Ma quando venne l’arciprete a domandargli se volesse somministrato il santissimo sacramento, poichè era tempo di pensare all’anima sua, don Rocco disse, puntellandosi penosamente sui cuscini:
— Io?!.. Perdio!... Io mi sento un.... leo....ne!...
NOVELLA SENTIMENTALE.
I.
Quasi tutti gli amici del pittore conoscevano un po’ la sua storia; le svelte colonnine del piccolo patio così fresco in estate, col lamento sommesso dello zampillo nella conca d’alabastro, oppure gli stupendi arazzi dello studio nel suo villino moresco ai Monti Parioli, dovevano persino averla imparata a mente, tante volte egli l’aveva raccontata, mentre offriva del genuino wisky d’Irlanda, il suo liquore preferito, o certe deliziose sigarette egiziane, con quella grazia signorile che gli era particolare.
Vi era nella facilità con cui si lasciava andare a tali intime confidenze, spesso senza neppure esservi spinto, qualche cosa di voluto, la premura di chi abbia un grosso debito di riconoscenza da soddisfare, e lo sconti giorno per giorno, coscienziosamente, con una regolarità che alla lunga abbia finito per fare del culto un’abitudine.
Comunque fosse, costituiva certo un soggetto di viva simpatia l’udire questo artista già sulla soglia della celebrità, circondato da un lusso raffinato, ricercatissimo dappertutto, riandare con tanta semplicità il suo lontano passato, e la triste miseria d’un tempo, la miseria dalla quale egli forse non sarebbe mai uscito senza la pia creatura ch’era apparsa inattesamente nell’esistenza di lui come la Provvidenza. Ed egli non si dava punto l’aria di un eroe alla Smiles, poichè metteva anzi tutto il suo impegno nel far rilevare che non soltanto gli era stata aperta, ma ancora spianata la via sino all’ultimo, sino al giorno in cui s’era trovato in grado di far da sè, come qualunque altro....
Eppoi, egli era un narratore così vivo, così efficace! Mentre raccontava, quelli che l’ascoltavano si vedevano quasi trasportati laggiù, in Sicilia, in quel ridente paesello a pochi chilometri da Palermo, fra il mare e la montagna, lungo la spiaggia brulla, arsa dal sole, dove vegetava soltanto qualche rara macchia di fichi d’India.... E come rapidamente, con pochi tocchi interessanti, sapeva ricostruire tutto il triste periodo della sua infanzia, della sua adolescenza, tanta parte preziosa di esistenza sepolta in un povero villaggio di pescatori, quasi alle porte della grande città rumorosa e piena di allettamenti, l’eden donde lo aveano cacciato i vizi di suo padre, la sfrenata passione del giuoco che lo aveva costretto un bel giorno a vendere ogni cosa e a ritirarsi per sempre con la moglie ed il bambino lontano da Palermo, in quella casetta di campagna salvata per miracolo dal naufragio di tutta la proprietà!
Egli era cresciuto là come un piccolo selvaggio, triste, solitario, tra il padre mezzo rimbecillito dalla catastrofe, taciturno, intrattabile, e la mamma ammalata, sempre fra letto e lettuccio, abbandonato quindi a sè stesso, risentendo penosamente il contraccolpo di una simile esistenza tirata avanti a furia di espedienti, grazie alla carità ora di uno, ora di un altro parente. Il ricordo dei primi anni trascorsi nell’opulenza e nel fasto assediava senza posa il suo infantile cervello, s’ingrandiva a misura che diveniva più lontano, prendeva una luminosità fantastica. Erano la sua felicità e il suo tormento quelle interminabili corse attraverso il passato, quella tumultuosa sfilata d’immagini: la palazzina al Giardino Inglese, col grazioso parco dove lo portavano a passeggiare tutte le mattine dentro alla carrozzella tirata da due capre; la governante francese, una bionda fine, elegante, che tutti si voltavano a guardare allorchè uscivano a spasso insieme; il superbo tiro a quattro che suo padre guidava egli stesso, le giornate di corse; il bal d’enfants in casa dello zio marchese, dov’egli era andato travestito da mandarino cinese, coi capelli intrecciati a coda, e certi balli lunghi, lunghi; i mercoledì sera di sua madre, nei quali faceva una breve comparsa, tirato di qua e di là, carezzato, baciucchiato, sino a che, ad un cenno della signora, mademoiselle non lo conduceva a dormire; la cameriera che ogni mattina veniva a portargli il caffè-latte col panino burrato, mentr’era ancora a letto, annodandogli intorno al collo un enorme mantile bianco perchè non avesse ad insudiciare le coperte.... — mille particolari di un’esistenza viziata e di lusso, tutto il suo piccolo e povero paradiso perduto!
Non c’erano voluti che pochi mesi di un tale improvviso e radicale mutamento di vita, per fare dell’adorabile bébé roseo e grassoccio, sempre ridente, sempre buonino, un ragazzetto esile e pallido, con un’aria di generale malessere, e sensibile poi, pronto a rompere in pianto per nulla, altero e solitario come un minuscolo principe in esilio. Una volta non era così; anzi le sue famigliarità con la servitù, i suoi trasporti di simpatia per le bambine del portinaio oppure pel figliuolo del cocchiere, gli procacciavano ad ogni minuto la solita ramanzina di mademoiselle: