écart des gens comme ça, m’entendez-vous?

Ma adesso, la sua povertà lo spingeva a rivoltarsi; la memoria del fasto trascorso, contrastando crudelmente con l’umiliante condizione succeduta, gli faceva rizzare la testina fieramente. Trascurato dai genitori che non se ne occupavano punto, allontanato per via della propria alterezza da tutti coloro i quali gli stavano attorno, il ragazzo cresceva in uno stato d’isolamento morale che favoriva eccessivamente lo sviluppo della sua sensibilità e della sua fantasia; egli se ne stava quasi sempre fuori di casa, errando di qua e di là per la spiaggia e per la montagna, come uno senza tetto.

Gli anni passavano in tal modo, uno dopo l’altro, senza recare alcun cambiamento, senza lasciar intravedere alcuna speranza, trasformando lentamente, nella squallida uniformità di una simile esistenza, il fanciullo nell’adolescente, l’adolescente nel giovine. La sua fierezza se ne andava a poco a poco, e vi subentrava invece una profonda tristezza, uno scoraggiamento indicibile, un sentimento di completa rinunzia generato dalla coscienza della propria situazione, dall’insuccesso di ogni tentativo per uscirne, troppo incolto com’egli era per imprendere una carriera qualunque, troppo ben nato e fine per adattarsi ad un mestiere, abbandonato dai parenti di Palermo che avevano tutti una famiglia propria a cui pensare.

Così, continuava a vivere solitario, vagabondando sempre per la campagna, vegetando malinconicamente, pascendosi lo spirito di fantasie e di lunghe contemplazioni. Piaceva a lui sopratutto di salire sulla collina, di arrampicarsi sopra un albero, sopra un muro, un punto d’elevazione insomma, e di là starsene a fissare il paesaggio sottostante, la marina che si stendeva a perdita d’occhio, cullando mollemente, se il tempo era bello, una variopinta flottiglia di barche peschereccie. Oppure, se ne andava di là dalla montagna, in mezzo ai campi, e si dimenticava per delle ore, sdraiato a terra, cogli occhi socchiusi, senza spiegarsi egli stesso il segreto fascino che lo faceva cadere in contemplazione colà, nell’aperta campagna, la campagna dove il contadino si spezzava la schiena all’acqua e al sole, ansimando forte ad ogni colpo di zappa, che il proprietario considerava con l’occhio cupido, badando ad ingrassare meglio la terra per spremerne più denaro, attraverso la quale ognuno andava e veniva pei propri affari, senza riguardarla altrimenti che dal punto di vista del profitto da trarne, come una cosa da sfruttare.

V’erano dei posti ch’egli prediligeva particolarmente, certi luoghi quasi selvaggi, dove non si vedeva mai alcuno, e quasi di suo dominio — un possesso ideale ch’egli finiva col prendere sul serio e non amava punto dividere con altri. Fu appunto un tal puerile sentimento di gelosia che provò quella volta che si vide sorpreso in uno dei suoi posti favoriti dalla forestiera ch’era capitata un bel giorno a Porticello e aveva preso in affitto una villetta solitaria e lontana dal paese. Egli se n’era quasi scappato via, contrariatissimo, non senza risentire però un vago turbamento, un rimescolìo di curiosità. La scena si era ripetuta ancora, poichè l’amore ed il sentimento comune del pittoresco rendevano facili simili incontri, e la signora non aveva potuto fare a meno di notare l’atto di lui e di sorriderne con la vecchia governante che l’accompagnava.

Questa forestiera — una russa — si chiamava la contessa Barbara Federowna, ed era una donna giovanissima, con una testa piccola e bionda, assai dolce, il volto fine, dal profilo quasi tagliente, coperto sempre da un cupo pallore, eccetto che verso i pomelli su cui si concentravano due macchie rosse, dagli occhi larghi, nerissimi, in fondo ai quali si leggeva chiaro un’espressione di stanchezza e di sfiducia, con una personcina alta e sottile da vespa, le spalle un po’ curve ed il petto depresso — un insieme che parlava di tisi cento miglia lontano. Non aveva che la compagnia della vecchia governante, la quale pareva le fosse assai devota; facevano una vita ritiratissima, ed era difficile vederle, a meno di passare vicino alla villetta di cui le finestre aperte lasciavano entrare liberamente l’aria ed il sole, o d’imbattersi in loro per la campagna, dove le due donne facevano delle frequenti escursioni.

