Pure tutto ciò non valeva a liberare il sensale dal sottile tormento. Forse era perchè la sua esistenza sarebbe stata troppo bella altrimenti e, come è scritto che ognuno deve sentire il peso della propria croce, il Signore gli avea dato per giustizia anche la sua da portare! Senza di questo infatti, un uomo più felice di lui, dove si sarebbe potuto trovare? La dolcezza di un’esistenza di agi e di beato far nulla accanto alla creatura per cui perdeva persino la pace — senza sua colpa, poverina, tanto grande era il bene che le voleva — lo trovava tanto più sensibile per quanto vi era pervenuto passando attraverso la più dura, la più avvilente miseria. Gli abiti di panno fine che adesso portava, non avevano ancora avuto il tempo di sciuparglisi addosso, in cambio di quelli luridi e cenciosi di prima. E la fame provata era stata ben poca cosa di fronte al tormento di veder languire nell’indigenza la moglie, che a lui pareva fatta per andare attorno carica di ori e di pietre preziose come la Madonna della Madre Chiesa, e che s’era tolta in casa senza saper bene in che modo avrebbe provveduto alla sua esistenza. Egli avea preso per lei una così violenta ubbriacatura, che non si riusciva quasi a spiegarla in un uomo del suo stampo, testa fine di contadino, prudente, astuto, calcolatore. Tale ubbriacatura non era punto sfumata all’indomani del matrimonio, e giusto perchè era durata, perchè era stata più resistente di tutto, gli avea procurato tante angoscie e lo spasimo del rimorso in fondo alla coscienza per la miseria che le faceva patire.
Lei, poveretta, a quel tempo non diceva nulla, non si lamentava mai, ma gli faceva coraggio al contrario, lo consolava col sorriso dei suoi dolci occhi bovini, sempre amorosa e sottomessa malgrado la propria superiorità fisica, malgrado la coscienza del proprio ascendente, dello stato di esaltazione carnale in cui, senza volerlo, lo manteneva sempre. E l’inalterabile sua attitudine di bontà valeva a farlo struggere dippiù, gli rendeva la vita amara come il fiele, lo eccitava a stillarsi giorno e notte il cervello alla ricerca di una via qualunque per uscire da tali angoscie.
Poi, v’era dell’altro ancora: suo padre che non finiva di volergliene e lo avviliva senza tregua perchè aveva lasciato la zappa, il pane sudato, ma sicuro di tutta la famiglia, di padre in figlio, per tradizione costante, e avea preso invece il bel mestiere di sensale di animali, una vera cuccagna in un povero paesello di marina, il modo più sicuro per morire di fame lui e quella buona a niente che s’era appiccicata alle costole!... Il sensale non osava rivoltarsi contro la collera del vecchio, ma la sentiva ingiusta, e con la moglie si sfogava amaramente. Che colpa ci aveva se era nato così debole e mingherlino, se non era capace di maneggiare la zappa, di starsi a spezzare la schiena all’acqua e al sole come suo nonno, come suo padre, come i suoi fratelli?... E del resto, egli aveva la coscienza di esser fatto per qualche cosa di meglio e di più elevato che il mestiere di contadino, sentiva dentro la propria testa l’irrequieto lavorio del cervello, il cervello fine che brillava del fosforo dell’intelligenza, che non stava mai queto sotto il sale della malizia. Ah, se egli fosse nato altrove!... Era il suo eterno e più acuto rimpianto.... A Roccamarina, uno che avesse avuto il genio più luminoso, il talento più inventivo, in che modo se ne sarebbe potuto servire, che risorse ne avrebbe potuto trarre?... E la miseria cresceva, diventava sempre più insopportabile!...
Un bel giorno, il sensale si decise a lasciare la moglie, il paese, ed a raggiungere a Catania due suoi cugini, figli di contadini anche loro, i quali come lui non avevano voluto saperne della zappa e, venuti da piccini a cercar lavoro e fortuna nella grande città, ora si guadagnavano lucrosamente la vita, uno con l’arte d’incisore, l’altro con quella di litografo. Dei mesi erano passati, eppoi degli altri ancora, senza che si sapesse più nulla di lui. Alla fine, egli era tornato in paese, più affamato all’aspetto e più cencioso di prima, che faceva pietà a vederlo!... Ma d’allora la Ricciuta s’era messa a frequentare il palazzo del barone Spinosa, ora per qualche piccolo servizio da rendere, ora col pretesto di certe uova ancora calde da portare, e tutt’a un tratto le cose avevano mutato radicalmente faccia, e la loro casa aveva cominciato a prosperare, a prosperare, di bene in meglio — sempre con l’aiuto di Dio, diceva qualche burlone.
Il sensale lasciava dire, lasciava ridere, e badava a recitare con tutto il suo impegno, come un vero artista, la propria parte di marito compiacente ed interessato, ma convinto in buona fede di darla ad intendere alla gente a furia di arie gelose e di comiche spagnolate. Era per lui una segreta e profonda voluttà l’ingannare così anche i più furbi, ridendo allegramente di coloro che al contrario credevano di godersela alle sue spalle! L’intima soddisfazione di prendere in giro per tal modo il paese intero, il successo con cui vedeva riuscire la sua trovata di genio, lo facevano ringalluzzire d’orgoglio, gli rendevano anche più gradito il dolce pomo della bella esistenza a cui mordeva adesso avidamente.
