— Questa è la verità, signor avvocato.... Sono gl’invidiosi che mi vogliono perdere, sebbene io non abbia mai fatto male ad alcuno.... Ma la mia innocenza è sacrosanta e luminosa come il Vangelo di Dio! — rispondeva il sensale, con la faccia candidamente composta e un certo fine sorriso, appena visibile, che incantava l’uomo del fôro.
La Ricciuta veniva a visitarlo sempre che poteva, profittando spesso di qualche permesso straordinario di cui l’avvocato difensore la muniva, e si partiva ogni volta dal paese, perchè suo marito non voleva che restasse a Catania. Era triste e avvilita; nonostante le parole rassicuranti di lui, non sapeva difendersi da una forte paura, e si struggeva di vederlo languire in carcere. Eppoi, adesso che era rimasta sola a Roccamarina, la sua situazione era divenuta assai penosa, e le toccava subire ogni sorta di umiliazioni e di malignità! Il sensale le faceva coraggio e si sforzava di comunicarle la propria calma, la fede assoluta che egli, lasciandosi guidare dall’istinto e dal suo largo buon senso, aveva acquistato nella lieta soluzione del processo. Come sapeva regalar bene e con prudenza, le guardie carcerarie che assistevano a quei colloqui gli risparmiavano volentieri le angherie della loro consegna; così egli poteva ripeterle ogni volta gli argomenti usciti dalla bocca dell’avvocato, infiorandoli storpiatamente delle citazioni latine di cui questi non usava risparmio, persuadendola che non v’era nulla da temere. Anzi, andava più oltre, non esitava ad affermarle che c’era da felicitarsi, al contrario, di quanto avveniva, perchè una volta chiusa quella pagina cessava ogni motivo di pericolo, di ansie, ogni ragione di fingere e di dar conto al pubblico dei fatti proprî. La loro buona stella aveva voluto che il barone Spinosa morisse poco avanti l’arresto di lui, ciò che se da un lato formava la forza inoppugnabile della sua difesa, dall’altro metteva punto per l’avvenire al bisogno di recitare la trista commedia. Così, la vita si presentava loro, all’indomani del processo, tutta rose, senza neppure la più piccola spina, e avrebbero potuto godersela beatamente. Egli si trovava nel caso eguale di uno che — le spiegava — per liberarsi da una sofferenza e dalla minaccia di un gravissimo male a venire, dovesse subire un’operazione dolorosa, ma d’indubitabile esito. Bisognava essere una vera bestia per non sottomettervisi volentieri!... E i suoi occhietti grigi lucevano di sicurezza e di malizia dietro la grata a buchi del parlatorio, mentre esponeva alla moglie il sereno e promettente quadro della propria situazione.
III.
Il giorno del dibattimento venne, alla fine. L’angusta aula delle Assise da un pezzo non si era vista così affollata, tanta gente s’era partita apposta da Roccamarina, e tanta ne aveano attratto la curiosità e l’interesse locali.
Il banco della stampa era interamente occupato; in quello degli avvocati non era possibile muoversi perchè, oltre al collegio numeroso della difesa, l’avea preso d’assalto un plotone di verdi speranze del fôro: apprendisti di studio che accompagnavano i loro maestri, laureati del giorno avanti che lasciavano leggere negli occhi animati e brillanti quanto fossero compresi della loro novella dignità. Era la parte più attenta e rumorosa del pubblico; si vedeva che quello spettacolo li interessava e li allettava come mai più alcun altro forse, e i comenti correvano sulle loro bocche, vivacissimi, pieni di sale, senza paura dei richiami del presidente, poichè la coscienza del prestigio e delle prerogative di cui godevano nella loro qualità di avvocati, li faceva ridere della severità presidenziale. Uno di essi, specialmente, faceva del chiasso per venti e dominava il gruppo, un piccoletto senza un pelo sulle labbra, che pure — come raccontava a tutti, facendoci su un sorrisetto di amor proprio soddisfatto — non più tardi di un’ora avanti avea riportato, da rappresentante di parte civile, un bel successo al Tribunale coll’ottenere il massimo della pena per un povero diavolo di contadino, mezzo ebete e pienamente confesso, il quale s’era lasciato sorprendere mentre faceva man bassa di notte in un pollaio.
Il dibattimento procedeva lentamente perchè il numero dei testimoni era straordinario. Talchè, il Pubblico Ministero aveva l’aria di annoiarsi molto, e il sensale che dalla gabbia l’osservava attentamente, con l’occhio col quale si spiano le mosse di un nemico, gli notò sulla faccia quasi una espressione di sollievo quando il suo difensore venne a fare un briciolo di conversazione con lui, prima che si trovassero alle prese nel cimento oratorio. Capiva che parlavano di lui in quel momento, e poi di sua moglie.... Il procuratore del Re aveva certo dovuto domandare all’avvocato che gliela mostrasse, perchè l’altro s’era messo a indicargli in mezzo alla folla, per via di gesti, la Ricciuta. Allora, il rappresentante dell’accusa aveva strizzato gli occhi in segno d’ammirazioue e aveva fatto un atto del pollice sopra la spalla, evidentemente accennando al vecchio libertino che s’era serbato per la fine quel ghiotto boccone, sino a che ci aveva lasciato l’ultimo dente!... Tutti e due s’erano messi a ridere di vero cuore, cercando di frenarsi per rispetto alla Corte, ma senza riuscirci, e il Pubblico Ministero si torceva addirittura sul suo seggiolone di cuoio.... Il sensale non li perdeva di vista; vedendo colui che era pagato per fargli da boia abbandonarsi a così viva ilarità, e ne comprese il senso, sentì istintivamente che non c’era più nulla da temere e che poteva dire di aver già in tasca il verdetto d’assoluzione....