Alla lunga, egli aveva finito col non fuggire più, rimanendosi tranquillo a guardare, lasciandosi a poco a poco attirare dalla grazia sottile della dama, dal particolar profumo di grazia e di gentilezza che pareva emanare da lei. Una volta, l’avea veduta in mezzo ai campi che s’aggirava un po’ inquieta, non riuscendo più a trovare la strada per la quale era venuta; allora, egli s’era avvicinato, timidamente, indicando la via da prendere, cercando di spiegare con chiarezza l’itinerario da seguire. Ma come la russa mostrava di capirlo assai poco, gli venne l’ispirazione di metter fuori, per farsi intendere, quel po’ di francese che aveva imparato da bambino conversando con mademoiselle. Ella parve colpita e contenta di ciò e subito gli domandò il suo nome, e quando egli l’ebbe risposto di chiamarsi Vico Arganti, cento altre domande seguirono, in folla, nell’animazione del piacere che le procurava il sentirsi sollevata dalla pena di non comprendere e di non esser compresa.

In tal modo Vico Arganti e la contessa Barbara Federowna s’erano conosciuti, e la loro dimestichezza era cresciuta, in seguito, al punto che un giorno egli s’era creduto non solo autorizzato, ma ancora in obbligo di portarle un taccuino indubbiamente smarrito da lei durante una delle sue passeggiate. Il cancello della villetta era aperto, e, appena entrato, egli s’era trovato in una stanza inondata di luce, dove se ne stava la contessa, seduta davanti ad un cavalletto di pittore, nell’atto di copiare dal vero un mazzo di rose. Non era stato che l’affare di pochi minuti, il tempo di consegnare l’oggettino e di riceverne dei ringraziamenti cordiali.... Ma tanto era bastato a lui per notare e fissare nella memoria l’attitudine in cui l’avea sorpresa, con la testa gettata indietro, considerando fra le palpebre socchiuse l’effetto della pennellata posata allora sulla tela, e ancora la scatola dei colori piena di tubetti di latta, bianchi, verdi, rossi, turchini, gialli, gettati alla rinfusa insieme ai pennelli, al carbone per disegnare, alla boccetta con l’acqua ragia, la tavolozza coperta da uno strato denso di colori impastati e fusi tra loro — e sopratutto il mazzo delle rose che rifioriva sulla tela in un trionfo di tôni rossi vellutati, di tôni bianchi lattei, di tôni gialli sulfurei, mentre le altre, le vere, languivano dentro al vaso di cristallo, ripiegandosi sui loro steli.

D’allora, egli s’era messo a spiare ogni occasione di renderle qualche piccolo servigio, di avanzare nell’intimità di lei, per penetrare in quella larga stanza piena di luce, davanti al cavalletto dove la contessa dipingeva; e le occasioni non si lasciavano desiderare a lungo, poichè ella pareva tutta contenta di aver trovato un cicerone che la informasse di tutto mentre la guidava lungo la spiaggia o in mezzo alla campagna, e poichè amava tanto i fiori. Un giorno che il giovane gliene portò un fascio enorme, ella quasi sembrava diventata una bambina, tanto il piacere era vivo. E frattanto che la contessa affondava nelle rose il viso pallido e affilato, non sazia mai di contemplarle e di odorarle, egli fissava avidamente la tela esposta in quel momento sul cavalletto, un pezzo di paesaggio di cui erano noti a lui i menomi particolari e che gli riviveva adesso davanti agli occhi, come per incantesimo, con la collina bassa, di un azzurro tenero tenero, coronata da una folta macchia grigia di ulivi, col gran prato tutto verde dove qualche filo d’erba cominciava ad ingiallire sotto il calore del sole di maggio, col vecchio casolare smantellato nel mezzo, dentro a cui i cacciatori si venivano ad appostare per tendere le loro reti....

Tornando dalla villetta quel giorno, Vico Arganti aveva risentito una certa agitazione, il fermento della sua intelligenza la quale si destava dal lunghissimo torpore, il lavorìo interiore che suole manifestarsi quasi sempre all’alba di una vocazione che nasce. Tali sintomi si erano venuti accentuando dippiù, mano mano che egli, sempre maggiormente addentro nell’intimità della forestiera, trovava modo di introdursi più di frequente nello studio di lei, spesso mentre era intenta a dipingere, poichè ella si andava abituando alla sua presenza. Provava un senso di profondo e crescente stupore. Aveva tanto pieni gli occhi del paesaggio in cui aveva cominciato a dilettarsi fanciullo, ne aveva così luminosamente impressa nel cervello la visione!... Ed ecco che improvvisamente, gli si rivelava la tecnica di un’arte la quale riproduceva tutto ciò in modo meraviglioso!...