Chi invece soffriva crudelmente di quella commedia era la Ricciuta. Non pativa di eccessivo amor proprio, si adattava facilmente a tutto, ma il suo pudore di donna onesta non poteva non sollevarsi istintivamente sotto la vergogna che le toccava subire gratuitamente. Lo spettacolo che suo marito offriva al pubblico di lei, quasi ogni giorno, era un tale insopportabile supplizio, che avrebbe rinunziato con gioia alle agiatezze nelle quali nuotava ora e sarebbe ritornata alla miseria di prima, pur di sottrarvisi. Ma oltre ch’era troppo sottomessa e passiva per trovare l’energia di ribellarsi, ella sapeva, e comprendeva quindi tutta la terribile gravità della minaccia incombente loro sul capo e che il talento del sensale preveniva e parava con la sua inarrivabile astuzia. Eppoi, con qual cuore si sarebbe rifiutata a secondarlo, quando era per lei, per lei sola, che in fondo egli avea fatto ciò che avea fatto, rischiando tutto perchè fosse ben nutrita e ben vestita, per vederla andare intorno tutta parata di gioie, coi lembi delle orecchie che si stiravano sotto il peso di certi lunghi pendenti di oro massiccio, col collo circondato da un doppio giro di coralli grossi quanto le poste di un rosario, e le mani piene di corniole e di ametiste! così, non soltanto ella si prestava alla finzione del marito, ma faceva anche di tutto perchè non trapelasse punto a lui lo sforzo e lo spasimo che le costava. E si ingegnava di evitargli ogni motivo di amarezza, quella sciocca ed insensata gelosia sopratutto, e ancora la spina di suo padre, sempre più accanito contro di lui, magari adesso che non lavorava più e viveva beatamente alle spalle del figlio, passando tutta la giornata davanti all’uscio a parlarne male con chi capitava, a predicare ch’era il disonore della famiglia, che non voleva riconoscerlo più per sangue suo.
Però, tutto sommato, il sensale sentiva d’essere un uomo invidiabile! Il suo fine buon senso gli faceva comprendere come la gelosia da cui era tormentato provenisse naturalmente dall’eccesso medesimo del bene che voleva alla moglie, che sarebbe stato in ogni caso così, perchè questa è la sorte degli uomini troppo innamorati. Quanto a suo padre ed alla bella ricompensa con la quale lo ripagava di tutti i benefizi suoi, infamandolo anche presso gli estranei, e senza che gli potesse chiudere la bocca col dirgli la verità perchè sarebbe stata una pazzia fidarsene, egli si consolava pensando che a lui toccava senz’altro di adempiere al proprio dovere di buon figliuolo, che la sua coscienza era assolutamente in pace per questo lato.... E continuava imperturbabilmente la sua parte di marito ben pasciuto alle spalle della moglie, e di rodomonte per burla.
II.
Allorquando, dopo tanto tempo, capitò la catastrofe, la scoperta cioè di un’associazione di falsi monetari a Catania, capitanata dai due cugini del sensale, e l’arresto di costui come indiziato complice, il primo sentimento istintivo ch’egli provò fu di viva compiacenza e di profonda ammirazione dinanzi a sè stesso per la prudenza con cui aveva preveduto il colpo, per la inaudita furberia con la quale l’aveva da lunga mano parato, preparandosi la più abile, la più infallibile difesa. Era la prova migliore del suo talento e della sua astuzia, il segno lampante delle grandi cose di cui sarebbe stato capace, ove la propria sorte non l’avesse fatto nascere a Roccamarina e in una famiglia di contadini! L’assaliva quasi la voglia di raccontare a tutto il paese la verità delle cose, una matta voglia ch’egli sarebbe stato felice di cavarsi se non ci fosse andata di mezzo la sua salvezza, pel gusto di godersi l’attonita sorpresa della gente così ingegnosamente ingannata, di assaporare la stima di rara finezza che gliene sarebbe venuta.
A un certo punto però, come lo tradussero nel carcere di Catania, e non si vedeva principio di chiudere l’istruttoria in sezione d’accusa, egli cominciò a perdere la sua tranquilla sicurezza ed ebbe paura davvero! Ma fu una crisi passeggiera di scoraggiamento che durò poco. Il suo avvocato, che aveva studiato il processo alla Regia Procura di Palermo, lo assodava in quelle disposizioni di piena serenità d’animo, confermandogli quanto il sensale, senza sapere nè di diritto nè di legge, avea chiaramente compreso. Nessuna vera prova esisteva a suo carico; da parte degli imputati principali, malgrado le bastonate e le altre carezze del genere somministrate dalla Questura nel segreto delle camere di sicurezza, neppure la menoma rivelazione era stata fatta. Tutto si riduceva dunque contro di lui a dei semplici indizi, ai suoi legami di parentela coi capi della banda, alla dimora fatta a Catania nell’epoca in cui l’associazione aveva più attivamente funzionato — indizî questi di assai scarso valore — e sopratutto all’improvviso e, in apparenza, inesplicabile passaggio dalla miseria più dura ad uno stato d’invidiabile agiatezza. Ciò, infatti, avrebbe costituito un elemento di prova terribilmente grave, anzi addirittura schiacciante contro di lui, se... se — soggiungeva l’avvocato — non fosse risaputa per urbem et orbem, e non si potesse dimostrare con la testimonianza di tutta Roccamarina la vera e sola origine di un tal felice mutamento di fortuna.