L’aspetto imponente della sala però lo inquietava, gli metteva una grande e penosa soggezione addosso. Era proprio davanti a tanta folla, a tutta quella gente sconosciuta ed ostile, che si doveva bandire e discutere la vergogna della sua povera creatura innocente? Ella gli faceva una pena insopportabile, talmente la vedeva pallida, disfatta e smarrita, sotto il fuoco incrociato di cento occhi pieni di volgare curiosità, d’insolente ammirazione, della lasciva compiacenza che destava l’attesa della storia di cui era l’eroina.
I più maligni e i più odiosi erano i suoi compaesani: le facevano il vuoto attorno, le ridevano in faccia, la mostravano ai signori che volevano sapere quale fosse tra le donne degli imputati la moglie del sensale. Era un tormento che gli dava le smanie, che gli attossicava la gioia della imminente liberazione, ormai certa. Improvvisamente, davanti a quell’imagine di Addolorata, gli balenava alla mente l’idea delle sofferenze, dell’avvilimento patito da lei per tanto tempo, del supplizio continuo ed atroce che aveva dovuto costarle l’oscena finzione impostale. E mai un lamento, mai una protesta, al punto ch’egli non ne avea intuito veramente la dolorosa intensità mai prima d’ora, ed avea potuto lusingarsi che il recitare la parte assegnatale le riuscisse lieve! Ed era per amore di lui, per la paura di comprometterlo, di perderlo, che ella avea sempre taciuto, che s’era prestata così al crudele sacrificio!...
Però, lo consolava l’idea che s’era alla fine, che fra poco quel purgatorio sarebbe cessato. Invece, non cominciava davvero che allora, con la sfilata dei testimoni citati a suo discarico, tutti chiamati apposta da Roccamarina per narrare e far fede ai giurati, alla Corte, ai giornalisti, al mondo intero infine, come la Ricciuta fosse stata la ganza del barone Spinosa, il quale in compenso li avea tolti dalla miseria, lei ed il marito, e come avesse saputo cattivarsi ed ubbriacare il vecchio vizioso e rimbecillito in modo che nella loro casa era piovuta ad un tratto l’abbondanza e l’agiatezza.... La poverina doveva sentirsi snocciolare sul viso tutto un tal rosario di menzogne e d’infamie, lei a cui metteva schifo la sola idea di essere stata desiderata da quel libertino incartapecorito! Ella non aveva più nemmeno la sensibilità del rossore; si sentiva morire di vergogna fra le risate ed i grassi comenti che accompagnavano da ogni parte le esilaranti dichiarazioni dei testi. Quella del canonico Arabella poi, aveva messo in rivoluzione la sala intera, aveva fatto sussultare persino, nello scoppio irrefrenabile del riso, le calve e gravi teste della Corte. Il canonico era stato il Pilade del barone Spinosa, l’immancabile compagno suo nella quotidiana partita di scopa senza la quale questi non poteva dire di aver chiuso veramente la propria giornata. E raccontava, dimenando il ventre enorme e socchiudendo gli occhi, le confidenze che il barone gli avea fatto intorno ai suoi amori con la Ricciuta, l’entusiasmo di cui si accendeva nel descriverne le grazie nascoste....
Il sensale sudava freddo dentro la gabbia! Sapeva, e se n’era a suo tempo rallegrato, che il barone un po’ per vanità senile, un po’ perchè capiva che avrebbe fatto la più barbina figura confessando la verità, aveva sempre lasciato credere e confermato che le cose stessero davvero come pareva. Ma dannarsi l’anima a tal segno, inventare tante menzogne, tante odiose calunnie, esercitare la fantasia malata di libidine creando persino dei particolari lascivi!... Gli toccava voltarsi dall’altra parte perchè non sapeva reggere alla vista della Ricciuta, sopportare lo sguardo implorante e perduto dei suoi occhi gravidi di lacrime, dilatati nell’angoscia della barbara caccia che da ogni parte le davano, stringendola in quella rete inestricabile di accuse bugiarde e infamanti, infliggendole senza pietà la gogna delle più caustiche barzellette, delle risate oltraggiose. Sentiva la sua prudenza di vecchia volpe, la sua abilità e il suo sangue freddo di attore consumato, abbandonarlo via via; intuiva confusamente che, se un simile supplizio fosse durato ancora a lungo, egli avrebbe potuto commettere, malgrado sè stesso, chissà che pazzia!...